· Città del Vaticano ·

Desiderio di rinascita

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A colloquio con l’amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini

07 luglio 2020

Mai come in questo periodo dominato dalla paura per la pandemia, in Terra Santa la fede è messa davvero a dura prova. Le celebrazioni liturgiche e le catechesi che si continuano a trasmettere online, il prolungarsi degli incontri virtuali tra sacerdoti e fedeli e il blocco quasi totale dei pellegrinaggi stanno creando scoramento e preoccupazione in tutta la Chiesa locale. Anche se nel più profondo del cuore la speranza non è stata sradicata. L’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, è pienamente consapevole che in quei luoghi santi il desiderio di rinascita, di riscatto dal dolore causato dalla virulenza della malattia, non potrà venire meno, non potrà essere soffocato: «Noi siamo nella terra dove Gesù è risorto e quindi dobbiamo custodire la visione pasquale della vita che è una visione certamente di croce ma anche di risurrezione».

Eppure l’assenza dei pellegrinaggi è uno di quei fatti che sicuramente provocano smarrimento e dispiacere. Qual è attualmente la situazione?

Qui i pellegrinaggi sono praticamente fermi. In primo luogo, perché i confini sono ancora chiusi. Gran parte dei Paesi con i quali ci sono ancora relazioni richiedono la quarantena e questo naturalmente scoraggia i pellegrini. A ciò va aggiunto il fatto che nell’ultima settimana, in Israele e Palestina, si è verificata una seconda ondata di contagi molto forte che ha davvero spaventato.

In questo frangente così drammatico, come può essere definito lo stato d’animo della Chiesa?

Passata la prima fase della pandemia alla quale eravamo preparati, ora, purtroppo, siamo entrati in una situazione di emergenza prolungata: c’è l’aspetto sanitario che, con la recrudescenza del virus, sta preoccupando tutti. E poi ne esiste anche uno economico. Da diversi mesi migliaia di famiglie sono senza lavoro e ciò provoca delle conseguenze drammatiche, soprattutto nelle zone più povere del Paese: la Palestina e la Giordania non hanno gli ammortizzatori sociali che ci sono in Israele o in Europa.

Sicuramente la Chiesa non fa mancare la sua vicinanza spirituale e materiale ad ogni famiglia coinvolta. In che modo si concretizza la prossimità ecclesiale nei confronti delle persone che stanno soffrendo?

Attraverso il supporto di tante istituzioni. Penso in modo particolare ai Cavalieri del Santo Sepolcro. Con loro abbiamo aperto dei punti d’emergenza soprattutto nella zona di Betlemme, nel nord della Palestina e a Gerusalemme est, oltre che in Giordania, naturalmente. I punti di emergenza servono per dare aiuto alle famiglie che si sono ritrovate senza più nulla da un momento all’altro e che sono state spinte sulla soglia della povertà. Abbiamo attivato un sostegno alimentare, un supporto scolastico e sanitario. È il massimo che possiamo fare in questo momento storico.

Anche la preghiera sarà un aiuto costante?

Certamente. Noi siamo in Oriente e in Oriente c’è una Chiesa tradizionale — nel senso bello del termine — dove la partecipazione alla liturgia è molto sentita. Uno dei problemi attuali delle famiglie è quello di non poter partecipare, o di partecipare in maniera limitata, alle liturgie: per ovviare alle difficoltà, i nostri parroci si sono attrezzati per rendere concrete delle forme di preghiera alternative, per fare visite dov’è possibile, per formare i capi famiglia affinché possano portare la comunione ai propri familiari quando il sacerdote è impossibilitato a recarsi sul posto. Senza alcun dubbio, la preghiera è un sostegno umano e spirituale assolutamente necessario.

E la preghiera si può trasformare anche in un segno di speranza…

Mettersi davanti al Signore per la preghiera d’intercessione, in questo momento, è il pane necessario del quale abbiamo estremamente bisogno, oltre al pane quotidiano. Lo ripeto: noi siamo nella terra dove Gesù è risorto e siamo noi che dobbiamo conservare la visione pasquale della vita, fatta di croce, ma anche di risurrezione.

Un segno importante di speranza è stata anche l’ordinazione di nuovi sacerdoti per la Terra Santa, in un periodo estremamente difficile. È così?

Sì. Finora abbiamo ordinato undici sacerdoti e diciotto diaconi. Nonostante tutte le fatiche e tutte le divisioni, anche politiche, il Signore ci benedice con le vocazioni e per tutto questo lo ringraziamo.

Le chiedo di gettare uno sguardo al futuro: come si immagina la ripresa dei pellegrinaggi in Terra Santa e come si aspetta il ricominciare della fede partecipata, nei tempi prossimi?

Prima di tutto mi soffermo sui tempi. Abbiamo messo in conto che per circa un anno vivremo come stiamo vivendo ora. Siamo coscienti, poi, che per i pellegrinaggi non ci saranno più i numeri che avevamo prima: i viaggi saranno più complicati, anche il post-covid richiederà di mettere in atto attenzioni che nel passato non si prendevano. Il pellegrinaggio, insomma, dovrà adattarsi alle nuove situazioni con forme, modalità ed itinerari diversi. Allo stesso tempo, però, in Terra Santa il pellegrinaggio avrà sempre la caratteristica fondamentale dell’incontro con Gesù nei suoi luoghi. Ciò non cambierà mai.

Dunque, la Chiesa si attrezzerà per affrontare una tale situazione?

Necessariamente. Ce lo chiede il buon senso, ce lo chiederanno le leggi civili e ce lo chiederanno i pellegrini che certamente vorranno venire per devozione, ma in tutta sicurezza.

Secondo lei, perché e necessario che tutti i credenti aiutino la Terra Santa a non smarrire la fiducia nel proprio futuro?

La Terra Santa è il luogo che custodisce ancora oggi l’umanità di Gesù, la sua storicità. Gesù non è un messaggio astratto, non è un’idea. È una realtà che noi possiamo toccare. Custodire questo aspetto della Terra Santa e sostenere la sua speranza significa mantenere vivo, per tutta la Chiesa, il nostro legame con quel Gesù che qui si è fatto carne e che ancora oggi è la vera speranza per noi, ma anche per il mondo intero.

di Federico Piana