· Città del Vaticano ·

Il diritto di contare

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Tradisce la missione svilire i carismi personali delle religiose

28 agosto 2020

Il libro di Margot Lee Shetterly, Il diritto di contare, narra la storia vera della matematica, scienziata e fisica afroamericana Katherine Johnson, morta a febbraio di quest’anno, che, negli anni Sessanta sfidando il razzismo e sessismo, riuscì a collaborare con la Nasa tracciando a mano le traiettorie per il Programma Mercury e la missione Apollo 11. Una donna che ha lasciato un grande segno nella storia dell’umanità e di grande esempio e stimolo per il mondo femminile. Dal libro, poi, è stato girato il film omonimo. Ma non vogliamo parlare di lei e del fatto che la Nasa le abbia intitolato uno dei suoi stabili; e neppure del razzismo che continua a fare il suo corso, e lo stiamo constatando drammaticamente in questi ultimi giorni. Niente di tutto ciò, anche se parlare delle donne e dei loro diritti ci riporta molto, ma molto indietro nel tempo.

Toccare, poi, l’ambito delle donne consacrate, delle religiose in particolare, risulta veramente imbarazzante. Molto si è detto e si dice; altro si è scritto e si scrive, a volte quasi con superficialità come a dire che tutto va bene, specie nella vita religiosa femminile. L’articolo del gesuita Giovanni Cucci su «La Civiltà Cattolica» è arrivato finalmente e fortemente a stigmatizzare un modo di fare e pensare che nulla ha a che vedere con la consacrazione religiosa, ma che la conduce pericolosamente verso la mondanità di cui parla Papa Francesco, della gente «che va a messa tutte le domeniche, che si dice cristiana, ma che ha perso la coscienza del peccato».

Cucci ha portato all’attenzione del lettore i drammi quotidiani di molte religiose le quali hanno scelto quella vita seguendo una chiamata ben precisa e null’altro, e mai avrebbero pensato di trovarsi in situazioni di inaccettabile sofferenza. Il Vaticano II ha dato uno scossone significativo anche alla vita consacrata. Negli anni successivi, fino a oggi, sono stati pubblicati documenti per aiutarne la comprensione e approfondirne molti aspetti. Rispetto alla vita comunitaria, il documento, datato 1994, della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, La vita fraterna in comunità, esordisce asserendo che i discepoli, «quelli riuniti nelle comunità religiose, donne e uomini “di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (cfr. Apocalisse, 7, 9), sono stati e sono tuttora un’espressione particolarmente eloquente di questo sublime e sconfinato Amore». Nondimeno sottolinea anche come «in alcuni luoghi sembra che la comunità religiosa abbia perso rilevanza agli occhi dei religiosi e religiose e forse non sia più un ideale da perseguire». Non dobbiamo assolutamente pensare che la vita religiosa sia un fallimento o un ideale irrealizzabile; certamente è un cammino impervio, a volte doloroso, dove si cade anche, ma ci si rialza così come ha fatto Gesù portando la croce, perché la sequela non è un gioco da ragazzi. E la vita comunitaria è una grande prova giacché la diversità certe volte ci spaventa facendoci alzare barriere. Però è in essa che l’ideale evangelico dell’amore per il prossimo prende forma a immagine della Trinità, ed è «come olio profumato sul capo, che scende sulla barba di Aronne» (Salmi, 133, 2), o almeno si prova.

Ciò detto la comunità non va idealizzata né svilita: bisogna crederci e costruirla insieme mettendo Cristo al centro, altrimenti la vedremo crollare sotto il peso dei nostri individualismi. Purtroppo a volte constatiamo — e Cucci fa testo, ma non solo lui — come siano proprio l’egocentrismo e il desiderio di potere le cause principali dell’innesco di dinamiche prettamente umane che poi finiscono per logorare gli individui più deboli, magari proprio coloro che credono sinceramente nella consacrazione religiosa e sono successivamente inseriti in un quadro di obbedienza-sottomissione alquanto innaturale.

