· Città del Vaticano ·

Dai druidi ai santi

La cappella semitrogloditica dedicata a san Gildas di Rhuys missionario gallese del VI secolo evangelizzatore della Bretagna meridionale

La millenaria tradizione dei «pardons» in Bretagna

24 agosto 2020

Piccoli o grandi, in riva al mare o nell’entroterra, in un bosco o al centro del paese, ogni estate i numerosi pardons — sono oltre mille le manifestazioni di fervore religioso che si svolgono annualmente in Bretagna — offrono ai partecipanti un’esperienza ecclesiale dalle molteplici sfumature: fraternità, ritorno alle origini, convivialità, liturgia, riti devozionali, celebrazioni, incontri, specialmente nei pressi delle innumerevoli cappelle e chiese, piccoli santuari di grande valore simbolico che caratterizzano questa regione così ricca da un punto di vista spirituale e culturale. «Il pardon è un evento forte per l’annuncio della gioia del Vangelo — afferma don Yves Laurent, della diocesi di Quimper et Léon, in un lungo articolo diffuso sul sito della Conferenza episcopale francese — in quanto occasione di espressione di una fede festiva, di apertura e accoglienza dei partecipanti, molto più ampia e diversificata rispetto alle assemblee domenicali. Permette inoltre di radicarsi nella cultura della nostra regione e di usare la lingua bretone. È un bellissimo dono della tradizione cristiana da ricevere, custodire e diffondere sempre di più».

Le radici dei pardons sono duplici. Secondo don Michel Scouarnec, sacerdote della diocesi di Saint-Brieuc et Tréguier, che ha lavorato a lungo su questo tema, le origini di questa tradizione risalgono a più di duemila anni fa, in un contesto precristiano e probabilmente druidico, alla congiunzione di due eventi importanti: l’attaccamento a determinati luoghi di culto (siti sacri, fontane, rocce) e la realtà socio-religiosa dei clan nella cultura celtica. Il culto aveva spesso una dimensione votiva: «La gente vi si recava dopo aver vissuto un momento di prova, per ringraziare un dio guaritore, sostituito nella cristianità da un santo guaritore». In alcuni casi, il nome di una chiesa tuttora testimonia questa eredità: per esempio la cappella di Notre-Dame-de-Manéguen, nella diocesi di Vannes, è soprannominata “Nostra Signora Incinta” perché lì si praticavano riti di fertilità prima dell’arrivo del periodo cristiano. Nella stessa regione si trova la cappella di “Nostra Signora della Nitidezza”, sorta su un sito dove si praticava il culto dell’acqua: in alcune fontane le persone si inginocchiavano e si passavano un panno imbevuto d’acqua sugli occhi per curare problemi di vista.

D’altro canto — spiega a «L’Osservatore Romano» don Gérard Le Stang, incaricato del grand pardon di Notre-Dame du Folgoët, nella diocesi di Quimper et Léon, uno dei tre più importanti raduni insieme a Sainte-Anne d’Auray, nella diocesi di Vannes, e a quello dedicato a sant’Ivo, a Tréguier, nella diocesi di Saint-Brieuc, che registrano una partecipazione di diverse migliaia di persone — «certamente le cappelle furono costruite su siti precristiani, ma la Bretagna è una regione dove l’evangelizzazione è stata continua e molto intensa dal v secolo, con l’arrivo dei santi fondatori venuti dalle isole britanniche, fino al XX secolo, e tuttora ancora molto intrisa di cultura cattolica, con tante vocazioni».

Del resto, a partire dal Medioevo (epoca che vede apparire il termine “pardon”), non si tratta più di invocare un santo per una guarigione del corpo, come nei primi tempi, ma di chiedere guarigione spirituale. Oggi, a livello diocesano, i pardons durano almeno due giorni, altri avvengono in un singolo paese ma la maggioranza sono raduni “di cappella”. «La maggior parte delle piccole assemblee in mezzo alla campagna si svolgono in una cappella edificata nei pressi di una fontana, date le numerose sorgenti in Bretagna», commenta per il nostro giornale don Jean-Yves Le Guével, parroco e responsabile del pardon di Baud, nella diocesi di Vannes, dove è incaricato della pastorale del turismo e dell’arte sacra: «Di solito la processione inizia con una cerimonia intorno all’acqua, di tipo battesimale, poi si dirige verso la chiesa con stendardi e canti in lingua bretone dedicati al santo patrono della cappella. Segue l’eucaristia, che a volte si conclude con la benedizione dei bambini. A chiusura della giornata un pranzo festivo nel tardo pomeriggio, che raduna fino a mille invitati». A volte l’organizzazione è affidata a un organismo corporativo, come i vigili del fuoco.

