· Città del Vaticano ·

Innamorata della bellezza e della vita

Una originale raffigurazione della santa in un quadro della parrocchia a lei dedicata nella diocesi argentina di Quilmes (particolare)

Santa Rosa da Lima

22 agosto 2020

Credo che per parlare di un santo occorra innanzitutto parlare dell’incontro avvenuto con lui, per renderlo vivo nell’esperienza personale. Nella comunione che si genera nella Chiesa, i santi sono appunto persone che ci accompagnano nel cammino con la loro personale storia di vita. Santa Rosa da Lima è una persona profondamente appassionata, con moltissime sfaccettature come un diamante, dove ogni faccia riflette luce e nell’insieme diventa una trionfo di colori e di splendore. Così è Rosa, difficile da racchiudere in poche righe, una donna del suo tempo, non estranea alle problematiche della gente comune, immersa profondamente nella vita dei suoi giorni, ma con il cuore e la mente sempre vicini al suo Signore, che l’ha chiamata in maniera speciale. Rosa, come la Beata Vergine Maria, a cui è legata da un filiale e tenero affetto, ha fatto della sua vita uno spazio accogliente, spazio in cui Dio è potuto entrare e compiere le Sue meraviglie.

Isabel Flores de Oliva, questo il suo nome, nasce il 20 aprile 1586 e muore il 24 agosto 1617, a Lima. Non si sposterà mai dalla sua città, anche se il suo desiderio più profondo era quello di partire per una nazione lontana a evangelizzare, portando l’annuncio di salvezza. Viene ribattezzata “Rosa” da una delle serve di famiglia, incantata per la bellezza della bimba, e da allora questo sarà il suo nuovo nome, che il Signore stesso le conferma chiamandola, in una visione, «Rosa del mio cuore». Una ragazza bella, che irradia, come narra il suo biografo, «innocenza, dolcezza e grazia», ma anche una donna anticonformista e decisa, che ha sfidato il suo tempo, che ha scelto per sé la parte migliore e non ha permesso a nessuno di togliergliela. La sua determinazione è tale che è andata contro le decisioni che la famiglia aveva preso per lei, arrivando perfino a sfigurare il suo bell’aspetto pur di dissuadere i pretendenti che le presentavano.

Credo che a lei si possa adattare questa bella espressione di san Giovanni Crisostomo: «Nulla spinge tanto all’amore chi è amato, quanto il sapere che l’amante desidera ardentemente di essere corrisposto». Rosa non si è fermata al dovuto, è andata fino al dono estremo, senza calcoli, desiderosa solo di donarsi per la salvezza delle anime, incarnando l’ideale dell’Ordine dei Predicatori, in cui entra come terziaria. Rosa conosce ben presto la famiglia fondata da san Domenico perché la sua casa era vicina al convento domenicano della città, dove troveremo un altro santo, che con lei ha stretto un rapporto di profonda amicizia: Martino de Porres. I due religiosi sono molto affini, entrambi desiderosi di donarsi e crescere nell’amore, nella preghiera, nella penitenza, nella pazienza, nello zelo. L’amicizia nella famiglia domenicana si trova spesso, è come parte integrante dell’Ordine: è complementarità tra uomo e donna che crea unità e completezza. Come dice un autore «L’amicizia è un modo di vivere la Chiesa». E senza dubbio è ciò che Rosa e Martino hanno vissuto, uniti nella missione comune. «La partecipazione universale al sacrificio di Cristo fa sì che tutti nella Chiesa partecipino non solo alla missione sacerdotale, ma anche a quella profetica e regale di Cristo. In questo si esprime il “grande mistero”: la Sposa unita al suo Sposo; unita, perché vive la sua vita; unita in una maniera tale da rispondere con un «dono sincero» di sé all’ineffabile dono dell’amore dello Sposo» (cfr. Mulieris dignitatem, 27).

