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«Come il latino ci salva la vita» di Silvia Stucchi

26 maggio 2020

In copertina c’è un’opera di Léo Caillard, della serie Hipsters in Stone, ovvero hipster ante litteram fissati nella pietra: Apollo con gli occhiali da sole che si sta facendo un selfie, ma anche Venere in maglietta che si riposa dopo un allenamento, curvando le bianche braccia e mostrando il suo leggendario, enigmatico sorriso. Leggendo il (bellissimo) libro di Silvia Stucchi Come il latino ci salva la vita (Milano, Edizioni Ares, 2020, pagine 312, euro 14,80; disponibile anche in e-book) viene in mente il titolo di un film di Wim Wenders, Faraway so close; così lontano e così vicino, quel mondo che in tanti abbiamo imparato a conoscere sui banchi di scuola, filtrato dalle griglie di una grammatica apparentemente ostile, un mondo fatto di brani da tradurre e versi da scandire secondo complicate regole metriche durante l’interrogazione alla lavagna. Un mondo che abbiamo imparato ad amare da subito, nonostante la fatica dello studio — il latino, a volte, era difficile anche per i latini, chiosa l’autrice, smontando tanta facile retorica didattica e offrendo un’ampia, confortante casistica di antichi studenti riluttanti — oppure abbiamo imparato ad odiare definitivamente, se le storie che ci venivano incontro sotto forma di compiti a casa restavano assurdi, inutili enigmi da decifrare. Così lontano e così vicino, questo idioma duro, gutturale e sbrigativo che per secoli è stato la lingua franca dell’Europa. Si dice che studiare latino sviluppi la logica, oltre che la memoria. Tutto vero. Non solo; dato che, come dice il neuroscienziato Semir Zeki, il cervello non distingue tra cultura umanistica e scientifica, i classici aiutano ad allargare lo sguardo e ad esplorare sentieri mai battuti in tutte le branche del conoscere, scienza e tecnica comprese. Come ha scritto qualche tempo fa — in una lettera che è diventata virale — anche il fisico Guido Tonelli, tra gli scopritori del Bosone di Higgs. Ma — e qui la provocazione diventa affilata — se il latino serve solo per allenare la mente, perché non fare le parole crociate? In realtà, chiosa l’autrice, è interessante il contenuto, oltre che il contenente. Nel suo libro, Silvia Stucchi ci accompagna a scoprire i protagonisti di una commedia umana ricchissima, infinitamente varia, aliena e familiare al tempo stesso: palazzinari, opinionisti, politici falliti (anche quello di Cicerone, in fondo, è stato un fallimento politico, benché illustre) neo-ricchi in cerca di visibilità, scrittori snob che disprezzano lo sport (come Plinio il giovane) vedovi inconsolabili (sorprendenti le pagine dedicate alle epigrafi funerarie). E studenti insofferenti della disciplina; tra cui, inaspettatamente, troviamo anche due vip come Orazio e Agostino, il futuro vescovo di Ippona. Insomma, visto da vicino il latino «non è uno scoglio, ma un’ancora di salvezza».

di Silvia Guidi