· Città del Vaticano ·

Le scelte giuste nella stagione dell’odio

Madre Agnese Tribbioli

Conventi e monasteri diventarono luoghi di rifugio durante la seconda guerra mondiale

29 maggio 2020

Anticipiamo ampi stralci di un articolo che sarà pubblicato domani sul numero di giugno del mensile «Donne Chiesa Mondo».

Ottanta anni fa, nella stagione del sangue e dell’odio, ci furono da affrontare eventi estremi. In Italia tra il 1943 e il 1945 la crudele occupazione nazista chiamò le persone di buona volontà a scelte difficilissime, rischiose. C’era da dare aiuto e ricovero a tanta gente: disertori, perseguitati, sfollati. E a chi rischiava più di tutti: gli ebrei. Per la Chiesa venne “l’ora della carità”, come è stata definita.

Uno dei temi storiografici più dibattuti del secolo, ovvero le scelte di Pio XII, torna a occupare studiosi e ricercatori dopo la decisione di Papa Francesco di aprire i fondi degli Archivi vaticani relativi al lungo pontificato di Eugenio Pacelli (1939-1958). Una massa di documenti ora accessibili alla consultazione che richiederanno un lavoro lungo di esame e analisi, al momento interrotto a causa del coronavirus perché pochi giorni dopo l’attesa apertura dell’archivio è subentrato il lockdown. È certo però che molti religiosi e religiose operarono in situazioni di emergenza dinanzi alla richiesta angosciata di tanti. Soprattutto le suore si trovarono in prima linea e spontaneamente, per moto d’animo. L’ultima protagonista, suor Cecylia Roszak, è morta un anno fa, a 110 anni, nel convento domenicano di Cracovia, dove era nota per essere la suora più vecchia al mondo e testimone della Shoah. Suor Cecylia durante l’occupazione tedesca della Lituania aveva fondato con alcune consorelle un convento nei pressi di Vilnius che ospitò diversi ebrei fuggiti dal ghetto.

Non deve meravigliare. Più della metà dei Giusti d’Israele, insigniti per avere salvato gli ebrei durante la guerra, sono donne. Diverse le suore, anche se dietro ognuna di quelle menzionate per nome c’era una comunità che rischiava insieme. Maria Agnese Tribbioli, madre superiora di un convento di Firenze, agiva nell’ambito dei soccorsi organizzati dal rabbino Nathan Cassuto e dal cardinale Elia Dalla Costa. Suor Marie-Emilienne e madre Marie-Rose Brugeron, assieme a padre Joseph Caupert, nascosero diversi bambini ebrei nell’orfanotrofio di Mende, nella Francia meridionale. Madre Maria Giuseppina Biviglia era la badessa del monastero assisiate di San Quirico, tappa obbligata delle corse del campione Gino Bartali, che in bicicletta portava i messaggi del vescovo tra Assisi e Firenze.

Ottant’anni dopo, possiamo citare le misurate parole di suor Grazia Loparco, salesiana e docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium di Roma: «L’emergenza divenne un’opportunità impensata per sprigionare una capacità di prendere posizione e di rischiare, per affermare con le scelte valori civili e religiosi, oltre che umani, forse insospettati. Per una specie di eterogenesi dei fini, la guerra divenne un’occasione per avvicinare mondi culturali ancora piuttosto lontani, di cui gli ebrei identificati hanno raccontato varie sfumature».

Grazie agli studi di suor Loparco e del Coordinamento storici religiosi ne sappiamo davvero tanto di più. Specie di quanto accadeva a Roma, dove i numeri furono imponenti per presenza di case religiose e per numero di ebrei in pericolo. In una prima ricognizione del 1961 lo storico Renzo De Felice calcolò che circa 4.000 ebrei sfuggirono al rastrellamento; e di loro 3.500 avrebbero trovato rifugio nella case religiose. Dalle stime di suor Loparco, secondo una ricerca ancora aperta, a Roma furono certamente più di 220 le case religiose che accolsero cittadini di religione ebraica; più di due terzi erano istituti femminili e avrebbero ospitato almeno 2.775 persone. Ci fu chi nascose una sola persona, chi più di 100. Di fatto, non è possibile determinare con certezza un numero complessivo, per diverse variabili che giocarono nei mesi dell’occupazione.

In attesa della riapertura degli Archivi vaticani, possiamo raccontare lo stesso la storia di tante suore che si gettarono nell’impresa. Le Benedettine di Priscilla, ad esempio, accolsero 28 ebrei, li nascosero persino nelle catacombe quando temettero una perquisizione: una di loro andava tutti i giorni al mercato, anche fuori città, e tornava sempre con la spesa, fatta magari alla borsa nera. La loro storia è tra le più note perché a rifornire tutti di documenti falsi, un giorno arrivò dal Vaticano un ventenne di nome Giulio Andreotti, il futuro uomo politico. Le suore di San Giuseppe di Chambery nascosero 57 donne ebree con le figlie nello studentato pur condividendo il muro di cinta con un comando tedesco. «Vicini pericolosi e temuti — ricordarono — tanto più perché alcuni di loro passavano e ripassavano nelle vicinanze. Spesso venivano anche da noi per chiedere l’uso della cucina… di una sala con pianoforte per le loro serate di divertimento». Ci pare quasi di averle conosciute, suor Ferdinanda Corsetti e suor Emerenziana Bolledi grazie al memorabile libro Una bambina e basta di Lia Levi, scrittrice e giornalista, famiglia piemontese di religione ebraica, trasferitisi a Roma negli anni della guerra. Toccante una testimonianza di suor Ferdinanda: «Rivedo Franca, che una tarda sera fu consolata da noi perché in lacrime, consapevole di una retata di uomini, avvenuta nelle vicinanze; piangeva per timore di suo padre nascosto in un casolare vicino. Quasi al buio, accanto al suo letto, pregammo insieme e, nel dolore, ci unirono le bibliche parole del Salmo: Dal profondo ho invocato te, o Signore…». Lia Levi ha scritto pagine commoventi su come le suore di San Giuseppe organizzarono una camerata di sole giovani ebree per permettere loro la preghiera. «Ero piccola — ricorda — e non saprei se ci fu un ordine di accoglierci del Vaticano. Ricordo bene, però, certi momenti di pericolo. Subito dopo l’irruzione dei fascisti nella basilica di San Paolo fuori le Mura (accadde il 3 febbraio 1944) le suore ci dissero di cambiare nome, che bisognava stare particolarmente attente, e che questa era l’indicazione del Vaticano».

