· Città del Vaticano ·

Alla ricerca della felicità cristiana

Don Giussani con il fondatore della Fraternità, Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia - Guastalla

La messe è molta: viaggio nel mondo delle vocazioni/3

21 agosto 2020

La Fraternità sacerdotale di san Carlo Borromeo e il rapporto con i giovani in un dialogo con il superiore generale


«Guardando al bisogno, a volte viene il pensiero che, se fossimo di più … Solo quest’anno, per esempio, abbiamo avuto venti vescovi, in Italia e nel mondo, che ci hanno chiesto di aprire una casa nelle rispettive diocesi. E la nostra, tutto sommato, è una realtà piccola, ma questo fa capire che c’è un forte bisogno di preti. Ed è un bisogno crescente». Don Paolo Sottopietra, superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, con il suo fare concreto da buon trentino non la prende alla lontana quando, per iniziare a parlare di vocazioni, chiediamo subito dei numeri e un quadro generale della situazione di questa realtà nata nel 1985 come associazione di fedeli e grazie all’intuizione e all’amicizia filiale con don Luigi Giussani di don Massimo Camisasca, che l’ha poi guidata fino al settembre 2012, quando Benedetto XVI l’ha nominato vescovo di Reggio Emilia - Guastalla, lasciando la guida della società di vita apostolica proprio all’allora quarantacinquenne don Sottopietra.

«Oggi — riprende il superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, comunemente conosciuta per l’appunto come Fraternità san Carlo — siamo centoquaranta sacerdoti in giro per il mondo, suddivisi in circa trenta case. A Roma abbiamo la casa di formazione, nella zona di Boccea, in cui sono ospitati trenta seminaristi. Ogni anno entrano sei, otto, cinque giovani. Diciamo quindi che la media è di cinque-sei nuovi ingressi all’anno in seminario, e quindi abbiamo quattro-cinque ordinazioni sempre di media ogni anno. Il trend oramai è abbastanza costante, anche se forse abbiamo avuto un periodo, circa dieci-quindici anni fa, in cui il seminario era un po’ più numeroso». Niente a che vedere con la parola “crisi”, quanto piuttosto come desiderio di rispondere a quella domanda iniziale dei vescovi di tutto il mondo. Quel mondo che oramai è la “casa” della Fraternità, presente in varie diocesi italiane, in tante città d’Europa, da Vienna a Budapest, in Africa come in Nord e Sud America, da Mosca alla Siberia.

Ma è possibile tracciare un identikit del giovane che decide di entrare nel seminario della Fraternità? Lo chiediamo a don Paolo e immaginiamo che per un attimo il suo pensiero corra a quella telefonata ricevuta agli inizi degli anni Novanta da don Camisasca, per annunciargli l’ammissione in seminario, e che lo colse mentre spaccava legna per l’inverno, come fanno tutti i buoni montanari e come racconta Marina Corradi nel suo Innanzitutto uomini, libro che racchiude le storie vocazionali di quindici preti: «La caratteristica che accomuna tutti i nostri seminaristi, quasi senza eccezioni, è l’incontro con il movimento di Comunione e liberazione. Si tratta di persone che hanno fatto, nel corso degli anni, un determinato percorso di fede in quell’ambito, che hanno riscoperto così la fede o che magari sono nati in famiglie i cui genitori appartenevano al movimento e che poi hanno deciso che il movimento era la loro strada, il modo di appartenere alla Chiesa. Si tratta anche di persone laureate, perché noi non accettiamo ragazzi che chiedono di entrare in seminario appena dopo la maturità, anche se lo abbiamo fatto in passato ma sono sempre state delle eccezioni. Questo per vari motivi, come per il fatto che la comunità del seminario è collocata tra i 25 e i 35 anni e quindi un ragazzo di 18 anni si può trovare fuori contesto e questo non lo aiuta. Ma poi guardiamo a questa decisione anche positivamente, perché pensiamo che quell’età dei 18 anni sia bella per maturare, e che anche all’interno del movimento sia una stagione che valga la pena di vivere. Però non è detto che le persone che si presentano prima non le aiutiamo a vivere una ricerca vocazionale, insieme ai nostri sacerdoti delle varie comunità».

Ma tutto questo non vuole automaticamente dire che quelle della Fraternità siano vocazioni propriamente dette “adulte”, anche se, ammette don Sottopietra, «è un fenomeno crescente quello delle persone che si decidono più tardi a fare questa scelta, e che magari dopo la laurea hanno già fatto anche un’esperienza di lavoro; però per noi la barriera dei 35 anni è abbastanza tassativa perché vediamo che poi è molto difficile che una persona riesca ad adattarsi a una vita comune quando è già formata, strutturata. Ma ciò non toglie che guardiamo tutti in faccia, personalmente, e quindi può anche accadere che si facciano altre eccezioni, perché non sono paletti così fissi». A questo punto il discorso scivola sulla pastorale vocazionale. E qui il nostro pensiero corre di sicuro diritto a quei giovani, con la serenità stampata sul volto, che ogni anno vedi sciamare al Meeting di Rimini e in particolare allo stand del mensile «Fraternità e missione» (non quest’anno, per la prima volta, ma solo perché la kermesse romagnola sarà più che altro digitale per i noti motivi sanitari) a raccontarsi ad altri giovani con semplicità e gioia e che non faresti fatica a identificare comunque per dei seminaristi, anche senza sapere nulla di loro. «Pastorale vocazionale? Non usiamo molto questo termine — riprende don Paolo — anche perché non la viviamo come un’attività in sé, però è chiaro che nelle nostre case abbiamo un’attenzione prioritaria e privilegiata verso i giovani. Per la mia esperienza, vedo che quello che conta è il proporre Cristo ai ragazzi come centro concreto dell’esistenza; questo vuol dire aiutarli a giudicare quello che vivono alla luce della loro appartenenza a Cristo; vuol dire anche insegnare un rapporto con Lui, a pregare, a vivere una relazione fatta della frequenza ai sacramenti, di momenti di silenzio, ancora preghiera, di letture che aiutino. Poi c’è il contatto con l’esperienza e l’insegnamento della Chiesa, e tutto questo vissuto all’interno di un percorso comunitario e dell’offerta di un’amicizia tra di loro e con gli adulti». Insomma, verrebbe da dire che la testimonianza è l’esempio, e dunque la pastorale vocazionale, più importante.

