· Città del Vaticano ·

Le canzoni sono di chi le ascolta

Bob Dylan premio Nobel per la letteratura nel 2016

Il “diritto” di tradire le intenzioni originarie degli artisti

21 agosto 2020

Ascoltare una canzone e rimanere sospesi tra l’intento dell’autore e la nostra interpretazione, certi di tradire le intenzioni originarie. È questo il destino degli appassionati di musica pop e rock. Veniamo rapiti da un brano e ne contempliamo la bellezza, ma se vogliamo conoscere qualcosa di quella canzone fatichiamo a raccogliere notizie utili. Le informazioni previe facilitano un’immersione profonda nella musica, ma per fortuna non sono necessarie e Bob Dylan ci solleva da questa incombenza. In occasione del premio Nobel ricevuto nel 2016, dichiarò che le canzoni non sono letteratura, bisogna cantarle e non leggerle: «Non devo sapere che significa una canzone, ho scritto di tutto nei miei pezzi. Non mi preoccupo certo di cosa vogliono dire. Se una canzone ti prende, è tutto ciò che basta». Sappiamo praticamente tutto dello stile pittorico di Van Gogh o del cinema di Federico Fellini, per la musica non funziona allo stesso modo. Alcuni siti web raccontano cosa viene taciuto in una canzone, difficile però verificarne le fonti, quasi impossibile venirne a capo. La musica spesso si presta a fraintendimenti, specie se il compositore non ne chiarisce il senso.

La canzone Killing an Arab dei Cure fu scritta dal leader Robert Smith nel 1976 dopo aver letto il racconto Lo straniero di Albert Camus (L’Etranger). Si spara a un uomo algerino su una spiaggia senza motivo. Nella canzone Smith canta: «Me ne sto sulla spiaggia con una pistola in mano. Guardo il mare, guardo la sabbia, squadro con la canna della pistola l’arabo per terra. Vedo la sua bocca spalancata ma non sento nessun suono. Sono vivo, sono morto, sono lo straniero che uccide un arabo».

I Cure e Robert Smith furono costretti ad incollare adesivi esplicativi sul disco per le reiterate proteste del Comitato contro la discriminazione arabo-americana e per scoraggiare le stazioni radio americane nel riprodurre la canzone. Il manager della band rock Chris Parry, in una conferenza stampa a New York in cui fu annunciato l’accordo di pace con il comitato, chiese ai giovani di non usare la musica dei Cure per giustificare atti di violenza e di razzismo contro gli arabi.

In tanti credono che Personal Jesus dei Depeche Mode parli di Gesù. La verità è scritta nella biografia ufficiale, un tomo di seicento pagine dal titolo Stripped - I Depeche Mode messi a nudo di Jonathan Miller, edito in Italia da Castelvecchi. Il fondatore della band Martin Lee Gore non commenta mai i testi delle canzoni che scrive, odia perfino le trame dei primi videoclip perché interpretano troppo letteralmente i brani dei Depeche Mode. L’altro storico membro del gruppo inglese, Andy Fletcher, così dichiara: «Ho sentito circa dieci interpretazioni diverse di Personal Jesus ed è questo che piace a Martin. Il testo è molto ambiguo, e quindi poteva essere difficile da capire e invece è stato tutto il contrario. Molta gente pensa che sia un inno a Cristo, cosa assolutamente non premeditata. Se pubblichi una canzone che contiene la parola Gesù, qualche guaio te lo devi aspettare, l’abbiamo voluta pubblicare perché credevamo fosse davvero una bella canzone».

Nel racconto biografico finalmente viene chiarito chi è quel Gesù. La canzone fu scritta in seguito alla lettura di Elvis & Me, l’autobiografia di Priscilla Beaulieu Presley sulla storia con Elvis, il re del rock’n’roll. Personal Jesus parla di una persona diventata per qualcuno una sorta di Gesù da venerare perché capace di dare amore e protezione.

Una delle opere musicali più fraintese è senza dubbio Born in the Usa di Bruce Springsteen. Il Boss nella sua biografia Born to Run (Mondadori) scrive: «Non di rado i dischi sono come i test di Rorschach, ci sentiamo quello che vogliamo». Il riferimento è a un test sulla personalità che prende il nome dal suo creatore Hermann Rorschach. La canzone in questione parla dell’ingratitudine riservata negli Stati Uniti ai reduci della guerra in Vietnam. Bruce racconta di bambini che durante la notte di Halloween bussavano alla sua porta con le bandane rosse e i sacchetti «dolcetto o scherzetto» cantando «I was born in the Usa». Cita il presidente Ronald Reagan in campagna elettorale nel suo Stato, impudente nel ringraziare un certo Bruce Springsteen del New Jersey per il messaggio di speranza nelle sue canzoni. Probabilmente il presidente non conosceva l’album The River, disco rappresentativo del proletariato vessato da una spietata e opulenta America. La prima persona cui sottoposte il giudizio di Born in the Usa fu Bobby Miller. All’allora presidente della Vietnam Veterans of America quel disco piacque molto. Bruce in quella pagina dichiara che chi scrive canzoni desidera essere compreso. Aveva imparato una dura lezione su come il pop e l’immagine del pop venivano percepiti. Se Dylan afferma che l’ascoltatore non è costretto a comprendere una canzone, il Boss sente il bisogno d’essere compreso, motivo per cui scrive i testi con parole semplici e affilate che arrivano dritte al cuore dei suoi fans, non importa se intellettuali o gente poco istruita. Lo comprendono tutti.

