· Città del Vaticano ·

Che il mondo sappia che sono solo

Il poeta francese Charles Baudelaire

Il controverso ed intrigante rapporto fra Baudelaire e la società

18 agosto 2020

Sin da adolescente, Baudelaire era ben consapevole di «non essere uno qualunque». Di conseguenza esortava sé stesso a non cadere nella facile tentazione di integrarsi nella massa. Sarebbe stata una fatica controproducente per un uomo di genio nato per distinguersi da quella massa.

Tuttavia è proprio su tale divario che si misura la cronica insoddisfazione del poeta, il quale più cercava la solitudine più avvertiva l’amarezza che scaturisce dal distacco, doloroso e polemico, dalla società.

Aveva ben visto Sartre quando dichiarava che Baudelaire reclamava di essere diverso, ma «diverso in mezzo agli altri». Un rilievo, quello di Sartre, che riecheggia la massima di Oscar Wilde: «C’è solo una cosa peggiore del fatto che si parli di voi. Che non si parli di voi». Si assiste allora a una sorta di cortocircuito che si specchia nella volontà di Baudelaire di ispirare «il disgusto e l’orrore universali» per poter poi «conquistare la solitudine».

Insomma il mondo, da lui biasimato, deve accorgersi di lui e sapere che è solo. Non c’è grandezza autentica se non viene riconosciuta almeno da un testimone: se poi tale testimone è il mondo intero, meglio ancora. L’atteggiamento di Baudelaire — osserva sempre Sartre — richiama la psicologia dell’assassino che ha compiuto il delitto perfetto, che tenta sì, come è naturale che sia, di sfuggire dalle grinfie della giustizia, ma che al contempo brama di avere testimoni del suo misfatto, abominevole ma comunque compiuto a regola d’arte. Baudelaie ben sapeva che alla solitudine, in fondo, doveva essere grato perché essa rappresentava per lui la classica temperie propizia a far emergere le sue energie più vigorose e i suoi talenti più puri e cristallini. Una solitudine che si configura come un terreno fertile dove gettare i semi di un capolavoro destinato a germogliare e a fruttificare con pieno rigoglio.

E la solitudine che avvelena e fa soffrire il poeta non solo la teorizzò, ma la sperimentò di persona quando l’amico Sainte-Beuve, da lui sempre venerato, dapprima non si pronunciò sul suo capolavoro I Fiori del male, poi lo recensì con freddezza, non tessendo elogio alcuno. Una clamorosa miopia, quella di Saint-Beuve, che fu puntualmente sferzata da Proust, il quale, nel saggio intitolato proprio Contro Sainte-Beuve, scrive: «Quando si è passata la propria vita a fare complimenti a tanti scrittori senza talento, come si può passare sotto silenzio un capolavoro come I Fiori del male?». Aveva dunque ragione Flaubert che, in Madame Bovary, ammonisce: «Non bisogna toccare gli idoli, la doratura può restarci incollata alle dita».

di Gabriele Nicolò