La cetra di Davide

Rembrandt, «Saul e Davide» (1651-1658)

Effetti musicali

30 giugno 2020

Sul potere lenitivo e consolatore della musica


È un’esperienza quotidiana quella dell’ascoltare musica per consolarci, per riflettere, per estraniarci da una situazione poco gradevole. La sensazione, diffusa e comune, è quella che la musica possegga un potere lenitivo e curativo. Quasi fosse una medicina, appare in grado di guarire e alleviare il dolore. Questo modo di intendere la musica ha radici antichissime: nei papiri egizi di 2600 anni fa, si parla di canti magici atti a curare la sterilità; nella cultura ellenistica si riteneva che il suono del flauto guarisse dalla sciatica; lo stesso Alessandro Magno, si racconta, fu guarito dal suono di una lira. E, ancora, vi è Farinelli, il più famoso sopranista del Settecento che, cantando ripetutamente l’aria preferita da Filippo v di Spagna, lo liberò da un male cronico.

Tra i tanti esempi di questo genere, ve n’è uno che ha un fascino del tutto particolare. Nell’Antico Testamento, nel primo libro di Samuele, si narra di come sia avvenuto il primo incontro tra Saul, Re di Israele e David, giovane «fulvo, con begli occhi e gentile d’aspetto». David, che poi succederà a Saul, diventando il Re che stabilirà a Gerusalemme la propria dinastia portandovi l’Arca dell’Alleanza, entra al suo servizio in un modo alquanto significativo.

Il grande pittore olandese Rembrandt, maestro nell’uso della luce, immortala questo momento nel suo Saul e Davide, che dipinse tra il 1651 e il 1658. Si vede il giovane David intento a suonare la propria cetra. Il suo sguardo si posa sulle mani che dolcemente pizzicano le corde. Il suo volto è disteso, la luce ne descrive i tratti gentili e sereni. Accanto a lui Saul, seduto, ascolta. Con un mano porta al viso un telo, quasi per asciugarsi le lacrime. Il suo sguardo fisso esprime tensione o, forse, commozione.

«Lo spirito del Signore si era ritirato da Saul ed egli veniva atterrito da uno spirito cattivo, da parte del Signore», racconta il Libro di Samuele. Il silenzio di Dio, quello del non ascolto, cala su Saul e lo rende folle, malato. Incubi si impossessano di lui. I suoi servi lo consigliano e gli suggeriscono di cercare un uomo abile con la cetra che suoni per lui nei momenti di disperazione, quando sarà investito dallo spirito malvagio. Saul segue i consigli e la scelta cade su David che «sa suonare ed è forte e coraggioso, abile nelle armi, saggio di parole, di bell’aspetto e il Signore è con lui». Il Signore è con lui, a differenza di Saul che invece era stato abbandonato dallo spirito del Signore. David è descritto come uomo pieno di virtù ma il suo ingresso al servizio di Saul avviene grazie alle sue abilità musicali. «Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito sovrumano si ritirava da lui», racconta ancora il libro di Samuele.

In queste poche righe il testo biblico descrive il potere curativo, quasi sovrannaturale, della musica ma lo limita ad alcune chiare condizioni. David non è un musicista tra i tanti, è uomo virtuoso che ha con sé il Signore ed è quest’ultima caratteristica che rende la sua musica “potente”. Produrre musica, suonare uno strumento, non è qualcosa di meccanico. Non è il semplice gesto delle dita che sfiorano le corde in maniera ordinata. Il vero musicista immette nella sua interpretazione qualcosa di immateriale, qualcosa di profondamente suo, quasi sé stesso. In qualche modo, suonando, si trasfigura e comunica all’altro, con le note, qualcosa che, fragile e profondo, lo descrive compiutamente. È questo atto, di totale nudità, che permette di entrare in una comunicazione vera con l’altro, in qualche modo, curandolo.

Sarebbe bello sapere cosa David suonasse a Saul, perché la scelta del “repertorio” non è estranea all’effetto che si vuole ottenere. Alcune musiche possono consolare, altre infondere coraggio, altre ancora ingenerare tristezza. Saper scegliere cosa suonare per produrre nell’ascoltatore l’effetto desiderato è competenza rara.

Ciò che sappiamo è che quella che comunemente viene tradotta come la cetra, o la lira, del Re David, era un Kinnor, strumento la cui invenzione viene attribuita in Genesi a Jubal, «il padre di tutti coloro che suonano arpa e flauto», e che assomigliava a quella lira che i greci chiamavano Kithara. È probabile avesse la forma di un antico candelabro ebraico, con i due bracci paralleli a formare un semicerchio. Era piccola, probabilmente costruita in legno di cipresso e con le corde in budello di pecora. Le corde venivano pizzicate con un plettro e veniva prevalentemente usata per accompagnarsi nel canto. Non è detto però che David cantasse a Saul, accompagnandosi con la lira. Il fatto che alcune traduzioni suggeriscano al posto di «prendeva in mano la cetra e suonava», «e lo suonò con la sua mano», potrebbe suggerire il fatto che David suonasse senza plettro, come si suona comunemente un’arpa, secondo una modalità di esecuzione esclusivamente strumentale.

È probabile che David suonasse per Saul melodie gioiose, ricche di vitalità, incompatibili con espressioni dolorose. Questo infatti era l’utilizzo che gli ebrei facevano del Kinnor, tanto che rifiutarono di suonarlo durante l’esilio babilonese, appendendo questi strumenti ai salici. Era uno strumento gioioso, allegro, capace di stimolare nell’uomo le corde della serenità.

Possiamo solo immaginare quel momento, in cui Saul colto dalla follia, si rifugiava nella musica di David e ne usciva rasserenato, e raffrontarlo con la nostra esperienza. Ognuno di noi ha certamente vissuto situazioni di tristezza e sconforto ed ha trovato consolazione in un brano musicale e in qualcuno, un musicista o un orchestra, che lo eseguiva. In questa misteriosa alchimia tra le note scritte dal compositore e la disposizione dell’esecutore a farsi prossimo all’altro totalmente, sta la chiave della musica che cura e, talvolta, salva.

di Cristian Carrara