Lettere dal direttore

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21 luglio 2020

«Povero Stracci. Crepare... Non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo!»

È l’ultima battuta del film La ricotta di Pier Paolo Pasolini che racconta la triste fine di un povero cristo “borgataro” che muore sul set di un film sulla passione di Gesù, nei panni del buon ladrone.

Il nome di Stracci oggi è quello di Ettore, il signore morto da solo qualche giorno fa a Roma in totale solitudine. Ci si è accorti della sua morte per il cattivo odore che proveniva dal suo appartamento isolato, abbandonato. La storia di Ettore l’abbiamo raccontata ieri con una bella intervista di Tullia Fabiani sulla pagina di Cronache Romane, la rubrica che nasce dalla considerazione che più si scende nel particolare, più si riesce a cogliere l’universale, se l’occhio che guarda è acuto al punto giusto. E quindi la città di Roma è il mondo intero, urbs est orbs, se lo sguardo che la osserva è mosso dall’amore e dalla sete di conoscenza: compassione e comprensione (e forse sulla “e” ci vuole l’accento). Questo vorrebbe essere il compito di un giornale che si chiama «L’Osservatore Romano». È vero, si potrebbe dire che questa è una storia “giornalisticamente vecchia”, di cui si è già parlato, ma forse è il caso di fermarsi di nuovo e ripensarci, altrimenti il giornal-ismo, come ideologia che fagocita ogni altra cosa diversa da se stessa (e alla fine contraddice e uccide se stessa) nella ripetizione quotidiana del rito autoreferenziale, ha già vinto e tutto quello che passa sotto il nome di “comunicazione” perde senso e significato. Ripensiamo al signor Ettore, anche perché alla fine della sua esistenza nessuno ci pensava. È morto da solo e anche ai suoi funerali nessuno si è presentato. Omero conclude il suo primo grande poema con i funerali di Ettore a voler significare che gli dei lasciano lo spazio agli uomini, all’uomo così rappresentato in modo sublime e struggente dallo sconfitto figlio di Priamo. Oggi i funerali di Ettore sembrano dire il contrario: l’uomo muore e non c’è riscatto in questa sconfitta, né consolazione. Nessuno è andato a piangere al funerale del signor Ettore e non per colpa delle restrizioni dovute al covid-19. Il “virus”, quello vero, della solitudine, aveva attecchito già prima dello scoppio della pandemia. Lo ha detto bene il Papa quando il 27 marzo ha ricordato che il mondo era già malato e lo scoppio del contagio ha solo evidenziato questa verità e la nostra incapacità a riconoscerlo. Proprio ieri mattina Papa Francesco ha detto un’altra parola che sembra toccare, per stridente contrasto, la storia del signor Ettore. Lo ha fatto scendendo a sorpresa tra i bambini e ragazzi partecipanti alla Estate Ragazzi in Vaticano, una sorta di “oratorio estivo” che si sta svolgendo in questi giorni all’interno delle mura leonine. Sedutosi con i bambini, li ha incoraggiati a fare nuovi amici: «Le persone che soltanto sanno divertirsi da sole sono egoiste, per divertirsi bisogna essere insieme, con gli amici!». Il signor Ettore anche lui ha avuto degli amici, da bambino. Poi qualcosa è successo. E noi, noi tutti, dov’eravamo?

A.M.