· Città del Vaticano ·

Lettere dal direttore

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02 luglio 2020

Il 19 giugno è uscito l’ultimo album di Bob Dylan, Rough and Rowdy Ways, che sta facendo parlare molto di sé, anche perché ha subito scalato tutte le classifiche di ascolti. Qualche giorno prima il cantautore premio Nobel ha rilasciato una lunga intervista al «New York Times» piena di spunti molto interessanti. C’è un passaggio in particolare che per chi opera, da cristiano, nel mondo della comunicazione, non può passare inosservato. L’intervistatore gli chiede di Little Richard, il famoso cantante rock scomparso il 9 maggio scorso, molto amato da Dylan, e la domanda è sul perché non si sia prestata più attenzione alla musica gospel di questo grande protagonista del panorama rock. La risposta è molto densa: «Probabilmente perché la musica gospel è la musica delle buone notizie e in questi giorni non ce n’è proprio nessuna. Le buone notizie nel mondo di oggi sono come un fuggitivo, trattato come un teppista e messo in fuga. Castigato. Tutto quello che vediamo è una notizia buona a nulla. E dobbiamo ringraziare l’industria dei media per questo. Stimola la gente. Pettegolezzi e biancheria sporca. Notizie oscure che ti deprimono e ti fanno inorridire». Poi Dylan gioca sul significato della parola “gospel” che indica sia il genere musicale ma che significa Vangelo e quindi “buona parola, buon notizia”. «D’altra parte, le notizie del Vangelo sono esemplari. Possono darvi coraggio. Si può adattare la propria vita di conseguenza, o cercare di farlo, in ogni caso. E puoi farlo con onore e principi. Ci sono teorie, ragionamenti sulla verità nella musica gospel, ma per la maggior parte delle persone non è importante. Le loro vite sono vissute troppo velocemente. Troppe cattive influenze. Sesso, politica e omicidio sono la strada da percorrere se si vuole attirare l’attenzione della gente. Ci eccita, questo è il nostro problema».

Le buone notizie sono trattate come un fuggitivo, dice Dylan, sono messe in fuga; e invece c’è l’ingorgo di notizie che deprimono e fanno inorridire, che finiscono solo per eccitare verso la depressione o l’esaltazione smodata. Viene in mente la metafora usata di recente dal regista Francis Ford Coppola (classe 1939, Dylan è del 1941) per esprimere la sua preoccupazione sull’attuale produzione cinematografica: è come se l’industria farmaceutica producesse solo Viagra e Valium. Parole toste. La volontà quindi è quella eccitare e, al contrario, rassicurare, sedare. Una schizofrenia segnata da una coincidenza degli opposti. Il cinema, come la comunicazioni, insieme uniti in un’operazione di violenta manipolazione della coscienza e della sensibilità del grande pubblico, della massa degli spettatori e dei destinatari dell’informazione.

Inquietante, come sempre, la parola di Dylan, che pone una seria questione di responsabilità morale per chi voglia lavorare nel campo della comunicazione e debba al tempo stesso annunciare una, “la”, buona notizia. Dovrò ascoltare di nuovo il suo nuovo album e specialmente quel brano intitolato False prophet, sembra che ne siamo circondati, come in ogni epoca storica peraltro.

A.M.