· Città del Vaticano ·

Dove ogni giorno è quarantena

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«Diario della “peste” in una bidonville argentina» di Alver Metalli

29 maggio 2020

Lo dico anzitutto a me stesso: se leggi queste pagine di Alver Metalli e poi lasci che la tua quotidianità vada avanti come prima, come se non le avessi lette, beh... sicuramente c’è qualcosa che non va! Con schiettezza Papa Francesco inizia la sua presentazione all’ebook Quarantena - Cuarentena (in italiano e spagnolo) con un suggerimento: «Ci farà bene leggere questo diario». Sì, questa autentica “Spoon River dei vivi” nelle periferie di Buenos Aires, con Francesco stesso che propone come azzeccatissima “colonna sonora” Fabrizio De André con il suo stile di farsi, artisticamente, di lato per lasciare più spazio possibile alle persone emarginate, sempre e comunque il suo punto di interesse.

Scrivendo la presentazione a questo Diario della “peste” in una bidonville argentina (Edizioni San Paolo 2020, pagine 14, euro 6,99) Francesco si mette a servizio, con la sua penna, della gente «delle villas miserias, le baraccopoli dove opera un gruppo di sacerdoti a cui voglio tanto bene» scrive. In realtà si mette a servizio del lettore invitando a non buttare al vento questa opportunità di darsi una svolta. Magari come ha fatto proprio Metalli, il giornalista italo-argentino, che, racconta Francesco, «sei anni fa ha lasciato la sua bella casa in un quartiere residenziale di Buenos Aires per andare a vivere tra le catapecchie de “La Carcova”. Lo ha fatto perché è stato attratto dalla testimonianza di padre Pepe e ha sentito che così poteva meglio realizzare, con gioia, la sua vocazione cristiana, maturata alla scuola spirituale di don Giussani e dei suoi Memores».

E quella che “ritrae” Metalli è, in fin dei conti, la prima “fotografia” di questo diario di quaranta giorni (e quaranta notti) che, è sempre il Papa a suggerire, «non racconta solo le storie drammatiche di tante donne e uomini della villa, fra droga, violenza e miseria. Ci fa vedere anche l’umanità bella di tanta gente che, attorno alla parrocchia, si prodiga tutti i giorni per aiutare chi è più bisognoso di aiuto».

Sembra persino di avercelo davanti quel “pasto caldo” che ogni mattina alle 8 viene offerto «a chi non ha più i soldi nemmeno per comprarsi qualcosa da mangiare». Con una nota che Francesco tiene a rimarcare: «I volontari che preparano il cibo e lo distribuiscono non vengono dai quartieri bene, sono in buona parte persone del posto, gente umile che patisce le conseguenze della pandemia come tutti i loro vicini». Insomma, sono «muratori, domestiche, donne che prestano servizio in case benestanti dei quartieri vicini, impiegati comunali, qualche lavoratore del settore trasporti, e tanti altri che il lavoro non ce l’hanno e vivono di changas, come gli argentini chiamano quelle occupazioni precarie che aiutano a sbarcare il lunario. Per tutti il lavoro è sospeso e dedicano il loro tempo e le loro energie ad alleviare il bisogno degli altri». Non è gente che si perde d’animo per un virus che gira...

C’è «un altro punto», confida il Papa, «che la pandemia ha portato a galla», e cioè «le risorse di una religiosità popolare che innerva la vita del popolo delle villas, con i valori di solidarietà e vicinanza. Questo mi fa dire che a volte questi luoghi così poco considerati hanno molto da insegnare al resto della città». Si respira, e a pieni polmoni, tutto il sapore della Evangelii nuntiandi di Paolo VI.

È per il sostentamento della casa per gli anziani — messa su da padre Pepe per proteggerli il più possibile — «che l’autore dell’ebook ha deciso di destinare gli introiti della pubblicazione». Ed è, fa presente il Papa, «un motivo in più per leggere e diffondere questo Diario che ci mostra il volto avvincente e concreto di una “Chiesa povera e per i poveri”».

Chissà che questo stile solidale non sia il metodo migliore per sconfiggere il virus. Ne è convinto proprio padre Pepe che, nel suo contributo al libro di Metalli, delinea così la sua carta d’identità: «Sono parroco di una parrocchia interamente “occupata” da realtà che in Argentina chiamiamo villas e altrove favelas, bidonville, slums, ghetti, tuguri e altro ancora a seconda del luogo e del paese. Per l’esattezza le villas sono quattro: si chiamano Carcova, Curita, Independencia, 13 de Julio, e si trovano tutte alla periferia di Buenos Aires, con una popolazione approssimativa di cinquantamila anime».

Senza giri di parole, padre Pepe afferma che le villas sono «in quarantena i 365 giorni dell’anno e che quella dichiarata dal governo, per tanti aspetti, continuerà anche quando essa sarà formalmente revocata». Del resto, fa presente il sacerdote, «se queste realtà che chiamiamo villas sono mondi sui generis, anche l’impatto della pandemia lo è. In questi luoghi garantire le distanze di sicurezza per evitare il rischio del contagio è apparso subito complicato, perché nuclei composti da molti familiari vivono da sempre sotto lo stesso tetto e non saprebbero come distanziarsi».

Il Diario di Metalli racconta, anche con crudezza, purtroppo sacrosanta, «la reazione che l’aggressione del virus provoca in queste comunità già provate da tante devastazioni». Eppure, per tornare alla poesia di De Andrè, c’è motivo di sperare se anche padre Pepe confessa «di essere rimasto colpito — e ammirato — vedendo la generosità con cui le persone della villa sono venute in soccorso dei loro fratelli più indigenti o più a rischio o entrambe le cose. E anche confermato e confortato circa la bontà della presenza di Chiesa che in questi luoghi cerchiamo di realizzare, sostenuti in altri tempi da Bergoglio e incoraggiati oggi da Francesco». Il fatto è, conclude il sacerdote, che «la vita spirituale, nelle villas infettate dalla pandemia, non è separata dalla realtà». Beh, ci sarebbe da andare a scuola di vita nelle villas. E ora proviamo a non essere più gli stessi di quando si è cominciato a leggere il libro...

di Giampaolo Mattei