· Città del Vaticano ·

«Curiamo i pigmei nel cuore dell'Equatore
Senza medici, né energia elettrica»

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La foresta silenziosa "Rep. Centroafricana"

29 agosto 2020

Suor Donata Ferrari, da Maranello all’ospedale di Zomea, 50 posti letto e pannelli solari


Per parlare al telefono con suor Donata Ferrari occorre prendere un appuntamento e pazientare, anche settimane, prima che la missionaria comboniana abbandoni Zomea, piccolo villaggio nella foresta equatoriale della Repubblica Centrafricana, e affronti a bordo di un fuoristrada 150 chilometri di percorso accidentato per approdare nella capitale Bangui.

Il viaggio dura mezza giornata, e nella città suor Donata ritrova quel mondo che non può raggiungerla in mezzo alla foresta. Qui è possibile utilizzare la linea telefonica e quella internet. A Bangui c’è anche la corrente elettrica, assente nel villaggio di Zomea dove la religiosa modenese è tornata al principio del 2019 in un minuscolo ospedale, unico presidio sanitario della regione e unico dispensario della zona, fondato dalla diocesi polacca di Tarnow e gestito insieme alle suore comboniane al servizio degli ultimi che in questo territorio sono i pigmei, etnia che sta abbandonando lentamente il nomadismo e che da sempre è sottomessa al gruppo storicamente dominante – i bantù.

L’ambulatorio di Zomea, di cinquanta posti letto, funziona a pannelli solari e con un gruppo elettrogeno per le emergenze. Due anni fa Papa Francesco ha donato duemila euro per attivare maggiori risorse energetiche, un assegno arrivato grazie alla visita di una delegazione dell’ospedale romano del Bambino Gesù. Qui arrivano madri con figli denutriti o malati di malaria, la prima causa di morte dei bambini in questo luogo dell’Africa. «Non abbiamo medici veri e propri, le operazioni urgenti vengono eseguite da un infermiere con una lunga esperienza in sala operatoria. I medici sono rarissimi in Repubblica Centrafricana. Per sterilizzare i ferri dobbiamo attendere che siano un certo numero per risparmiare sui costi dell’operazione» racconta suor Donata, appesa a una telefonata whatsapp che va e viene. E’ lo stesso canale con cui chiama ogni due settimane la famiglia a Maranello, cittadina dell’Italia settentrionale conosciuta in tutto il pianeta per essere la patria del marchio Ferrari: cognome identico, ma è soltanto una coincidenza.

«Fin da piccola sognavo di fare la missionaria in Africa e poi è capitato che, crescendo, diventassi infermiera e partissi prima per l’Uganda e poi per lo Zambia». A ventisette anni Donata Ferrari ha deciso di diventare comboniana, e anche per questo ha lasciato l’Italia: la Spagna, l’Ecuador. Infine proprio Zomea, nel 2011, la sua prima destinazione in Repubblica Centrafricana, seguita da cinque anni a Bagandou in un ospedale più attrezzato. L’anno scorso le hanno chiesto di tornare nella foresta dei pigmei, dove la convivenza con i bantù è problematica e spesso sfocia nel disprezzo. «I pigmei vivono in una sorta di autoreclusione, difficilmente si avvicinano per chiedere aiuto. Il nostro è un lavoro anche culturale e comincia dai dettagli minuti: spesso devo ricordare ai pazienti di etnia aka, cioè i pigmei, che il turno spetta a loro e non devono cedere il posto a un bantù» racconta suor Donata per la quale questo dispensario alla periferia della periferia «in realtà è l’ombelico del mondo» e il rapporto con i malati diventa una relazione quasi famigliare di gratitudine e riconoscimento reciproco. «Facciamo in modo che non sia puro assistenzialismo – spiega - La sanità pubblica e gratuita non esiste in Centrafrica, ma storicamente i bantù hanno più potere economico e possono permettersi cure e medicinali. A Zomea invece applichiamo tariffe simboliche per i pigmei affinché vengano a curarsi e capiscano che in cambio di qualcosa possono ottenere una salute migliore. A volte tornano portandoci un pollo oppure polvere di manioca perché non posseggono altro».

Il cuore della missione è questo. Suor Donata lo racconta quasi stupendosi dell’attenzione provocata in chi sta ascoltando a migliaia di chilometri di distanza. Un lavoro sottotraccia, il suo, che non conosce riposo e abbraccia specialmente l’educazione al materno e all’alimentazione delle donne che arrivano con figli scheletrici. «Magari le madri stanno bene e i figli sono malnutriti, sembra un paradosso ma accade che queste donne abbiano molti bambini e non riescano a nutrire adeguatamente il più piccolo, o ignorino i principi della alimentazione, oppure trascurino i figli avuti da uomini che poi le hanno abbandonate. Non si tratta di povertà materiale, la foresta è davvero colma di ogni bene». A volte, invece, è la malaria: «Bambini molto piccoli arrivano quando non c’è più niente da fare e allora come donna di fede mi chiedo perché stia accadendo questa ingiustizia».

E poi esiste una seconda missione che riguarda il personale infermieristico, bisognoso di formazione. «I corsi per infermieri durano soltanto nove mesi, non esiste l’obbligo di aggiornamento, noi ci arrangiamo con un manuale di Medici Senza Frontiere e anche grazie alla mia esperienza di infermiera professionale». Per questo, oltre alla attività di gestione per la quale è stata inviata a Zomea, spesso la missionaria assiste alle visite ambulatoriali per dare un parere aggiuntivo e maturare una diagnosi insieme all’infermiere incaricato di visitare. «La mia presenza è un aiuto medico ma è anche importante per evitare che riemergano antichi retaggi di potere anche involontario tra infermiere bantù e paziente pigmeo. Se devo trovare una similitudine direi che spesso mi sento di oliare i meccanismi delle relazioni affinché le cose vadano nel verso giusto».

di Laura Eduati