L’obbedienza è fondamentale nella vita cristiana e religiosa; in essa Dio ci chiama alla libertà, rendendoci docili alla sua volontà, ecco perché l’obbedienza autentica dona pace e gioia, anche nella sofferenza della rinuncia a ciò che pensiamo sia meglio per noi. Papa Francesco ancora una volta ci ricorda: «Essere cristiano è dunque “essere liberi” attraverso la “fiducia” in Dio», ciò che san Paolo ripeteva insistentemente. Essere adulti, liberi e felici; amare, vivere nella pienezza dello Spirito e illuminare il mondo è lo scopo di tutta la vita consacrata; derogare a questo compito, a questa grande missione nella Chiesa non è possibile. Coloro che scelgono la via della castità, povertà e obbedienza rinunciano consapevolmente e con gioia al proprio modo di sentire e vedere per conformarsi pienamente a Cristo. Ciò non significa abdicare a quei talenti che Dio ci ha regalato, anzi: vanno messi al servizio di tutti. Eppure in certe comunità religiose femminili “pensare” — non si sa perché — è considerato l’ottavo peccato capitale, che si sposa bene con la superbia e la mancanza di umiltà. È un modo sottile e dannoso di far morire i carismi personali che tanto fanno bene alla comunità e alla Chiesa; senza volere si seppelliscono i doni dello Spirito per lasciare posto a un’“uniformità” che porta a una sorta di appiattimento intellettuale e spirituale. Non sempre i carismi entrano nel circolo della “fedeltà creativa”, anzi sono “traditi” dal voler “essere” nel mondo, dall’attivismo, e come dice Papa Francesco dalla «mancanza di docilità» alla Parola di Dio, pensando che la propria «interpretazione» della stessa sia “più giusta”.

Un tema mai considerato e veramente importante è quello delle religiose impegnate nelle attività accademiche universitarie. Ebbene nelle comunità religiose femminili frequentemente non si apprezza questo importante servizio reso alla Chiesa, addirittura è trasformato in un peso da portare. La maggior parte delle religiose che si sono confrontate su questo punto hanno esposto il personale disagio umano e psicologico al quale sono sottoposte. In alcuni casi sono le stesse superiore a non considerare l’insegnamento universitario una “missione” della congregazione, pretendendo “integrazioni” apostoliche nelle scuole proprie e ignorando il carico di lavoro e di responsabilità che comporta l’essere docente universitario. Allora si insinua forte il dubbio che siano in molte a non aver compreso il senso autentico della parola “missione”, che pare non sia tale se non coincide con lo specifico apostolato dell’istituto. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Giovanni, 3, 16).

Non siamo noi l’origine, il significato e il centro della missione cristiana, ma è il mistero della santissima Trinità, del Dio che si fa carne, Gesù, ed entra nella storia per mezzo dello Spirito santo. La dimensione missionaria della Chiesa, e di coloro che vi partecipano, è onnicomprensiva, abbraccia tutto. Si è in missione quando si fa catechesi, si visitano gli ammalati, si amministrano i sacramenti; quando si lavora per la pace e il benessere dell’umanità, o per lo sviluppo umano integrale e la giustizia. Per questo motivo, e per altri ancora, la vita religiosa, se vuole continuare a essere segno e presenza di Dio nel mondo, deve pensare in altri termini: inclusione, condivisione, accettazione, missione. L’annuncio del Vangelo implica un imponente cambio di mentalità a cominciare da coloro che reggono le comunità. San Basilio di Cesarea ci insegna che nessun superiore deve pensare di “imporre” ciò che è sua volontà come volontà di Dio, poiché è il Vangelo che conferisce l’autorità; inoltre il suo agire deve essere orientato non al bene del singolo, bensì della comunità (cfr. Regole). La comunità è il luogo del confronto, della maturazione, della crescita, del buon esempio, ma anche dell’ammenda e del perdono quando ci si scontra con i propri limiti. Tutti sono utili e nessuno è indispensabile, perché Cristo è uno solo, e ha dato alle donne, a tutte, il diritto di contare.

di Caterina Ciriello