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Frankenburger: vivo, morto o X?

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Cambiamento d’epoca

29 agosto 2020

Il 5 agosto 2013 più di duecento giornalisti si sono accalcati nei Riverside Studios di Londra. La folla, analoga a quella che si raduna per la presentazione degli ultimi smartphone o computer dei maggiori brand internazionali, non era però in attesa di un conglomerato prodigioso di silicio e vetro, bensì di un panino: un hamburger, per la precisione, non meno stupefacente dal punto di vista tecnologico.

Il panino in questione era una creazione del professor Mark Post, un docente di biotecnologia dell’università di Maastricht, che confezionò il piatto utilizzando carne sintetica (o carne artificiale o carne in vitro). La carne, cucinata dal cuoco Richard McGeown del Couch’s Great House Restaurant di Polperro, in Cornovaglia, è stata assaggiata dallo chef Hanni Ruetzler, studioso di alimentazione del Future Food Studio, e da Josh Schonwald.

Nel corso della presentazione alla stampa i due assaggiatori hanno detto che, a parte essere un po’ meno saporito di un tradizionale hamburger — cosa peraltro incidentale e superabile — il prodotto artificiale era in tutto e per tutto uguale agli hamburger tradizionali. La stampa ha dato enorme rilievo al fatto creando una serie di nomi per questo nuovo hamburger: in provetta, di laboratorio, coltivato, in vitro, prova di principio, senza crudeltà e persino il fantasioso ed evocativo Frankenburger.

Al di là dell’eco mediatica, l’hamburger sintetico era il frutto di cellule muscolari nutrite con proteine che avevano prodotto la crescita del tessuto. Il team olandese ha spiegato che, una volta innescato il processo, teoricamente è possibile continuare a produrre carne all’infinito senza aggiungere nuove cellule da un organismo vivente. Si è stimato che, in condizioni ideali, due mesi di produzione di carne in vitro potrebbero generare 50.000 tonnellate di carne da dieci cellule muscolari di maiale. La produzione dell’hamburger di Post era costata 331.400 dollari, cifra raggiunta grazie a una donazione anonima di circa 250.000 euro. In seguito si è risaliti al donatore, Sergey Brin, uno dei due fondatori del colosso informatico Google.

La realizzazione di questo alimento in laboratorio ha rafforzato il dibattito che diversi accademici stavano portando avanti sulla natura della tecnologia e sul suo significato per l’esistenza umana. Una prima domanda a cui sembra necessario rispondere è se la carne in questione sia da considerarsi viva o morta: il tessuto di cui è composto l’hamburger cresce e si moltiplica, ma non sembra avere le caratteristiche fondamentali per definirlo vivo. Inoltre questa carne non è naturale; ma non possiamo neanche classificarla come artificiale.

Il costo e la complessità di questo test pubblico, di fatto, potrebbero farci pensare che la ivm non sia altro che una prova di concetto destinata a restare tema di teoretiche e ipotetiche discussioni accademiche. Eppure il mondo delle biotecnologie è in fermento; e se lo stesso hamburger dovesse essere prodotto oggi, costerebbe solamente 10$. Il prezzo è destinato a crollare esponenzialmente nei prossimi mesi.

In questa nuova epoca come dobbiamo capire e classificare la realtà sintetica che stiamo “fabbricando”? Di fatto anche la vita sembra essere divenuta un qualcosa a disposizione della tecnica, e con questa realizzabile in maniera sintetica e sinteticamente plasmabile per ottenere le proprietà o le quantità desiderate.

di Paolo Benanti