· Città del Vaticano ·

Dalle parole ai fatti

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Come aiutare l’Africa in tempo di coronavirus

04 agosto 2020

Uno degli effetti collaterali più preoccupanti generati dal coronavirus è la crisi dell’economia a livello planetario. A pagare il prezzo più alto sono i Paesi poveri, quelli africani in primis. Stiamo parlando di quelle periferie del mondo dove la fame e le sofferenze sociali potrebbero raggiungere nei prossimi mesi ampiezza e livelli impensabili. La pandemia, peraltro, sta colpendo duramente non solo Paesi già deboli ma anche economie emergenti, rallentando e talvolta rischiando di annullare gli sforzi fatti e i successi ottenuti in anni recenti. Il covid-19 si è aggiunto pesantemente a situazioni già difficili a causa del cambiamento climatico e dei conflitti che si susseguono localmente.

È evidente che occorre affermare un salto di qualità nella gestione della res publica dei popoli, nella consapevolezza che esistono mali strutturali causati da una molteplicità di fattori: dalla parcellizzazione degli interessi su scala globale, alle azioni predatorie perpetrate secondo le tradizionali dinamiche protese alla massimizzazione dei profitti; dalle attività speculative sulle piazze finanziarie, con particolare riferimento al Sistema bancario ombra (Shadow banking), alla vexata quaestio del debito che pesa sempre più come una spada di Damocle sul destino di molti Paesi.

Il declassamento operato recentemente dalle agenzie di rating nei confronti di alcune economie africane, come quelle nigeriana e sudafricana, non fa che acuire questo pesante fardello. Per certi versi si sta riproponendo quanto avvenuto nel passato, durante la crisi finanziaria della fine dello scorso decennio che ebbe un impatto devastante sull’economia reale di molte nazioni del globo.

A questo proposito, in più circostanze, grazie al coordinamento del professor Raffaele Coppola, un gruppo qualificato di giuristi ed esperti di economia italiani dell’Unità di ricerca Giorgio La Pira del Cnr, del Centro di studi giuridici latinoamericani dell’Università di Roma Tor Vergata e del Centro di ricerca Renato Baccari del Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Bari, ha auspicato che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite giunga a formulare quanto prima una richiesta di parere alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja sui principi e sulle regole applicabili al debito internazionale, nonché al debito pubblico e privato.

L’obiettivo auspicato è che si proceda quanto prima alla rimozione delle cause delle perduranti violazioni dei principi generali del diritto e dei diritti dell’uomo e dei popoli, determinando così un obbligo inderogabile, come peraltro già si evince dalla Carta di Sant’Agata de’ Goti (una dichiarazione su usura e debito internazionale che risale al 29 settembre 1997) e da numerose risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu.

Da rilevare che qui si tratta di fare davvero tesoro, in modo perspicace, della grande tradizione del diritto romano e del diritto canonico, per la quale l’usura «pecuniae in fructu non est». Questo indirizzo è sempre più attuale e lo è ancora maggiormente ove si pensi alla necessità, da Papa Francesco messa in evidenza in più circostanze, di rivedere su basi etiche il sistema della finanza globale a fronte di pericolose ideologie, che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune.

Nella consapevolezza, comunque, che sono ancora lunghi i tempi per affermare il primato del diritto dei popoli sui mercati internazionali, è necessario definire quanto prima delle strategie che possano portare sollievo a tanta umanità dolente che sopravvive nei bassifondi della storia contemporanea. Si rivela molto interessante la proposta formulata dalla rete Link 2007, che associa alcune tra le più importanti organizzazioni della società civile dedite alla cooperazione internazionale per lo sviluppo e all’azione umanitaria. Con l’aiuto di esperti della finanza per lo sviluppo del calibro del dottor Roberto Ridolfi, hanno predisposto un documento che illustra la fattibilità di un’iniziativa, da proporre ai Paesi del g20, divenuta ancora più indispensabile in questo tempo di crisi, soprattutto per i Paesi africani.

Oltre agli sforzi congiunti della comunità internazionale per porre fine alla crisi sanitaria innescata dal coronavirus e per riavviare la crescita dell’economia globale, unitamente al sostegno che la cooperazione internazionale dovrà continuare a fornire per non tradire i partenariati costruiti e gli impegni assunti, la rete Link 2007 ritiene che sia necessaria un’azione congiunta e lungimirante dei Paesi del g20, volta al più ampio condono del debito dei Paesi più poveri e più colpiti o alla sua conversione dove le condizioni lo consiglino.

In particolare, si auspica la conversione del debito in valuta locale, un’operazione che potrebbe consentire la realizzazione di progetti sia di resilienza che di sviluppo umano e sostenibile in settori chiave e su precisi obiettivi dell’Agenda 2030, anche di fronte ad un eventuale rallentamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi Ocse-Dac, coinvolgendo sia il settore pubblico che quello privato. Tale indirizzo, peraltro, potrebbe in parte sopperire alla contrazione delle rimesse dall’estero, favorendo le comunità e le fasce più bisognose della popolazione, sia in aree urbane che nelle aree rurali, soprattutto in Africa.

D’altro canto — è bene sottolinearlo — una promozione degli investimenti, particolarmente nei Paesi in via di sviluppo con alte potenzialità demografiche, potrebbe dare quello che in gergo tecnico viene definito “boost”, cioè un impulso alla crescita planetaria. L’Europa in particolare, alle prese con la questione della mobilità umana dalla sponda africana, potrebbe ricavarne un vantaggio politico e operativo nel proporre un’azione sinergica di riduzione condizionata del debito dei paesi poveri, in favore della combinazione di investimenti sostenibili e strategici.

L’obiettivo è dunque aiutare i Paesi più vulnerabili che alla prova dei fatti già ora stanno fronteggiando una crisi economica, innescata sì dalla pandemia, ma che si aggiunge e amplifica le limitazioni strutturali di povertà e sottosviluppo già presenti. Questa iniziativa, in effetti, rappresenta la naturale evoluzione della decisione presa dal g20 lo scorso aprile per la sospensione del debito di settantasei Stati del Sud del mondo. La posta in gioco è alta se si considera il perimetro della Casa comune, ben descritto nel magistero di Papa Francesco. È in questo contesto che si colloca, infatti, il suo pensiero profetico, laddove ad esempio egli afferma con chiarezza che «l’economia e la finanza sono dimensioni dell’attività umana e possono essere occasioni di incontri, di dialoghi, di cooperazioni, di diritti riconosciuti e di servizi resi, di dignità affermata nel lavoro. Ma per questo è necessario porre sempre al centro l’uomo con la sua dignità, contrastando le dinamiche che tendono ad omologare tutto e pongono al vertice il denaro».

di Giulio Albanese