Una risposta d’amore che diventa dono e che assume in Rosa sfumature forse al mondo di oggi eccessive o incomprensibili. Si sottopone infatti a pratiche penitenziali molto dure in espiazione dei suoi peccati, di quelli del prossimo e per le anime del purgatorio, nonché come intima unione alla Passione di Cristo. In lei inoltre le esperienze di sofferenza della vita diventano un mezzo, una opportunità di crescita, di ricerca del volto di Dio, nella certezza che non sono mai vissute da soli: Gesù stesso le disse dopo una grande prova: «Avresti tu vinto se io non fossi stato con te?». Anche nella notte, il Signore è presente. Il grido interiore di Rosa, sull’esempio di san Domenico, è: «Quante anime si perdono!». Rosa ha sete della salvezza di tutti, non potendo permettere che alcuno dei figli, che sente come suoi, si perda: è esperienza di maternità universale un’attitudine in lei perfettamente incarnata, trovando l’urgenza, dopo il “contemplari”, dell’“aliis tradere”.

Innamorata della Bellezza divina, scrive: «Mi spingeva fortemente a predicare la bellezza della grazia divina, mi tormentava. Mi parve che l’anima non potesse più trattenersi nel carcere del corpo, ma che la prigione dovesse rompersi, ed essa se ne andasse per il mondo gridando: Oh se i mortali conoscessero che gran cosa è la grazia, quanto è bella, nobile e preziosa, quante ricchezze nasconde in sé, quanti tesori, quanta felicità!».

Questa sete è attinta dalla sorgente del suo cuore, dove troviamo una vena profonda di compassione, che la spinge a dissetarsi al costato di Cristo per trovare la forza di donare la vita fino alla fine. Rosa si mette sempre a servizio della volontà divina, tanto che il suo desiderio e quello di Cristo arrivano a essere un tutt’uno, in una fiducia incondizionata, in lei sembrano ritrovare voce le parole dell’apostolo: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).

Segnata dal sigillo della Passione, le sue ferite sono stigmate di amore per un mondo di schiavi, diseredati, sofferenti: essi la amavano, perché mostrava loro un Dio non lontano dalle loro sofferenze, non estraneo alle vicende di ogni uomo. Si dice di lei che «nessuno poteva conoscere Rosa e non amarla». All’amore per il crocifisso Rosa affianca l’amore ai fratelli, soprattutto ai malati più soli, ripugnanti agli occhi del mondo e perciò abbandonati. Lei come il pastore esce per le strade di Lima a cercarli, se li carica sulle spalle e li porta nella sua stanza per curarli. Molti per le sue cure guariscono, anche miracolosamente, e Rosa dà il merito a Gesù Bambino, il suo “doctorcino”, il “dottorino”, come amava chiamarlo, che ogni giorno si presenta a lei. L’amore a Lui e a Maria, nel mistero dell’Incarnazione, caratterizzano la sua vita.

Rosa si prende cura della vita, in tutti i suoi stadi, riconoscendo profonda dignità a ogni creatura. Vede infatti la Bellezza divina riflessa, oltre che nell’uomo, in ogni essere: animali, insetti, piante, fiori. Tutto in lei è come se si armonizzasse e ritrovasse quella pace dove l’uomo e il creato sono riconciliati.

Il motivo che spinge Rosa a tutto questo? Il «troppo grande amore» (cfr. Ef 2, 4) di Cristo. Rosa sa di essere amata e preziosa e non vuole perdere nemmeno una briciola di quel tempo che le è stato donato.

Credo sia questo il messaggio che ancora oggi Rosa ci consegna: prendersi cura della vita, con amore gratuito e libero, non chiudendosi in un auto-centramento egoistico ma schiudendosi, come una rosa, e spargendo il buon profumo di Cristo.

di Paola Diana Gobbo
Monaca domenicana del monastero Santa Maria della Neve e San Domenico di Pratovecchio Stia (Arezzo)