· Città del Vaticano ·

Accanto a ogni “malcapitato”

Padre Enzo Tonini nella missione di Buenaventura con un gruppo di giovani

La messe è molta: viaggio nel mondo delle vocazioni/2

08 agosto 2020

Le risorse e la chiamata missionaria dei saveriani nel centenario della loro fondazione


Padre Pierino Zoni, bresciano di 85 anni e a lungo missionario in quel Burundi dilaniato dalla guerra civile, è stato il primo della lunga teoria di saveriani stroncati dal coronavirus, nella Casa di Parma dove in genere i religiosi tornano oramai anziani (e quanta fatica da parte dei superiori per convincerli a vidimare il biglietto di ritorno, loro che in terra di missione vorrebbero restare per sempre) e dopo una vita spesa in giro per il mondo. Dopo di lui, altri quindici confratelli hanno trovato la morte nello stesso modo, dopo essersi spesi per cercare di dare un po’ di vita a tanti le cui condizioni, tra fame e privazioni di ogni genere, erano proprio al limite non solo della vita stessa, ma anche della dignità umana. Come ha fatto anche padre Corrado Stradiotto, 86 anni, molti dei quali trascorsi in Indonesia e tornato in Italia con l’umiltà di farsi addetto alla portineria della Casa di Parma. Oppure come padre Giuseppe Rizzi, 77 anni, comasco, sempre ultimo tra gli ultimi di Rwanda e Repubblica Democratica del Congo.

La preghiera dei confratelli, ammantata da tanti ricordi, ora più che mai corre spesso a loro. E, anche se nessuno lo dice apertamente, pure l’altro pensiero — umano, ma anche pastorale — di chi andrà in terra di missione a sostituire figure come quella di padre Luigi Masseroni, fino alla soglia dei 90 anni in Brasile, o di padre Nicola Masi, partito giovane dalle colline ciociare di Priverno per andare tra le genti del Bangladesh, del Brasile, di diversi Paesi africani e infine tra quelle che ancora abitano le palafitte di Belém, sul Rio delle Amazzoni, e anche lui stroncato dal virus, a 92 anni, una volta tornato in Italia.

Insomma, servono altri e tanti “missionari santi” per continuare l’opera dei religiosi saveriani. Ma quali sono le risorse vocazionali e come anche questo istituto si sta attrezzando per le nuove sfide, molte delle quali epocali? «Possiamo dire che teniamo botta», esordisce padre Enzo Tonini, incaricato dell’animazione vocazionale missionaria e che si divide tra la stessa Parma, dove la congregazione ha il suo seminario maggiore, e una parrocchia vicino Udine. «La nostra tutto sommato è una congregazione piccola, in totale non arriviamo a settecento in tutto il mondo. Non possiamo dire che stiamo soffrendo una crisi vocazionale, quanto piuttosto un cambiamento nel comportamento delle vocazioni. Più o meno possiamo dire di tenere botta, ma con un numero che si sta alzando sempre di più in quei Paesi che erano considerati fino a pochi decenni fa terra di missione. La crisi vocazionale è infatti del nostro mondo, in quello occidentale, ed è un po’ particolare per noi italiani, perché qui è nata la congregazione, per volere di san Guido Maria Conforti che nel 1895 fondò la Pia Società di San Francesco Saverio per le missioni estere».

Il quadro delle vocazioni saveriane in Italia è presto detto, come sintetizza padre Tonini: «Sono già alcuni anni che non abbiamo alcun giovane italiano che chiede di entrare nel nostro cammino vocazionale. L’ultimo nel 2014, e ora sta studiando negli Stati Uniti. La situazione, insomma, è davvero un po’ particolare. I motivi? Il nostro carisma — aggiunge il religioso dopo un lungo sospiro di riflessione — è quello della missione, rivolta specialmente ai popoli che non conoscono il Vangelo. Solo che adesso il concetto di missione sta anche cambiando: non è solo più territoriale ma è antropologico, nel senso di andare dov’è l’uomo, dove questi si trova; e non qualsiasi uomo ma quello “malcapitato”», e pensi subito che anni di missione all’estero (oltre dieci in Colombia e Perú) anche in questo religioso abbiano un po’ confuso certi termini, abbracciando invece quelli di un italiano un po’ desueto; e invece padre Tonini per “malcapitato” intende proprio quell’uomo soccorso dal buon samaritano: «Ora la missione non è solamente ed esclusivamente un andare fuori, ma è un soccorrere l’uomo bastonato che si incontra lungo la via. E questo in linea anche con quello che dice Papa Francesco, perché la missione diventa servizio e quindi un ospedale da campo. Abbiamo questo cambiamento in atto e dobbiamo dire e far scoprire ai giovani qual è il senso della missione, cosa vuol dire oggi essere missionari. La pastorale vocazionale quindi deve cambiare, sta cambiando. Perché è il panorama attorno a noi che cambia, soprattutto nel concreto, nel quotidiano, nel rispetto della vita».

