· Città del Vaticano ·

Anche i libri scompaiono sulla soglia dell’eternità

Seamus Heaney con la moglie Marie a Dublino nel 2009

A settembre la prima edizione integrale in italiano di «Field Work» di Seamus Heaney

24 agosto 2020

«Un sorbo somiglia a una ragazza col rossetto. / Tra la strada maestra e la traversa / in un’umida stillante lontananza / gli ontani spiccano sui giunchi. / Ci sono i fiori di fango del dialetto / e gli immortali dalla nota perfetta / e l’istante in cui un canto d’uccello quasi / s’accorda alla musica di ciò che accade».

Nella stagione più drammatica della recente storia irlandese, i Troubles che infuocano l’Ulster e ferocemente contrappongono per tutti gli anni Settanta protestanti unionisti e cattolici indipendentisti, Seamus Heaney compie una scelta drastica. Nel 1972 lascia l’Irlanda del Nord, dove è nato, per trasferirsi in un cottage nella contea di Wicklow, a sud di Dublino. Qui, dentro una specie di volontaria clausura, in un momento di drastica incertezza e rifondazione della sua vita, cerca «la musica di ciò che accade» (secondo l’espressione emblematica della poesia Canto). Non la semplice cronaca o il commento dei fatti, né uno snobismo da torre d’avorio, ma un tono — e una melodia — che catturi lo spirito dei tempi e possa a questi tempi resistere. Qualcosa che scenda al di sotto della superficie, della contingenza, e si ricolleghi a una dimensione più profonda, ad accadimenti più intimi e universali dell’uomo. All’indomani del successo della raccolta North, pubblicata nel 1975 e seguita da aspre polemiche “politiche”, Heaney raccoglie i frutti dell’isolamento di Wicklow, realizzando l’ennesima transizione della sua poesia. Avviene nel 1979 con la silloge Field Work, di cui abbiamo curato la prima edizione integrale in italiano, in uscita a settembre per i tipi di Biblion Edizioni con il titolo di Lavoro sul campo. L’opera segna uno scarto nella produzione di Heaney: è una raccolta raffinata e complessa, da un lato profondamente immersa nell’atmosfera dei Troubles e dall’altro capace di superarla, raccontando di violenze e vittime come «fatti umani» e «persone care», continuamente spostando il baricentro dell’analisi dai flussi di «fenomeni» — degli eventi, delle cause, delle ragioni — ai giacimenti sotterranei di idee, emozioni, valori, che formano il nocciolo duro dell’umanità. L’amore, l’amicizia, l’esercizio costante della mente e del cuore, le piccole «magiche» esperienze quotidiane, il legame con la terra e con la natura sono i protagonisti fondamentali di questi versi. Nell’ennesimo “scavo” di Heaney rientra l’incontro poetico con Dante, in un caso specifico — quello di Ugolino — attraverso un’esplicita traduzione (o piuttosto una “resa”) e più volte attraverso “citazioni” linguistiche, tematiche o scenografiche. Ne costituisce un esempio la splendida An afterwards, dove intimità e visione si fondono in un omaggio perfetto alla Commedia. La scena è ambientata nel Cocito ghiacciato che ospita il nono girone dell’inferno dantesco. Lì Marie, la moglie di Heaney, precipiterebbe tutti i poeti, uno sull’altro a mordersi il cranio e a contendersi il posto meno scomodo, per essere stati in vita invidiosi, calunniatori, traditori degli amici e degli affetti. Lì Seamus immagina di finire dopo morto, di ricevere la visita della moglie, scortata dalla moglie di Virgilio, e di parlarle. «Chi è il più virtuoso, di su?», le chiede. Marie non risponde: non è davvero importante. Gli riserva un’amara ironia. Non è stato il peggiore dei peccatori, lui: ha cercato almeno l’onestà, la comprensione. Pure, per la smania e la concentrazione di creare, ha perso l’alito vivo, la compagnia concreta dei suoi cari. Si è consacrato solennemente all’amore dei libri solo per scoprire, alla fine, che anche i libri scompaiono sulla soglia dell’eternità.

di Leonardo Guzzo
e Marco Sonzogni


An Afterwards


She would plunge all poets in the ninth circle
And fix them, tooth in skull, tonguing for brain;
For backbiting in life she’d make their hell
A rabid egotistical daisy-chain.
Unyielding, spurred, ambitious,
unblunted,
Lockjawed, mantrapped, each a fastened badger
Jockeying for position, hasped and mounted
Like Ugolino on Archbishop Roger.
And when she’d make her circuit of the ice,
Aided and abetted by Virgil’s wife,
I would cry out, «My sweet, who wears the bays
In our green land above, whose is the life
Most dedicated and exemplary?»
And she: «I have closed my widowed ears
To the sulphurous news of poets and poetry.
Why could you not have, oftener, in our years
Unclenched, and come down laughing from your room
And walked the twilight with me and your children —
Like that one evening of elder bloom
And hay, when the wild roses were fading?»
And (as some maker gaffs me in the neck)
«You weren’t the worst. You aspired to a kind,
Indifferent, faults-on-both-sides tact.
You left us first, and then those books, behind»


Un seguito


Lei calerebbe tutti quanti i poeti
dentro il nono cerchio 
e li aggancerebbe, denti nei crani,
le lingue a lambire i cervelli;
per le calunnie in vita farebbe del loro inferno
una rabbiosa egoistica ghirlanda di margherite. 
Irremovibili, punti da speroni, ambiziosi, mai accomodanti,
rosi dal tetano, intrappolati, ciascuno un tasso incatenato
in lotta per la posizione, fissati e sovrapposti
come Ugolino sull’Arcivescovo Ruggeri.
E quando lei compisse il periplo del ghiaccio,
appoggiata, assistita dalla moglie di Virgilio,
io le griderei: «Mia cara, chi porta gli allori
nella nostra verde terra di sopra, di chi è la vita
più devota ed esemplare?»
E lei: «Ho chiuso il mio orecchio vedovile
alle nuove sulfuree di poeti e poesia.
Perché non hai potuto, più spesso nei nostri anni insieme,
aprirti, e venir giù ridendo dalla tua camera
e al tramonto passeggiare con me e i tuoi figli — 
come quella sera di sambuco in fiore
e di fieno e rose selvatiche che appassivano?»
Poi (mentre qualche demiurgo mi arpiona sul collo):
«Non eri il peggiore. Aspiravi a un tatto cortese,
imparziale, come a dire: ognuno ha le sue colpe.
Hai perso noi per primi, e poi quei libri, ora»