· Città del Vaticano ·

Evangelizzare con la leggerezza dello Spirito

Giotto, «Pentecoste» (1320-1325)

Il Vangelo della Domenica di Pentecoste (Gv 20, 19-23)

26 maggio 2020

Il Vangelo di Giovanni racconta che «mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù» (Gv 20, 19). I discepoli dopo la risurrezione del Signore sono colmi di inquietudine e incertezza, e qui c’è una certa somiglianza con lo stato d’animo che stiamo vivendo un po’ tutti in questa fase della pandemia. La presenza di Gesù Eucaristia è tornata a essere tangibile, è possibile partecipare alla messa e confessarsi, però respiriamo insicurezza e siamo logorati da una certa ansia sottintesa, che si protrae da molte settimane e non accenna a finire.

La Chiesa è nata in un clima tutt’altro che sereno e pacifico, e si è fondata su persone che non avevano un programma chiaro di quello che avrebbero dovuto fare, e neppure si sentivano tanto adeguate. L’ultima raccomandazione di Gesù era stata proprio un invito a non pretendere di avere tutto sotto controllo: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere». Ma la raccomandazione non sarebbe stata sufficiente senza la promessa che la completava: «Ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi» (At 1, 7-8).

Il racconto del Vangelo prosegue dicendo che Gesù «soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» (Gv 20, 22-23). Per prima cosa lo Spirito Santo rende gli apostoli capaci di perdonare, cioè di fare quello che solo Gesù ha insegnato a fare, dando l’esempio. In una lettera all’amico Tolkien, dopo un litigio, Lewis afferma che perdonare equivale a questo: «Se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato». Pur con le loro inadeguatezze, gli apostoli fin dall’inizio hanno fondato la loro azione sul perdono ricevuto da Gesù e donato tra di loro.

La seconda conseguenza della venuta dello Spirito Santo è che gli apostoli superano la paura di uscire dalle porte chiuse delle loro incertezze. Nella Pentecoste conservata alla National Gallery di Londra, Giotto fotografa l’istante nel quale i Dodici ricevono la luce e il fuoco dello Spirito, che si vede nei loro sguardi che si risvegliano, mentre la stanza dove sono rinchiusi sembra divenuta troppo piccola e le porte stanno per spalancarsi, come intuiscono i due passanti che stanno origliando.

Il mondo non è un luogo rassicurante, non lo è stato per gli Apostoli e spesso non lo è per noi che usciamo per strada bardati con guanti e mascherine. Lo Spirito Santo però viene per renderci capaci di vincere le nostre paure e percorrere proprio le strade di questo nostro mondo del 2020, «fino ai confini della terra» (At 1, 8). Con il coraggio e la forza della comprensione, andando incontro agli altri fin lì dove ci hanno ferito, regalando loro il perdono anche se non se lo meritano, come Dio fa ogni giorno con ognuno di noi.

La Chiesa e il mondo hanno bisogno, oggi come agli inizi, di apostoli che si aprono veramente agli altri, a tutti, per costruire insieme. Cristiani capaci di andare d’accordo, perché non prendono troppo sul serio i propri punti di vista personali in tante materie opinabili. La dottrina è senz’altro fondamentale, come lo era agli inizi della Chiesa. «Dove però si danno delle lacerazioni, dove si alimenta amarezza, invidia, ostilità, lì non c’è Spirito Santo. Una conoscenza priva d’amore non viene da lui», insegna Ratzinger, che individua un segnale che forse non ci aspetteremmo per discernere la presenza dello Spirito: «Dove manca la gioia, dove l’umorismo muore, qui non c’è nemmeno lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù Cristo».

La capacità di perdonare, coraggio, gioia unita a una certa sana leggerezza apostolica sono caratteristiche degli “evangelizzatori con Spirito” di cui parla Papa Francesco: «Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi, come pare a Lui».

di Carlo De Marchi