· Città del Vaticano ·

Animatrice di segni

Mirta Carroli, «Malkut» (2006)

La scultura di Mirta Carroli

28 maggio 2020

Davvero la scultura è una lingua «morta» come diceva il grande Arturo Martini, riflettendo sul venire meno del ruolo pubblico della scultura per una crisi di committenza? Nel nostro viaggio sulle tracce di questa speciale arte di incarnazione e di forma, in un mondo che sembra premiare sempre di più l’immateriale, abbiamo incontrato già cinque scultori di gran pregio nelle puntate precedenti.

Ora a Riva, Mutinelli, Severino, Tulli e Rivalta, si aggiunge Mirta Carroli, romagnola di origine e docente alla Accademia di Bologna. Forse non a caso una terza donna, e altre ne troveremo, quasi a confermare che l’arte più legata al dare forma, al dare tridimensionalità, con in più la «quarta dimensione» di cui parlava Martini, ha in questa epoca della de-materia che spesso è de-vitalizzazione di un surplus di femminilità, di tensione generativa. La Persistenza del Segno: così si chiamava una importante personale dell’artista che nel 2009, per la cura di Verena Neff e Theo Schneider, aveva posto venti sue opere ad «abitare» lo spazio intorno a Castel Pergine in Valsugana. Così come poi le sue opere di grandi dimensioni (che l’artista alterna con la creazione di splendidi gioielli) hanno abitato vari spazi importanti, tra cui Palazzo Schifanoia a Ferrara e Forte Mezzacapo in occasione del centenario della Grande Guerra.

La Carroli è a mio avviso una animatrice di segni, ovvero la sua concezione di scultura, che arriva a confrontarsi con grandi temi e modelli (come la sua Nike) viene da una concentrazione poetica che tende a unire suolo e spazio, terra e aria in una inventiva visionaria ed elegante. Questo ultimo aggettivo è da intendersi con una sorta di obbedienza alla eleganza dei luoghi, sia fisici che naturali, in cui l’artista interviene. Come se il suo gesto, appunto, volesse non già interrompere o, peggio, imporre al luogo una autonoma invenzione dell’artista, ma dialogasse con essi, interpretandone una eleganza, appunto, frutto di creazione antecedente. In tale rispetto dell’antecedente sta una chiave, a mio avviso, di vera invenzione, che non coincide con l’ornamento o peggio la didascalia, ma con una potente e accesa risorsa creativa. Della sua opera si sono occupati molti critici importanti, da Andreotti a Bellasi, dalla Buscaroli a Cerritelli, da Caramel a Crispolti, segno di una serietà nel lungo periodo.

I «segni» scultorei della Caroli, in ferro e pietra, con i suoi rossi e i suoi colori bruni, riprendono segni arcaici immettendoli in dinamiche nuove, in slanci che vengono dalla terra, in architetture che si compongono con il cielo. Tesse un dialogo tra le epoche, fedele ai primari segni con cui l’uomo interpreta il suo essere, come dice il poeta, trafitto da qualcosa in una solitudine immensa, ma anche partecipe di un prodigioso movimento cosmico. Sono segni o come li chiama in alcuni casi «codici» elementi per stare nel mondo come avventura di senso. Le sue opere infatti interrogano, colgono, direi agganciano, lo sguardo dell’homo viator, non interessano lo sguardo turistico sul mondo. La loro eleganza del profondo, la tessitura che visibile e invisibile proseguono con i segni arcaici dell’avventura umana, la nudità, la potenza mai esibitoria, costituiscono i tratti dell’accadere delle sue opere nei nostri occhi, se i nostri occhi cercano segni e non istruzioni per l’uso nella grande avventura della esistenza.

I quadrati o gli archi che rimandano agli spazi fisici e mentali dell’esistere umano, i cerchi volanti che rimandano a voli di uccelli o fantasie, le spirali tra movimenti di dna e mulinare di sentimenti, le nude verticalità, gli incontri tra materia calda come le pietre e netti come i metalli, compongono un alfabeto misterioso e che invita a un senso ulteriore, a una lingua che quasi si sospetta di aver conosciuto un tempo e ancora ci parla. Una lingua del creato che nel creato ci lascia meno soli e attoniti, più stupiti e viandanti.

di Davide Rondoni