· Città del Vaticano ·

Invidie incrociate e cure discusse

Ritratto di Andrea Cesalpino (anonimo)

MEDICUS PAPAE — IL SEICENTO

28 agosto 2020

Un secolo lungo tra scoperte e contestazioni


A cavallo del nuovo secolo, il XVII, c’è la figura di Clemente VIII (1592-1605). Fra i tanti archiatri che ebbe a disposizione, undici addirittura nella serie mandosiana, il più noto fu l’aretino Andrea Cesalpino, che a Roma accanto a questo incarico tenne anche la cattedra di medicina alla Sapienza. Come medico ha fornito un importante contributo per capire il meccanismo della circolazione del sangue negando la tesi di Galeno che fosse il fegato all’origine del flusso sanguigno. Inoltre si narrava che nel 1595 all’approssimarsi della morte, il medico abbia visitato Torquato Tasso nel convento di Sant’Onofrio sul Gianicolo, anche se la notizia «ha più del romanzo che della vera storia». Al breve pontificato di Leone xi, durato 18 giorni dal 1º aprile 1605 al 27 aprile 1605, seguì quello più lungo di Paolo v (1605-1621), nel quale dal punto di vista storico si registra l’inizio in Europa della guerra dei Trent’anni. Con lui inoltre si conclude anche la digressione mariniana sugli archiatri pontifici, nella quale gli vengono assegnati come medici segreti Vittorio Merolli e Cinzio Clementi. Il primo dei due si era guadagnato la fiducia del futuro Papa molto prima di occupare la cattedra petrina. Infatti Camillo Borghese se l’era portato direttamente da Jesi quando era governatore della città perché «lo aveva guarito chiudendolo dentro un’aperta mula».

Tra i medici segreti di Gregorio XV (1621-1623) Mandosio enumera Bernardino Castellani, «espertissimo di medicina e filosofia», Vincenzo Alfario Croci e Pompeo Caimi di Udine. Illustre medico e autore di più di venti trattati di medicina tra i quali un De melancholiae cognitione et curatione, un De dolore disputatio e un De humana longevitate, aveva però nell’opinione dei suoi contemporanei un unico difetto, quello che prestava fede all’astrologia. Di lui infatti si raccontava che avesse rinunciato a una cattedra di filosofia all’Archiginnasio di Roma (la Sapienza) conferitagli da Paolo v perché aveva visto «un cielo troppo infausto e avverso» nel caso avesse accettato quella nomina. Per la stessa ragione aveva rinunciato a un lauto stipendio di milleduecento scudi d’oro all’Accademia pisana; al di là di ciò la scelta del Papa cadde su di lui «non a caso ma con ponderazione», conclude Mandosio non senza fare un po’ ironia.

Di Urbano VIII (1623-1644) furono medici segreti Giovanni Giacomo Baldini, che attese anche alla cura di Innocenzo x, Taddeo Collicola e suo nipote Silvestro Collicola. Quello del senese Giulio Mancini, altro archiatra di Papa Barberini, è invece un classico caso di invidia medicorum. Questi infatti aveva vinto per concorso un posto all’ospedale romano Santo Spirito in Sassia, allorché i suoi colleghi cominciarono ad accusarlo di essere negligente nella cura dei malati e questo per dedicarsi agli affari suoi. Chiamato a discolparsi di una tale infamante accusa il dottor Mancini riuscì a dire di ogni suo paziente «da dove venisse, quanti anni avesse, qual era il suo stile di vita, quale morbo avesse e da quanto, che tipo di terapia aveva adottato». Di fronte a una tale ricchezza di particolari e alla dimostrazione di una simile attenzione verso i malati «l’invidia dei maligni fu annientata». Urbano VIII, che ne apprezzava le doti, lo volle con sé dall’inizio del pontificato. Anche il suo stile di vita era parco e misurato benché fosse ricco e alla morte lasciò nel testamento sessantamila scudi d’oro per permettere ai giovani senesi di studiare diritto, medicina e filosofia.

Di Innocenzo x (1644-1655) furono cinque i medici segreti (stando all’elenco di Mandosio, quello di Marini raggiunge le dieci unità). Del fiorentino Baldo Baldi il destino fu presto segnato. Infatti morì pochi mesi dopo essere stato nominato medico del Papa per aver contratto una malattia che, pur essendo così bravo, non riuscì a curare da sé; la ragione andava ricercata nel fatto che «non gli giovò il nuovo stile di vita, mentre aveva dovuto lasciare il vecchio. Infatti mentre fin lì aveva seguito un certo regime di vita, adesso gli toccava stare sveglio fino a mezzanotte e quindi cenare; durante il giorno [poteva] pranzare quando veniva la sera, e [gli toccava] adeguarsi alle altre scomodità che il palazzo obbliga a subire». La figura di un altro medico segreto del Papa, Gabriele Fonseca, di origini lusitane e professore a Pisa, Padova e quindi a Roma, sembra riproporre un caso simile a quello di Giulio Mancini al tempo di Urbano VIII. Il suo equilibrio, la sua competenza e la sua fedeltà attirarono la gelosia dei colleghi, ma «il Papa – scrive Mandosio – lo ebbe in grazia quanto più si rendeva evidente la malignità e l’invidia di quelli che lo denigravano». Degli altri quattro archiatri di Papa Pamphili sicuramente però il più noto fu il romano Paolo Zacchia, che approfondì gli studi di medicina legale tanto che il suo Quaestiones medico-legales era considerato un classico in Europa. Per la sua fama era tale che meritatamente gli veniva attribuito l’appellativo di medicorum et iureconsultorum Mercurius e di Hermes italicus. Oltre che medico segreto di Innocenzo x egli fu anche protomedico, funzione che lo rendeva responsabile dell’amministrazione sanitaria di tutto lo Stato pontificio.