Durante la campagna elettorale per la sua rielezione del 1984, Ronald Reagan usò anche una canzone di John Mellencamp intitolata Pink Houses. L’entourage del presidente credeva che esaltasse il sogno americano. Il senatore repubblicano John McCain nel 2008 usò la stessa canzone nei raduni pubblici e comizi, insieme a un’altra di Mellencamp, Our Country.  Il cantante chiese ed ottenne di non usare le sue canzoni per scopi politici. A causa di un equivoco, Pink Houses fu interpretata come un inno popolare americano. Lo stesso Mellencamp lo spiegò nel 2013 in un’intervista al giornale musicale «Rolling Stone». La canzone non diceva quello che molti pensavano.  Nel corso degli anni fu travisata a causa del ritornello divertente e leggero, invece attestava che il sogno americano non funzionava più. Scrisse quella canzone dopo un incontro banale che fece sull’interstatale 65 mentre era in viaggio, diretto a Indianapolis. Lungo la strada vide un uomo di colore che se ne stava seduto su una sedia da giardino e davanti a una casa rosa, calmo e rilassato con in braccio un gatto nero. Si domandò se quell’immagine potesse riassumere il senso della vita in un uomo. Starsene seduto e guardare le macchine passare sull’autostrada… era quello lo scopo principale da raggiungere? Il protagonista della canzone appare felice, mentre la sua donna è pronta ad accudirlo in casa. Mellencamp avrebbe voluto scrivere una strofa di chiusura più drammatica, ma in fase di produzione lasciò ai musicisti la libertà di rimaneggiare il brano, facendolo diventare qualcos’altro rispetto all’intuizione dell’autore. Succede spesso agli artisti: dopo aver scritto le canzoni, decidono di abbandonarle ai musicisti e al pubblico.

Una canzone può essere stravolta e senza possibilità di recuperarne il senso originario. Un esempio clamoroso è I Will Survive di Gloria Gaynor, La canzone vinse un Grammy Award come il brano da discoteca migliore del 1980, sbaragliando la concorrenza di Michael Jackson e degli Earth, Wind & Fire. A causa di una caduta, Gloria rischiò di rimanere paralizzata. Nel frattempo, sostenuta dalla fede in Dio, si affidò alla Provvidenza. Durante la lungodegenza, la casa discografica le offrì un nuovo brano da incidere. Si recò sulla sedia a rotelle in sala di registrazione e con una volontà di ferro interpretò il brano che divenne il suo canto di vittoria. In tanti continuano a ballarla ignorandone il significato.

L’ascoltatore può giocare con la musica e capire qualcosa che sfugge allo stesso autore. Ciò è accaduto alla canzone Bad degli U2. Il libro di Niall Stokes U2 dentro al cuore - La storia canzone per canzone edito da Giunti, è un tentativo ben riuscito di spiegare i testi scritti da Bono Vox e compagni. La canzone in questione è inclusa in uno degli album più significativi della band rock irlandese, The Unforgettable Fire. Il brano tratta l’argomento spinoso dell’eroina e della vulnerabilità dell’autore di fronte a questa tentazione. Potrebbe anche non significare nulla o trattare il desiderio malsano del suicidio, lo dichiara Bono nel libro.

Sbroglia la matassa il fondatore del gruppo rock più famoso al mondo, il batterista Larry Mullen: «La comprensione del testo non è mai stata particolarmente importante per me, sono molto più rilevanti le sensazioni che il testo sa trasmettere». E poi continua: «Ho scoperto che soltanto dopo sei mesi di tournée e dopo aver parlato con persone diverse riesci a comprendere le verità più nascoste di un brano, che non sempre coincidono con quel che Bono aveva in testa». Lentamente sabbia e detriti vengono spazzati via e appare la vera anima del pezzo.

Tracey Thorn, vocalist degli Everything But The Girl e musicista, sul suo blog così scrisse: «Una volta che hai scritto e registrato una canzone, e soprattutto se poi ha successo, quella canzone ti scivola via dalle mani. Quando la trasmettono tutto il giorno alla radio — ascoltata distrattamente da chi sta facendo altro o religiosamente da chi pensa che racconti la sua storia e dica le cose che non è mai riuscito a dire — una canzone di successo non appartiene a chi l’ha scritta, ma a chi l’ascolta. Uno lascia libere le sue canzoni di andare per il mondo come fa con i suoi figli, sperando che abbiano tutte la stessa fortuna. Il pezzo di successo è il figlio diventato famoso che vola via lontano dalla tua orbita e dal tuo controllo e se ne va in giro spavaldo con una nuova identità tutta sua. È il figlio che manda gli assegni a casa».

David Bowie dichiarò che l’opera d’arte è compiuta solo quando il pubblico aggiunge la propria interpretazione. In quel grigio spazio intermedio risiede il senso di una canzone. Possiamo dunque ascoltare in libertà i dischi che più ci rappresentano e travisarli, collocandoli nelle nostre storie e a piacimento. Perché la buona musica continui a trasformare l’ordinario in qualcosa di meraviglioso.

di Massimo Granieri