· Città del Vaticano ·

Eredità viva

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A dieci anni dalla morte di monsignor Alberto Ablondi

20 agosto 2020

Il 21 agosto 2010, all’età di 85 anni, monsignor Alberto Ablondi concludeva la sua vita, a Livorno, città dove egli era arrivato nell’estate 1966, dopo che Paolo VI lo aveva eletto, il 9 agosto di quell’anno, vescovo titolare di Mulli, nominandolo poi vescovo ausiliare di Livorno e amministratore apostolico della diocesi di Massa Marittima. Con la sua nomina, Papa Montini aveva voluto offrire un sostegno materiale e spirituale a monsignor Emilio Guano, vescovo di Livorno dal 1962 al 1970, uno dei protagonisti del concilio, soprattutto per il suo contributo all’elaborazione della costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, colpito nell’estate 1965 da una malattia invalidante, che gli aveva impedito di prendere parte alla conclusione del Vaticano II.

A poco meno di 42 anni Ablondi aveva così incontrato Livorno che sarebbe diventata la “sua” Livorno, come amava ripetere: eletto vescovo «sede plena» di Livorno il 26 settembre 1970, alla città toscana sarebbe rimasto profondamente legato per il resto della sua vita, non lasciandola più, anche quando Giovanni Paolo II, il 9 dicembre 2000, nominò il suo successore, monsignor Diego Coletti.

Nato a Milano il 18 dicembre 1924, la sua famiglia si trasferì poco dopo a Sanremo dove Alberto crebbe, entrando nel seminario della diocesi di Ventimiglia nel quale venne ordinato presbitero il 31 maggio 1947. I primi anni del suo sacerdozio furono segnati dall’impegno pastorale a Sanremo, dall’insegnamento in seminario, dalle letture dei teologi d’oltralpe della Nouvelle théologie, dagli studi universitari a Genova e dalla sua cura per i giovani che gli consente, come assistente della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci), di conoscere, tra gli altri, monsignor Guano, oltre che dai primi incontri ecumenici. Nei lunghi anni del suo episcopato sono molti gli incarichi ai quali è stato chiamato a livello regionale, nazionale e internazionale — da vice-presidente della Conferenza episcopale italiana a presidente della Federazione biblica cattolica solo per citarne due — tanto da diventare una voce nota e ascoltata nella Chiesa italiana alla fine del ventesimo secolo, per i suoi interventi pastorali con i quali invitava a vivere un tempo di aggiornamento permanente della Chiesa teso a una presenza forte, ma mai “invadente”, dei cristiani nella società contemporanea.

Centrale nella sua azione fu la ricerca del dialogo, fatto di accoglienza e di ascolto, fondato su una conoscenza delle sacre Scritture, che andava oltre le questioni esegetiche, radicandosi con una frequentazione quotidiana in grado di cogliere la forza dirompente del messaggio evangelico; al tempo stesso costante fu il suo richiamo ai documenti del concilio Vaticano II perché rappresentano una fonte privilegiata proprio per la costruzione di una teologia del dialogo, secondo quanto scritto da Paolo VI, in tante occasioni, a partire dall’enciclica Ecclesiam suam. A dieci anni dalla scomparsa di Alberto Ablondi il richiamo alla centralità imprescindibile del dialogo nell’esperienza quotidiana di ogni cristiano costituisce un’eredità così viva per la Chiesa del ventunesimo secolo tanto più alla luce di come il presule seppe declinare questa categoria per sostenere la missione dell’annuncio e della testimonianza della Parola di Dio. In tale orizzonte va collocato il suo impegno per la causa ecumenica, tanto prezioso soprattutto per la promozione della traduzione interconfessionale della Bibbia in Italia e della formazione ecumenica nella Chiesa, andando oltre la recezione del magistero del Vaticano II.

Monsignor Ablondi giocò un ruolo fondamentale nella decisione del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, il 28 settembre 1989, di istituire una Giornata per l’approfondimento della conoscenza del popolo ebraico, in data 17 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, proprio per sottolineare, tra l’altro, il profondo legame tra quella conoscenza e il cammino ecumenico, nella linea di una riflessione che non si era affermata al concilio, dove era stata discussa e condivisa da tanti, anche se non era giunta a una sua formulazione.

Anche gli anni della malattia (Ablondi dall’inizio degli anni Novanta era affetto dal morbo di Parkinson) furono una testimonianza, talvolta faticosa, sempre accompagnata da una luce gioiosa che nasceva dall’amore per Cristo, di come costruire un dialogo con il quale vincere paure e tremori. Andare oltre, dopo aver sostato per ringraziare il Signore, sempre e comunque per tutto, della verità nella carità.

di Riccardo Burigana