Alessandro VII (1655-1667) ebbe come medico segreto ancora il marchigiano Giovanni Giacomo Baldini che lo era stato anche dei suoi predecessori Urbano VIII e Innocenzo x. Tuttavia con Papa Chigi questo archiatra dovette «rinunciare al meritato incarico reso incapace a motivo delle cattive condizioni di salute e della vecchiaia». Al suo posto ci andò Mattia Naldi, concittadino del Papa e già ben conosciuto dal Pontefice, che godeva di una certa notorietà e fama anche all’estero per aver curato con successo il principe di Damasco affetto da un morbo gravoso.

Durante il breve regno di Clemente ix (1667-1669) medico segreto fu Benedetto Rita da Leonessa. Docente di medicina alla Sapienza a partire dal 1638, era stato per diversi anni protomedico generale prima di «essere prescelto in suo archiatro segreto dal Papa». Nel successivo pontificato di Clemente x (1670-1676) medico del Papa fu Florido Salvatori, anche lui professore di medicina alla Sapienza con uno ricco stipendio di 700 scudi. Al tempo però di Innocenzo xi (1676-1689) «afflitto da molte molestie e affanni, dovette sopportare non poche gravi situazioni, traendone non poco danno», così Mandosio in maniera però alquanto sibillina sintetizza la sua esperienza di vita. Più chiaro, sempre nei limiti della discrezione risulta lo storico Renazzi, il quale spiega in questo modo i fatti: «Soffrì gravi peripezie per amoroso intrigo donnesco; onde sotto Innocenzo xi fu sospeso dalla Lettura [sc. dall’insegnamento] e multato con la ritenzione dello stipendio» e questo a motivo «d’un fallo in cui di leggieri possono incorrere medici curanti belle e amabili donzelle».

Di Innocenzo xi (1676-1689) fu medico segreto Francesco Santucci, che lo curava fin da quando era cardinale. Nello stesso tempo è proprio negli anni di Papa Odescalchi che si innesta la parabola medica del romano Giovanni Maria Lancisi (1654-1720) che arriva ad abbracciare ben quattro pontificati, quello di Innocenzo xi (1676-1689), di Alessandro VIII (1689-1691), di Innocenzo XII (1691-1700) e di Clemente xi (1700-1721). Prima medico assistente nell’ospedale Santo Spirito, quindi lettore di «chirurgia et anathomia» presso la Sapienza, nel 1689 aveva assunto l’incarico di medico di Innocenzo xi. Come archiatra pontificio curò il Papa in un male che lo aveva colpito nel giugno dello stesso anno e che lo avrebbe portato alla morte poco più tardi, il 12 agosto. È rimasto famoso nella storia della medicina il conflitto che lo oppose all’altro medico pontificio Marcello Malpighi che sollevò la questione che si sarebbe potuta portare una cura più valida a Papa Odescalchi. In ogni caso la scomparsa del Papa gli costò la riconferma. Infatti il nuovo Pontefice Alessandro VIII, gli preferì come medico personale Romolo Spezioli da Fermo, «soggetto dottissimo e stimatissimo nella sua professione». Questi tuttavia non riuscì a venire a capo della malattia che lo aveva colpito agli inizi del 1691 e che lo avrebbe ucciso di lì a poco (1.2.1691), dopo aver regnato 1 anno, 3 mesi e 26 giorni (dopo di lui solo il pontificato di Giovanni Paolo I sarebbe stato più breve).

Nel ruolo di archiatra di Innocenzo XII che seguì Alessandro VIII sulla cattedra di Pietro fu richiamato Marcello Malpighi fino al 1694, anno della morte dell’illustre medico dell’Università di Bologna. Il suo posto fu quindi preso da Luca Tozzi, ordinario della cattedra di Medicina a Napoli e quindi alla Sapienza, durante il periodo che fu al sevizio di Papa Pignatelli. Con la scomparsa di questo Pontefice durante l’Anno Santo del 1700, Luca Tozzi divenne medico ordinario di Carlo ii di Spagna, il quale però morì proprio mentre il sanitario si stava dirigendo a Madrid. Perciò fece prima ritorno a Roma, dove Clemente xi gli confermò che lo avrebbe mantenuto nell’incarico di medico pontificio, ma fu il viceré di Napoli, il duca Medinaceli, a trattenere definitivamente il medico nella città partenopea per potersi accaparrare le sue cure.

di Lucio Coco