Nel convento di Nostra Signora di Sion, le suore Virginia Badetti e Emilia Benedetti accolsero ben 187 persone in pericolo. Le prime famiglie erano state inviate da monsignor Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato, futuro Paolo VI. Le suore di Santa Brigida, convento di semi-clausura in piazza Farnese, proprio dinanzi all’ambasciata di Francia, anch’esse citate tra i Giusti d’Israele, accolsero 20 persone, tra loro l’intera famiglia Piperno, una delle più conosciute della Comunità ebraica romana. «La nostra famiglia ha avuto la fortuna di trovare molte persone che hanno aiutato, ma nessuna come la beata Elisabetta e madre Riccarda che ci hanno salvato la vita e restituito la dignità», ha potuto raccontare l’ormai anziano Piero. Le brigidine madre Maria Elisabetta Hesselblad e madre Riccarda Beauchamp Hambrough nel momento peggiore innalzarono sul convento la bandiera di Svezia, Paese neutrale. «Madre Elisabetta esortava tutto il gruppo a continuare le pratiche religiose ed a rispettare Dio secondo la nostra fede. Ricordo il grande rispetto che ella ha avuto nei nostri riguardi in questo contesto senza mai volerci influenzare per lasciare la nostra fede né farci pesare che ci trovavamo in un ambiente di religione cattolica».

Accaddero cose incredibili. Dopo l’occupazione di Roma, il 10 settembre 1943, fu requisito il piano terreno di un palazzo di nuova costruzione, la comunità delle Francescane della Misericordia, ordine lussemburghese con suore quasi tutte di madrelingua tedesca, per farne un ospedale da campo per le SS ferite. Capitò così che al piano terra c’erano i nazisti, al primo le suore, nel sottotetto erano nascosti 40 ebrei. Per nove mesi andò avanti questa folle convivenza. Dal diario di madre Ignazia, la superiora, sappiamo che ella personalmente bloccò un paio di tentativi dei soldati di esplorare i piani superiori. Suor Ignazia si parò sulle scale e il tono brusco del suo tedesco, più ancora che la estensione della extraterritorialità del Vaticano, fece il miracolo. Solo dopo il 5 giugno 1944, alla Liberazione di Roma, le SS sgomberarono il palazzo e i rifugiati dell’ultimo piano poterono tirare il fiato.

Sembra tuttora improbabile un censimento esatto di quanti istituti, maschili e femminili, in Italia e nel resto d’Europa, aprirono le porte a chi fuggiva la furia di nazisti e repubblichini. Innanzitutto per un motivo pratico: non sarebbe stato pensabile che un’attività così rischiosa fosse messa per iscritto in modo preciso e sistematico. Mai probabilmente si troverà documentazione esauriente negli archivi per chiarire le circostanze di ogni decisione, che comunque appaiono differenziate e multiformi. Secondo i momenti, almeno una sorta di incoraggiamento autorevole, e di caldo invito ad aprire i portoni, però, dev’esserci stato se famiglie intere si nascosero anche nei conventi di clausura. Accadde nel monastero delle suore cistercensi di Santa Susanna con 26 rifugiati, ad esempio. O presso le agostiniane dei Sette Dolori che ne ospitarono 103.

Ancor prima della terribile razzia del Ghetto ebraico di Roma, il 16 ottobre 1943, il Vaticano cercò di dare uno scudo giuridico ai conventi, estendendo al massimo i vantaggi dell’extraterritorialità. Se ne occupò monsignor Aloys Hudal, di origine austriaca, rettore del collegio teutonico di Santa Maria dell’Anima, scelto forse proprio perché di note simpatie per il Terzo Reich: «L’ufficiale di collegamento — ha lasciato scritto Hudal — tra il Quartiere supremo del Fuhrer e quello dell’Italia, colonnello barone von Veltheim, di religione protestante, e a me conosciuto come nemico del nazismo, ha a me consegnato più di 550 dichiarazioni, da lui sottoscritte e munite con un timbro che conventi, istituti, pensioni ecc. da me nominati non potevano essere ispezionati e visitati dalla polizia militare… Io stesso ho consegnato numerose tali dichiarazioni e una grande parte ho dato al principe Carlo Pacelli… Oggi posso dire che in nessun collegio, istituto, pensione ecc. munito di una tale dichiarazione è accaduto qualcosa… migliaia di ebrei nascosti a Roma, Assisi, Loreto, Padova ecc. furono così salvati». Fu grazie a questa ospitalità, dunque, se si salvarono dall’Olocausto una metà degli ebrei presenti a Roma, che superarono i dodicimila.

di Francesco Grignetti