· Città del Vaticano ·

In preghiera per il Libano culla di speranza

L’immagine della Madonna della Lobra

Il cardinale Sandri al santuario di Maria Santissima della Lobra

20 agosto 2020

Un pensiero per «l’amato» Libano — «culla di speranza per il permanere dei cristiani nel Medio oriente, ma tanto insidiato non solo dalle fatiche e dal dolore provocato dall’esplosione al porto di Beirut, ma anche per il perdurare dell’instabilità politica e la grave crisi economica» — è stato rivolto dal cardinale Leonardo Sandri durante la celebrazione eucaristica presieduta domenica mattina, 16 agosto, nella parrocchia di San Francesco d’Assisi, a Sorrento.

Nella sua omelia il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali ha preso spunto dal brano evangelico della liturgia, che racconta come Gesù si spostasse dalla Galilea andando più a nord, nella regione di Tiro e Sidone, città che oggi si trovano al sud del Libano.

I cristiani del Paese dei cedri, ha sottolineato in proposito il porporato, «sono orgogliosi di ricordare questo episodio del Vangelo», perché «possono dire: Gesù è stato anche in mezzo a noi, sulla nostra terra». Questa esperienza però, anche se non «in senso di presenza fisica, può e deve essere anche di ciascuno di noi, affinché possiamo dire: Dio è stato anche nella mia casa, nella vita, ha ascoltato il grido del mio cuore come quello della donna protagonista del dialogo con Gesù nel Vangelo, di cui è lodata la fede».

Sempre riferendosi alla pagina evangelica, il prefetto ha riconosciuto come, a un primo approccio, sia difficile comprendere «la durezza delle risposte di Gesù» alla donna cananea, donna che soffre portando nel cuore «la tragedia di una madre che vede soffrire il proprio figlio, che ha dato alla luce e accompagna nel cammino dell’esistenza». A una lettura più attenta, però, «forse possiamo comprendere l’atteggiamento di Gesù non anzitutto come rivolto alla donna per escluderla, ma per ribadire per più volte la validità della promessa di Dio al suo popolo, Israele». Infatti, mentre «sembrano chiudersi le porte della speranza per la madre dell’episodio evangelico», in realtà Gesù «sta bussando con forza alle porte del cuore dei figli della promessa ad Abramo, quasi a svegliarli come con i rintocchi di una campana», assicurando che Dio non ha dimenticato la promessa, Dio è fedele, è l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Il Vangelo di Matteo, ha aggiunto il cardinale Sandri, continua «a ricordare questo fatto, essendo scritto per comunità che provenivano in buona parte dalla fede giudaica». Nelle sue pagine «vediamo tante persone che si accorgono di Gesù e lo seguono, ma anche molte che tengono chiusi gli occhi del cuore e della mente, e lo rifiutano»: continuano a dire che «Dio è fedele, che Dio ha promesso, ma in realtà non vogliono vivere del compimento della promessa, rimanendo estranei a Gesù». È un rischio, ha ammonito, anche «per ciascuno di noi: domandiamoci se siamo cristiani perché ripetiamo le parole della fede, o perché ripetendole le viviamo ogni giorno nella preghiera di lode e di ringraziamento, e nella carità operosa che manifesta il nostro essere fratelli in Cristo».

Rimane comunque «la conclusione del dialogo di Gesù, che loda la donna perché ammette di non avere trovato una fede così grande in coloro che si sentivano i privilegiati perché i primi destinatari della promessa».

Nell’insistenza umile e determinata della donna che «con dignità e forza supplica per la vita di suo figlio — ha detto il porporato — possiamo rileggere le invocazioni di tante madri, forse anche qui presenti, preoccupate per la condizione di malattia, disperazione o miseria della loro progenie». Anche loro a volte «hanno avuto o hanno l’impressione che Dio forse non ascolti il loro grido, eppure continuano a invocarlo, certe pur nella sofferenza che Egli c’è, è presente, e non si dimenticherà di noi che siamo sue creature, soprattutto i più fragili e afflitti».

Nell’Incarnazione, Dio stesso «non solo sta loro vicino, ma è presente in mezzo a noi in questi nostri fratelli più deboli: Gesù è il figlio della donna cananea, Gesù ha preso su di sé le sue sofferenze, le ha vissute in prima persona, e per questo non li lascia da soli». Anzi, ha aggiunto il prefetto, rivolge «un appello a ciascuno di noi per continuare ad avere fede, a riconoscerlo presente, a servirlo, ad amarlo, a rivolgerci a Lui», anche a volte elevando un grido e riconoscendo: «Sono debole, non ce la faccio più, ma con te so che posso andare avanti».

Anche il giorno precedente, sabato 15, durante la celebrazione della solennità dell’Assunzione, nel santuario di Santa Maria della Lobra, il cardinale aveva fatto riferimento al Libano, senza tuttavia dimenticare i tanti travagli che il mondo sta attraversando e che «hanno generato e generano morte; pensiamo alle vittime della pandemia che non accenna a indebolirsi nel mondo, ma anche a quelle delle violenze, delle guerre e delle tragedie» o «ai tanti dolori più nascosti nelle nostre case e famiglie». Il porporato ha invitato a guardare a Maria Assunta in cielo come «stella del mare e rifugio dei naviganti, Madre di noi tutti pellegrini su questa terra e in questa valle di lacrime». Poi, ha ricordato che la Vergine prega «per ciascuno di noi; lei ci ricorda di cercare la luce di Gesù che è in noi sin dal giorno del nostro battesimo, e di farla risplendere nelle tenebre del mondo».

In particolare, il prefetto ha fatto notare come «la carità concreta, la solidarietà verso i poveri e i bisognosi, la solidarietà nelle città e tra le generazioni siano i segni di una esistenza redenta e capace di accorgersi dei fratelli che incontriamo sul nostro cammino, come Maria che va a servire la cugina Elisabetta». Da qui l’invito a non dimenticarsi di Dio, come Egli «non si dimentica mai di noi».

Il cardinale ha poi sottolineato come Maria venga esaltata e raggiunga «le vette della grazia che a nessuna creatura umana era concesso di immaginare». Nelle parole del Magnificat ella «proclama che Dio ha guardato all’umiltà della sua serva e che le generazioni la chiameranno beata. Sa riconoscere il dono e rende grazie a Colui che ne è l’origine e la sorgente». Per il cardinale Sandri, la capacità di rimanere con «il cuore colmo di stupore e riconoscenza è il migliore antidoto contro la superbia e il pensare di poter possedere la grazia come se l’avessimo conquistata con le nostre forze». Questo cuore «profondamente radicato in Dio» consente infatti a Maria «di contemplare l’intera storia umana come una storia di salvezza: Egli è intervenuto e interviene in favore dei piccoli che confidano in Lui».

Il porporato ha quindi invitato a invocare per l’intercessione di Maria «uno sguardo puro e capace di vedere i grandi segni di Dio nella nostra vita». Poi, facendo riferimento alla bellezza e alla storia dei luoghi di Massa Lubrense, ha evocato in particolare l’immagine delle profondità del mare, che possono «rammentare come il Signore sia sceso nei nostri abissi». Nessuno, ha aggiunto, «si deve sentire così lontano che Gesù non possa raggiungerlo e salvarlo, come ricorda san Paolo». Infine, il ricordo del prefetto è andato ai devoti della Madonna della Lobra, che «la supplicano e la invocano, e rimangono legati al suo dolce ricordo anche da terre lontane, come l’Argentina da cui — ha ricordato — io stesso provengo».