La romita Alberto uomo per fede

Ritratto di Santa Chelidonia a Subiaco (sec. XIII)

Le storie

27 giugno 2020

È il 15 agosto 1676, festa dell’Assunzione. Fra’ Alberto, un eremita che vive isolato nell’entroterra del Gargano, assiste alla Messa nel Santuario di Santa Maria di Stignano e riceve la Comunione. Poi torna, come sempre, alla sua grotta tra i monti. Ma la domenica successiva, contrariamente alle sue abitudini, non ricompare in chiesa e i religiosi preoccupati vanno a cercarlo nel luogo sperduto in cui il sant’uomo prega, fa penitenza, osserva il silenzio. E lo trovano morto con la croce tra le braccia, l’espressione estatica e il libro delle orazioni aperto tra le mani. Ma quando lo portano per la sepoltura all’eremo di Sant’Agostino, la struttura principale della Valle degli Eremi, scoprono una verità inaspettata: Fra Alberto non è un maschio bensì una femmina che per 40 anni aveva celato a tutti la propria identità. Per vivere nella contemplazione di Dio senza subire le discriminazioni di genere.

Coraggio, abnegazione, senso della sfida, la fede più forte delle convenzioni e una scelta estrema: la vicenda della “romita Alberto”, donna di frontiera del XVII secolo, è un appassionante esempio di eremitismo femminile, una realtà piuttosto diffusa fin dalle origini del cristianesimo. Tra le donne che nell’antichità abbracciarono la vita consacrata in totale isolamento Sofronia di Taranto nel iv secolo, la benedettina Chelidonia nel XII secolo, sepolta nella cattedrale di Santa Scolastica a Subiaco, o Donna Geronima de Spinoza vissuta nel Seicento. Si pensa che alcune di loro abbiano dovuto travestirsi da maschio come Romita Alberto. E proprio quest’ultima è una delle più avventurose. Non conosciamo il suo nome né il luogo di origine: di certo “Alberto” apparteneva a una famiglia benestante e probabilmente era destinata a un matrimonio combinato. Quando si presentò ai frati del Gargano per la “prova” in vista del romitaggio, raccontò che la sua decisione era maturata al funerale di una nobildonna: durante la sepoltura in chiesa, vedendo il cadavere già quasi ridotto in polvere, venne scossa da un fremito. E decise di abbandonare le vanità del mondo. Di notte, per sfuggire alla sorveglianza dei parenti, inforcò un cavallo e approdò a Roma dove visitò le principali basiliche. Poi si ritirò in un eremo dell’Abruzzo dalle parti di Pacentro. E quando la famiglia, che non si dava pace, tre anni dopo arrivò nei pressi della sua grotta, la santa donna venne avvertita in sogno da un angelo che le consigliò di rifugiarsi tra i monti del Gargano. La Romita Alberto visse per 40 anni sotto mentite spoglie nel romitoricchio dell’Annunziata pregando, indossando il cilicio, flagellandosi. Quando Fra’ Guglielmo, prefetto degli eremiti, andò a visitarla si meravigliò della durezza delle sue condizioni di vita, insopportabili per qualunque essere umano. Ma non per una donna forte, animata dalla fede e dal coraggio che solo le scelte estreme possono dare.

di Gloria Satta