· Città del Vaticano ·

Come oggi lo Spirito chiama

Valentina Grilli, «Silentium» (2015)

27 agosto 2020

Da molto tempo, in ambito cattolico, nonostante la grande tradizione monastica, è andato affievolendosi il richiamo al silenzio. Ha assunto sempre più importanza l’azione, rispetto alla contemplazione. La meditazione silenziosa, la preghiera interiore, non solo non sono incoraggiate, ma guardate con sospetto, come pericolose per derive sincretistiche, se non apertamente considerate new age. Si teme che il silenzio porti a una preghiera intimistica, rivolta alla ricerca del proprio benessere, chiusa agli altri. In realtà il silenzio invita al deserto, spoglia, fa crollare schemi, pregiudizi, ideologie. Svuota.

Agevola l’azione dello Spirito santo tesa a smantellare l’assetto psichico che è come il fortino in cui si annida lo spirito del mondo, la volontà egoica che si insinua nell’anima. Dal momento in cui le relazioni sono fortemente in crisi e i rapporti interpersonali sempre più difficili, cresce il senso di smarrimento e di vuoto. La solitudine, vissuta per lo più come fallimento, sta in realtà venendo incontro come opportunità, come segno profetico che richiama verso l’interiorità e di fatto molte persone, proprio partendo da disagi esistenziali, si sono messe in cammino alla ricerca di percorsi spirituali. Dove c’è avidità, egoismo, l’amore non fluisce, occorre tornare ad attingere al profondo e qualcuno deve pur incominciare. Pertanto il richiamo al silenzio, sta divenendo sempre più emergente, senza però trovare corrispondenze nelle realtà cattoliche esistenti. Di fronte alla crescente sofferenza psichica, al vuoto dilagante, le forme tradizionali non vengono recepite come riferimenti idonei a intraprendere percorsi di trasformazione.

Eppure il primo comandamento biblico, «ascolta Israele!», richiede silenzio, solitudine, introspezione (...) Di fatto mentre monasteri e conventi si stanno svuotando, cresce l’esercito di cristiani battezzati che fanno yoga e si rivolgono a pratiche di meditazione orientale. C’è bisogno di una relazione diretta con Dio, di una preghiera che investa la parte profonda. Per riprendere la famosa citazione di Sant’Agostino in interiore homine habitat veritas. È dunque urgente chiedersi perché quei cattolici che sentono il richiamo al silenzio siano costretti a rivolgersi ad altre tradizioni. Questo fenomeno deve interrogare le gerarchie. La preghiera recitata, ripetitiva, corrisponde sempre meno alla sensibilità spirituale di oggi. Nel nostro tempo, in cui il silenzio sta divenendo imprescindibile anche per la salvaguardia psicofisica della persona, è sempre più necessario riscoprirne il valore di mezzo essenziale che apre all’esperienza interiore, al rapporto intimo con Dio. Purtroppo la Chiesa, non avendo dato continuità alla pratica della preghiera interiore, ne ha interrotto anche la trasmissione obbligando ad attingere altrove. È quindi sempre più necessario ricreare il ponte con la grande tradizione patristica, non tanto come fatto accademico e intellettuale, bensì per riattivarne la trasmissione incoraggiandone in ogni modo l’esperienza. In effetti, alcune importanti figure del secolo scorso, quali il monaco trappista Thomas Merton, il benedettino John Main, ma anche, per rimanere in Italia, padre Giovanni Vannucci dell’ordine dei Servi di Maria, ispirandosi all’esperienza di Evagrio, Cassiano ecc. e indagando l’immenso patrimonio spirituale cristiano, non hanno avuto timore a sperimentarlo in prima persona e a confrontarlo con le conoscenze di altre tradizioni. Il silenzio è un grande strumento di consapevolezza. Pacificando, apre l’anima alla luce dello Spirito. Cominciare da se stessi è il primo passo per ritrovare un rapporto autentico con Dio, per risvegliare la fede, ma allo stesso tempo per stabilire un rapporto amorevole con il prossimo. Preghiera interiore, silenzio, solitudine, più radicano nella comunione con Dio, più aiutano a sviluppare rapporti di comunione con gli altri. La carità è Dio stesso, e la si conosce sperimentandola nell’intimo. Se permettiamo a Dio di guarirci, la riceviamo facendone esperienza. Il punto dunque non è tanto fare la carità, bensì essere carità. Non c’è niente da dover mostrare, c’è da incarnare lo Spirito di amore. L’amore c’è, o non c’è. Il silenzio è mezzo efficace, accelera i tempi escatologici, tempi della trasformazione spirituale, e oggi, proprio per le grandi minacce che incombono sull’umanità, non è più tempo di aspettare. Il silenzio apre all’ascolto del Verbo inciso nel profondo del cuore. L’atto creativo che ci ha generati desidera agire anche attraverso di noi. Serve una fede matura, meditazioni e testimonianze sul silenzio capace di dare una risposta libera e consapevole che si riverberi nelle coscienze.

Non è più tempo di moralismo, di dover essere, è tempo di essere. Cominciare dal qui ed ora, da quello che siamo, sperimentare. Il monachesimo nasce come esperienza diretta di Dio da parte di solitari e anacoreti. Non servono atti di volontà, ma quel cedimento della volontà che permetta di affidarci completamente all’azione dello Spirito santo.

Per secoli la scelta radicale si è caratterizzata con la fuga mundi. Padri e madri del deserto, anacoreti, monaci, pellegrini hanno posto al centro del loro cammino la solitudine e il distacco dai beni materiali e oggi, senza dubbio, è innanzitutto necessario divenire consapevoli dell’assuefazione che genera il mondo attraverso forze non solo materiali, ma soprattutto psichiche e spirituali.

L’ingranaggio è sempre più perverso e difficile da smascherare, e quindi che si vada in cima a una montagna, oppure a nascondersi chissà dove, in qualunque luogo ci porteremo dietro quello che abbiamo dentro. Non ci si può distaccare dal mondo se lo spirito del mondo è radicato dentro di noi. Il vangelo in realtà chiede di stare nel mondo, senza appartenere al mondo. Gesù non dice di fuggire dal mondo, bensì di far crescere il Regno.

La salvezza evangelica agisce per sradicare dal profondo dell’anima lo spirito del mondo, consumare la dismisura tessuta dal tempo. Non chiede di combattere il mondo, bensì di svuotarlo dal di dentro accettando di patirne la contraddizione attraverso la forza dello Spirito santo che è amore. La liberazione non avviene attraverso atti di volontà, bensì attraverso l’abbandono all’opera dello Spirito santo che crea gli universi e che attraversa la nostra vita per rigenerarla. La creazione è sempre in atto. L’atto creativo è la perfetta misura della bellezza, inscritta nel profondo, ma come obliata.

Questa misura è l’amore. La paura che incombe sull’umanità è vuoto d’amore ed è molto pericolosa perché può generare odio. C’è una urgenza che chiede di allertarci, di svegliarci. Silenzio, solitudine, deserto, sono i mezzi che oggi, come alle origini e nei passaggi forti, si offrono per rispondere radicalmente all’annuncio.

Il salto nel vuoto di cui parla la mistica, non è tanto il distacco dalle cose materiali, dalle passioni, il punto discriminante è il distacco dall’ego collettivo.

di Antonella Lumini