· Città del Vaticano ·

C’è una Beirut che vuole ricominciare

Vigili del fuoco reggono la bara di un loro collega morto nell’esplosione a Beirut (Epa)

Commemorazioni a una settimana dall’esplosione mentre migliaia di giovani si danno da fare per ripulire la città dai detriti

12 agosto 2020

Un minuto di silenzio è stato osservato ieri pomeriggio al porto di Beirut, alla stessa ora in cui, una settimana fa, è avvenuta la terribile esplosione che ha causato oltre 200 vittime, migliaia di feriti e decine di dispersi. Durante la commemorazione, le persone raccolte vicino al luogo dell’esplosione hanno letto i nomi delle vittime e acceso delle candele.

È stata solo l’ultima di una lunga serie di manifestazioni pacifiche e trasversali, alle quali ieri hanno partecipato tutte le componenti della complessa società libanese per ricordare le vittime della tragedia e cercare di dare al paese un segnale di speranza concreto oltre le polemiche e gli scontri politici.

A Beirut sono in tanti a voler ricominciare. Migliaia di giovani — come riferisce Asia News — da giorni sono impegnati a ripulire la città da detriti e macerie; aiutano persone anziane a sopravvivere; offrono acqua e cibo pagando con soldi propri o raccolti fra amici e parenti. Anche giovani rifugiati siriani si sono messi al lavoro. Musulmani e cristiani insieme. Puliscono, riempiono sacchetti, spazzano dalla povere le strade e i marciapiedi, gli edifici pubblici, gli ospedali, i luoghi di culto. «Perché siamo qui? Perché è nostro dovere — spiega Leila Mkerzi, una ventenne con la maglietta dell’ordine di Malta —. Aspettare che lo Stato da solo possa pensare a tutto vuol dire ritardare l’emorragia».

Il giorno del ricordo delle vittime non ha tuttavia placato le proteste. Infatti, a meno di 24 ore dalle dimissioni del governo Diab, nuove manifestazioni si sono svolte nei pressi del Parlamento. I manifestanti gridavano slogan contro il presidente e i politici, chiedendo al più presto riforme radicali. Stavolta però non sono stati segnalati scontri. Intanto i principali partiti politici si stanno confrontando tra loro e con il presidente della Repubblica, Michel Aoun, per raggiungere al più presto un accordo sul futuro esecutivo. Venerdì è atteso un nuovo discorso del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Il numero uno dell’organizzazione, dicono fonti interne, «parlerà degli ultimi sviluppi». Sarà il secondo intervento dall’esplosione dopo quello di venerdì scorso.

Nel frattempo, il World Food Programme (Wfp) ha annunciato ieri che invierà 50mila tonnellate di grano in Libano per stabilizzare l’approvvigionamento del Paese dei Cedri. Dopo i fatti accaduti la scorsa settimana al porto di Beirut, «è emerso che il governo libanese non detiene scorte strategiche di grano e tutte le scorte private nell’unico silo del Paese sono andate distrutte nell’esplosione» si legge in un comunicato dell’agenzia dell’Onu. Si stima che le attuali riserve di farina in tutto il Libano — paese già colpito da una gravissima crisi economica — coprano le esigenze del mercato per sei settimane. Un carico iniziale di 17.500 tonnellate dovrebbe arrivare a Beirut entro i prossimi 10 giorni così da rifornire i panifici per un mese.

Ma l’emergenza non è soltanto alimentare. Molte scuole sono state distrutte dall’esplosione. Secondo l’Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, «sono state parzialmente o completamente distrutte circa 70 scuole pubbliche e 50 private nella capitale libanese e nelle zone limitrofe» e «una simile devastazione rischia di privare del diritto all’istruzione circa 55.000 studenti libanesi».