Da qualche tempo i saveriani hanno fatto un’altra scelta pastorale ben precisa, ovvero quella di prendere la cura di alcune parrocchie diocesane. E allora, proviamo a chiedere a padre Andrea Gamba, confratello di Tonini proprio nella zona di Buttrio vicino a Udine, con quattro parrocchie loro affidate, se può essere questa la chiave di volta per ricominciare ad avvicinare i giovani: «Lasciamo perdere le bacchette magiche, quelle lasciamole ad altri», mette subito i puntini sulle “i” padre Gamba, che ha dalla sua anche undici anni trascorsi in Amazzonia. «Chiaramente la parrocchia è un coltivare un popolo, è una realtà globale dove la gran parte vive esperienze in un tessuto di impegno di fede, di liturgia, di preghiera anche con i giovani. Ma è anche dare testimonianza ai giovani. E in questo senso allora la parrocchia diventa un’opportunità per aumentare la fede in un popolo. E qui può sbocciare qualcosa. È chiaro che siamo in un contesto culturale e in un tessuto sociale dove tanta esperienza di fede si è persa, dove non è così facile che possa sbocciare anche una scelta missionaria, che di suo ha il senso di una scelta radicale. Noi siamo destinati a non stare con la famiglia o gli amici ma a ricostruire il tutto in un’altra parte del mondo, in un contesto del tutto diverso, molto più esigente. La nostra vocazione mette in luce la radicalità ultima della chiamata di Dio, l’esperienza di una fede autentica e non i surrogati di una chiamata. Uno deve capire che c’è un dono di Dio, punto e basta. È un qualcosa che molte volte si matura anche in età molto giovane, con esperienze di preghiera vissute anche fin da bambino, in un contesto familiare; ma adesso le famiglie non sempre sono un riferimento per la fede».

Per i saveriani, inoltre, non è possibile un discorso legato a vocazioni adulte, come sottolinea padre Gamba: «Abbiamo un discorso collegato all’essere missionari; non si può entrare in noviziato con più di 33 anni, perché una persona già strutturata poi fa fatica ad adeguarsi ad uno stile di vita comunitario e ad un’altra cultura, a cambiare totalmente registro culturale».

Il rischio che questa come altre congregazioni potrebbero invece correre è quello di fioriture vocazionali in terre di missione che potrebbero essere “povere”, dove farsi prete potrebbe anche voler dire “sistemarsi”, come argomentiamo un po’ provocatoriamente a padre Gamba: «Certo, questa componente ci può stare, e in tal senso dovremmo essere anche più severi nella valutazione. Ma poi arriva la radicalità oggettiva dell’esperienza missionaria, che in qualche modo seleziona. Noi ad esempio facciamo esperienze di un paio di anni prima dell’ordinazione in contesti culturali dove si vede se la persona veramente contribuisce alla costruzione di quella comunità e aiuta. Il giovane che entra deve dare qualcosa alla comunità, non può solo chiedere».

Di sicuro, quello che i saveriani continuano a chiedere è la grazia di servire il Signore in missione e laddove sono chiamati, tanto più in questo periodo assai particolare, segnato sì dalla tristezza delle morti di cui dicevamo all’inizio, ma anche dal via all’anno giubilare della congregazione, cominciato ufficialmente all’inizio di luglio, con una messa presieduta dal padre generale Fernando Rodríguez García nel santuario di Parma dedicato al fondatore della congregazione san Guido Maria Conforti.

Il 2 luglio del 1921, infatti, l’allora arcivescovo di Ravenna, Guido Maria Conforti, che giusto 25 anni prima aveva già dato il via all’Istituto missionario saveriano, comunicò ai religiosi l’approvazione definitiva, da parte della Santa Sede, delle Costituzioni. E sarà un anno giubilare in cui anche il tema vocazionale avrà la sua importanza: «Siamo chiamati ad una continua conversione — ha di recente dichiarato ad «Avvenire» il rettore della Casa madre, padre Gabriele Cimarelli — per essere testimoni credibili del Vangelo. E avere qui a Parma lo studentato teologico ci dà speranza, ci fa capire che la nostra missione non è finita».

di Igor Traboni