· Città del Vaticano ·

Mistici del ventunesimo secolo

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27 agosto 2020

Ho avuto la possibilità di portare la mia piccola testimonianza sulla creazione, in Italia, di una «Rete» dedicata alla «preghiera silenziosa» nell’ambito del convegno «Silenzio, Polifonia di Dio» svoltosi presso la Pontificia Università Gregoriana nel marzo 2019. Credo che la scelta del tema di questo incontro di studi sia stata quasi «profetica». La Facoltà di Teologia di questo ateneo pontificio ha infatti affrontato il tema del silenzio secondo un approccio che confrontava letture teologiche, bibliche, filosofiche, storico-artistiche, ma anche musicali e spirituali. La mia esperienza di giornalista, curioso della vita ecclesiale, mi ha insegnato però che il tema riguarda le sfide della pastorale e della prassi «spirituale» dei credenti del duemila. Esistono, difatti, da tempo in Italia numerose realtà cattoliche che vivono in modo autonomo la pratica della preghiera silenziosa sotto forma di meditazione, preghiera contemplativa o interiore. A volte sono comunità strutturate, altre volte gruppi più improvvisati che s’incontrano sotto la guida di un sacerdote, un religioso o un laico. Sono esperienze in cui si pratica e vive la preghiera silenziosa come accesso privilegiato all’incontro con sé stessi e quindi con Dio.

Decentramento, apertura, ascolto, superamento del proprio ego, affidamento, ricongiungimento con un principio divino sia via inderogabile per coltivare la propria vita spirituale e in particolare vivere la fede in Cristo. Eppure, questa pratica silenziosa, che ha in realtà radici profonde nella tradizione monastica e mistica del cristianesimo orientale, è ancora spesso considerata nell’ambito ecclesiale una consuetudine spirituale elitaria o eccentrica. C’è soprattutto un paradosso fra la diffusione di queste esperienze nella realtà del territorio ecclesiale e l’assenza di un loro riconoscimento pubblico e istituzionale che permetterebbe un allargamento delle possibilità di accesso a questa forma di preghiera. La sete di silenzio è sempre più diffusa, in Italia sono ormai numerose le comunità cattoliche che praticano questo tipo di preghiera, ma in ambito ecclesiale la via del silenzio è andata formalmente quasi scomparendo e la Chiesa fatica a dare risposte standard a chi è in cerca di questa dimensione per ritrovare Dio. L’assenza di vie d’accesso istituzionali alla preghiera silenziosa appare ancora più sorprendente se si pensa che il recente magistero papale ha sottolineato più volte la necessità di un approccio orante silenzioso. C’è da chiedersi quanto questo magistero del silenzio sia stato assorbito a livello delle gerarchie e comunità ecclesiali. Sembra esserci un vuoto da colmare fra l’insegnamento dottrinale e le pratiche pastorali, da una parte, e dall’altra la sete di silenzio espressa con sempre maggiore urgenza dal Popolo di Dio. Proprio con l’intenzione di colmare questi vuoti pastorali e diffondere la conoscenza della preghiera silenziosa, è nata nel febbraio 2018 a Roma la «Rete sulla via del silenzio». È un’iniziativa ecclesiale nata per aggregare persone e gruppi che già praticano da tempo, anche se con modalità diverse, la preghiera e la meditazione silenziosa. Scopo della Rete non è uniformare queste esperienze diverse, ma favorire la condivisione per accrescere la conoscenza reciproca e approfondire la riflessione sulla dimensione mistica della fede. Il gruppo ha dato finora vita ad alcuni incontri, «a porte chiuse», in diverse città italiane, con l’obiettivo dichiarato di «Rompere il silenzio sul silenzio». Nel 2019 la «Rete sulla via del silenzio» ha messo in cantiere il progetto di un primo incontro aperto al pubblico organizzato a Roma. Un’occasione per mettere in luce una realtà ecclesiale frammentata, e dunque spesso invisibile, ma sempre più crescente in Italia. Quasi a conferma di quanto affermava il teologo Karl Rahner: «Nel nuovo millennio il cristiano sarà un mistico o non sarà».

di Fabio Colagrande