· Città del Vaticano ·

Cristo non vuole una religiosità del “quieto vivere”

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Il Vangelo della XXII Domenica del Tempo Ordinario (Matteo 16, 21-27)

25 agosto 2020

Ci somiglia l’Apostolo Pietro. Con slancio e generosità ha appena risposto a nome di tutto il gruppo alla domanda di Gesù, proclamandolo come il Cristo e riconoscendolo come Messia. Tuttavia, come il resto dei suoi fratelli e come spesso anche noi, egli ha in mente un’altra idea di Messia, che naufraga dinanzi all’annuncio della morte di croce e della risurrezione.

Adesso Pietro è smarrito, la sua umanità cede alla paura, i calcoli “umani, troppo umani” che ha fatto sono stati rovesciati: il Messia non è immagine di un Dio potente e vittorioso, che sconfigge i nemici e ci trascina di gloria in gloria, ma è il segno vivente del Dio dell’amore che perde se stesso, si abbassa, lava i piedi all’umanità stanca, si annulla nel dramma della sofferenza umana e sceglie di morire pur di strappare dall’abisso della morte la creatura che ama. Dinanzi a questo progetto, che gli richiede impegno, sacrificio, donazione e amore, Pietro si spaventa e Gesù lo rimprovera duramente: lo aveva definito “pietra” dell’edificio del Regno, ora lo definisce “pietra di inciampo, ostacolo, addirittura Satana”.

Così è anche della nostra vita e della nostra fede. Siamo abitati da luci e ombre e, mentre con slancio ci appassioniamo e compiamo dei passi, allo stesso tempo la paura di impegnarci e di amare spesso ci trattiene, scalfisce le nostre presunte sicurezze e abbassa i nostri voli; così, nel cammino spirituale, a certi slanci del momento e a certi generosi impegni, corrisponde anche un immaginare Dio come una specie di “potente protettore” che mi mette al riparo dalle sfide della vita, un Dio a “uso e consumo” della mia vita, un Dio che utilizzo per la mia gloria o, molto spesso, un Dio dal quale non mi lascio mai “toccare dentro”, che non mi scuote, non mi ferisce, non sconvolge i miei schemi e non incide nelle mie scelte.

Questa religiosità del “quieto vivere”, che dispensa una falsa tranquillità e non mi smuove, che mi accarezza senza però mai mettermi in discussione sull’amore, non è quella che il Cristo vuole. Vai dietro di me, dice Gesù a Pietro. Per essere davvero cristiano devi seguire Cristo e andargli dietro, cioè vivere sulle sue orme: perdere la propria vita a vantaggio dell’altro, impegnarsi con coraggio nel bene, offrire se stessi per seminare speranza, tenerezza e perdono. In una parola: morire come Cristo. Prendere la croce di Gesù nella propria vita significa scegliere di non pensare più nel semplice calcolo umano, che si gioca sulla bilancia degli egoismi; significa scegliere di battere la via dell’amore, del dono di se, del bene a tutti i costi.

Una grande lezione per Pietro e per noi: non basta “sapere” chi è Dio e avere delle belle nozioni teoriche su di Lui; bisogna mettersi dietro di Lui e condividere il suo progetto. Essere cioè quel piccolo seme d’amore che muore e, nella tempesta del mondo, porta frutti di speranza e di vita.

di Francesco Cosentino