Durante l’anno le cappelle sono gestite da un comitato speciale, creato nella maggior parte dei casi negli anni Settanta da giovani praticanti sia per mantenere la vita cristiana sia per restaurare questi piccoli edifici religiosi. «L’attaccamento della popolazione a codesti luoghi è ancora forte, anche se questo solleva la questione del rinnovamento dei gruppi di volontari, con le nuove generazioni meno motivate», nota Le Stang. Comunque sia la dimensione culturale è fondamentale, i pardons permettono di valorizzare e conservare il patrimonio religioso, in particolare le piccole cappelle. I visitatori vogliono capire il significato di questi luoghi speciali, c’è una vera esigenza culturale che i cristiani locali intendono onorare.

Oggi la Chiesa in Bretagna vuole privilegiare non tanto le tradizioni folcloristiche quanto piuttosto un’azione pastorale per diffondere il Vangelo e vivere un’esperienza di comunione davanti al mistero della fede. D’altronde, vi partecipano tante persone che non frequentano necessariamente la messa della domenica: vicini di casa, famiglie che si recano in Bretagna per le vacanze, pellegrini. «I pardon sono indubbiamente giorni festosi e comunitari, ma anche e soprattutto giorni scanditi dalle processioni di preghiera e dall’eucaristia. Queste sono esperienze parrocchiali ma anche missionarie», insiste don Gérard. Inoltre rappresentano un’occasione di collaborare con membri di associazioni culturali, con il municipio a cui appartiene l’edificio, a volte anche commercianti. Dal canto suo Le Guével definisce il pardon come «un raro e prezioso momento di scambio tra praticanti assidui, persone che frequentano la messa in maniera occasionale e chi non crede affatto». Oggi il contributo della tradizione del pardon all’evangelizzazione e alla vita missionaria si rivela indiscutibile — commenta don Jean-Yves — «e le diocesi cercano di incoraggiare il più possibile il loro mantenimento attraverso il rinnovo dei gruppi responsabili e la diversificazione dell’offerta spirituale e liturgica, e più in generale lo sviluppo della vita nelle cappelle e l’estensione degli orari di apertura».

Quest’estate, però, gli organizzatori hanno dovuto far fronte alla crisi del coronavirus. Molte cappelle sono troppo piccole per consentire un distanziamento tra i fedeli, che spesso si radunano in tanti in queste occasioni; ecco perché è stato deciso di celebrare la messa all’aperto, anche se a volte è necessario resistere alla famosa pioggerella bretone. Altri siti minori hanno preferito annullare tutte le celebrazioni o rimandarle. Adattarsi all’emergenza covid-19 si è rivelato invece più semplice nei grandi santuari. A Sainte-Anne d’Auray il numero delle messe è stato moltiplicato per cinque per poter ridurre il numero di partecipanti, con la registrazione online obbligatoria. Purtroppo si è perso così il carattere popolare del pardon, perché alcuni fedeli non sono necessariamente a loro agio con le registrazioni online, mentre molte persone dall’esterno sono arrivate a frotte. Un piccolo sacrificio necessario che ha consentito, tuttavia, al rettore, don Gwenaël Maurey, di celebrare come ogni 26 luglio il grande raduno diocesano. Decisamente ottimista don Gérard Le Stang per il santuario di Notre-Dame du Folgoët, che si rallegra dal canto suo della recente autorizzazione della prefettura per il tradizionale grand pardon a inizio settembre, che si svolge sempre il sabato e la domenica precedenti la festa della Natività della Beata Vergine Maria (8 settembre). Poche modifiche rispetto al solito programma, ma fervore e tradizione intatti per questa celebrazione, isola di serenità a pochi giorni dalla ripresa dell’attività lavorativa o scolastica.

di Charles de Pechpeyrou