«È soprattutto importante», sottolinea il superiore generale, «che i giovani incontrino degli adulti che vivono la fede come un’esigenza personale, radicale, e che prendano sul serio la loro appartenenza alla Chiesa. Se incontrano tutto questo, è chiaro che i giovani ne restano affascinati perché sono alla ricerca — anche se magari non lo sanno o non lo esprimono lucidamente — di qualcuno che realmente creda in ciò che propone». E per una realtà che ha tre cardini ben definiti già nel nome — fraternità, sacerdotale e missionaria — non è difficile che uno di questi affascini un giovane. In realtà, rimarca Sottopietra, «dipende dai singoli, però penso che oggi pongano l’accento soprattutto sulla vita in comune, perché sono persone, ragazzi, uomini che cercano una casa, un ambito di affetti, un posto dove c’è qualcuno che li aiuti a camminare, quindi un riferimento autorevole che faccia loro anche una proposta di vita: credo sia questa la “fascinazione” oggi più grande. Forse non è così in primo piano come un tempo, invece, l’aspetto del mondo, la chiamata di andare ad annunciare. Direi che percepiscono l’urgenza del mondo con un’altra sfumatura, hanno più in primo piano l’esigenza di trovare anche un luogo dove essere guariti, curati da tante ferite che sentono di portare. Non è che l’aspetto missionario stia venendo meno, diciamo piuttosto che si esprime in forme diverse. Credo che oggi la missione vada vista soprattutto come la testimonianza di una vita fraterna realmente vissuta, accettata, che diventa costitutiva del vivere della persona. Tutto questo diventa di per sé elemento missionario. Poi durante gli anni del seminario i ragazzi si aprono e io vedo che questa passione per il mondo, per le esigenze dell’uomo, sboccia e fiorisce e diventa anche molto intensa. Comunque verifichiamo che tutti e tre quegli gli elementi siano presenti nella persona che chiede di entrare da noi, anche se rispettiamo le sfumature attraverso cui Dio chiama ciascuno».

Ma non si può non aprire una parentesi rispetto all’accenno iniziale a don Giussani, il cui “fascino vocazionale” è ben presente «soprattutto mediato attraverso le esperienze giovanili che il movimento offre, sia ai liceali sia agli universitari. Certo — osserva don Paolo — come elemento forte c’è il pensiero di Luigi Giussani, la sua sensibilità, quello che noi chiamiamo il suo carisma. Le persone che vengono nel nostro seminario cercano un’esperienza formativa nella vocazione che sia in continuità con quello che hanno già vissuto e ricevuto all’interno del movimento, quindi sanno che venendo da noi il pensiero di don Giussani, la sua sensibilità, è al centro e ha dato forma anche al modo in cui noi proponiamo la formazione al sacerdozio».

E un altro accenno, sia pur rapido, va fatto anche alle missionarie di san Carlo Borromeo, l’esperienza femminile a cui lo stesso don Paolo Sottopietra ha dato un forte contributo per vederla sbocciare e sulla cui “testimonianza vocazionale”, fatta di freschezza e vivacità, vale la pena riflettere ancora con le parole del superiore della Fraternità: «Anche in questi giorni di semi-apertura del lockdown la casa di formazione delle missionarie a Roma la vedo frequentata da tanti giovani universitari, che vanno lì a studiare tutti i giorni, o da ragazzi che arrivano da altre parti d’Italia per una settimana di lavoro, di silenzio. Vedo che una comunità giovane, ma soprattutto che vive con radicalità cristiana, affascina sia maschi che femmine. E mi viene in mente un momento particolare: quello dei voti, quando di fronte a un “sì” pronunciato da una giovane ragazza, così radicale e illustrato anche dalle domande che vengono rivolte loro per definirne la scelta, c’è qualcosa che non lascia indifferenti i ragazzi, qualsiasi strada poi prendano nella vita. Restano colpiti da questa decisione per una vita comune e una vita in Cristo». E questa testimonianza, di cui poi diventano riflesso una volta sacerdoti, va di pari passo con l’aver trovato la felicità «perché trovano una grande libertà — come racconta don Massimo Camisasca nel libro della Corradi — che deriva dalla consapevolezza che, quando hai fatto tutto ciò che potevi, puoi dire di essere un servo inutile, conscio che chi veramente fa è Dio. E il sacerdote è uno che lascia che Dio passi attraverso di lui».

di Igor Traboni