· Città del Vaticano ·

La diplomazia nel piatto

Un particolare della copertina del libro «Pranzo di magro per il cardinale»

Un episodio inedito emerso dal carteggio del cardinale Domenico Svampa

12 agosto 2020

Il cardinale Domenico Antonio Svampa (1851-1907), dal 1887 vescovo di Forlì e in seguito, dal 1894, arcivescovo di Bologna, manifestò un precoce interesse per le tematiche sociali, che andò sviluppandosi nel ventennio del suo servizio episcopale. Di grande rilievo fu inoltre la vicinanza che manifestò nei confronti di quanti cercarono di aggiornare gli studi storico-teologici in sintonia con i progressi fatti dalla ricerca più avveduta nella seconda metà del XIX secolo e nei primissimi anni di quello successivo. Studiosi che furono costretti a muoversi tra malcelate diffidenze, trovarono perciò in lui un confidente e un amico.

La figura del cardinale Svampa è però divenuta familiare a un pubblico più vasto soprattutto grazie a un libro — dal titolo certo intrigante — di Giulio Andreotti, Pranzo di magro per il cardinale. La notorietà dell’autore ha naturalmente molto contribuito al suo successo, ma considerati i ben noti rapporti di Andreotti con la Curia romana e con i cardinali italiani in particolare, anche l’argomento affrontato deve aver intrigato non pochi lettori. La vicenda narrata si concentra su un evento e un giorno preciso: la visita che il re Vittorio Emanuele III fece a Bologna il 26 maggio 1904 e l’omaggio a lui reso dal cardinale arcivescovo in Palazzo d’Accursio.

Dopo gli eventi traumatici del 1870 i rapporti tra la Chiesa di Roma e lo Stato italiano si fecero molto tesi. Il Papa divenne così “il prigioniero del Vaticano”, volendo evidenziare, con quella forma di autoesilio, l’oltraggio che era stato perpetrato alla sua persona e il defraudamento dello Stato subito in modo violento. D’allora in poi, nessun vescovo aveva avuto più rapporti con la monarchia sabauda: la decisione di Svampa segnava in tal modo una rottura con la linea seguita ormai da tempo dall’autorità ecclesiastica, anticipando in qualche modo quella Conciliazione che sarebbe avvenuta solo venticinque anni più tardi. I due — il cardinale e il re — si affacciarono insieme al balcone del palazzo, salutando la folla convenuta sulla piazza bolognese. Si può facilmente immaginare lo scalpore suscitato, i commenti contrastanti ai quali l’evento dette adito e le difficoltà che finirono per interporsi tra il cardinale e la Curia romana: penso in particolar modo al cardinale Rafael Merry del Val, segretario di Stato di Pio X, e a monsignor Gaetano De Lai, che pur non essendo ancora assurto alla porpora (sarebbe diventato cardinale sul finire del 1907) già esercitava un grandissimo ascendente negli ambienti vaticani.

In questo scenario s’inserisce il particolare che fornì ad Andreotti lo spunto per il fortunato titolo del libro. Nell’occasione, Svampa ricevette infatti anche l’invito al pranzo imbandito per il re, al quale infine partecipò, trovandosi però di fronte alla difficoltà posta dal fatto che si trattava di un giorno penitenziale, nel quale era prescritto (per lui e per tutti i buoni cattolici osservanti) un pranzo “di magro”. Il cerimoniale regio ovviò alla difficoltà prevedendo un doppio menù, uno dei quali appunto “di magro” per tutti quegli ospiti che avessero voluto tener fede ai precetti della Chiesa.

Ora, la trascrizione delle lettere scritte da Svampa a Michele Faloci Pulignani (1856-1940) — sacerdote folignate che fu suo allievo a Roma, al Seminario Pio, e con il quale rimase sempre in amichevole contatto — conservate presso la Biblioteca Comunale di Foligno, consente di conoscere un inedito particolare che in qualche modo prefigura (anche se finisce per capovolgere la situazione) di quasi trent’anni questo famoso pranzo del 1904.

Infatti, nella lettera scritta il 16 ottobre 1877 da Montegranaro nelle Marche (su un bifoglio di carta semplice per quattro facciate complessive), tra altre notizie, che non escludevano neppure l’andamento dei raccolti di quell’autunno, Svampa rivela al suo promettente allievo (conservo la grafia originale, compreso l’uso delle maiuscole): «Nei giorni passati ho avuto in casa visite dal nuovo Maresciallo de [sic!] Carabinieri, dal Direttore Generale de’ Telegrafi, e finalmente dal Vice-Prefetto, la venuta del quale ha fatto mettere sossopra tutto Montegranaro. Il direttore de [sic!] Telegrafi venne di sabato, e con pace sua dovette acconciarsi a’ cibi di magro perché il mio fratello Sindaco ad onta della carica è più ortodosso di me».

È difficile capire se a condurre tali personaggi in casa Svampa fosse stata la presenza del sacerdote o del sindaco: forse di entrambi, visto che le visite finirono per assommarsi negli stessi giorni in cui anche don Domenico era a Montegranaro, prima cioè che riprendesse la via di Roma. Evasio Svampa (1852-1912), suo fratello minore, era amministratore dei possedimenti familiari che i due avevano ereditato alla morte dei genitori (il padre nel 1856, la madre nel 1872). Con lui Domenico mantenne un assiduo carteggio (1884-1907), pubblicato ormai alcuni decenni or sono da Alessandro Albertazzi in un corposo volume.

Cattolico fervente, Evasio Svampa era dunque (sul finire, ormai, del pontificato di Pio IX) in prima linea nell’impegno civico. Ciò non gl’impedì di mantenere la sua libertà interiore, che nell’episodio citato finì per manifestarsi nell’osservanza del digiuno: un’osservanza che, nelle parole del fratello sacerdote, finisce quasi per essere giudicata, se non eccessiva, certo scrupolosa. Curioso è il fatto che nella circostanza la visita fu portata a un ecclesiastico da un ufficiale civile e che a quest’ultimo toccò il pranzo di magro: a differenza del famoso pranzo regale del 1904, stavolta si trattò però di un’imposizione senza possibilità di scelta, anche se è vero che il direttore del telegrafo non restò a digiuno, come invece accadeva a tanta gente che a quel tempo non solo non poteva scegliere, ma faceva persino fatica a trovar da mangiare. Ed è pur vero che a volte la storia si ripete, ma cambiando i ruoli dei protagonisti, e questo è un insegnamento da tener presente, poiché chiede di mettersi nei panni dell’altro, panni che un domani potrebbe toccare a noi di dover indossare…

di Felice Accrocca