· Città del Vaticano ·

Abitare con il cuore la città

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Indicazioni pastorali del cardinale vicario di Roma De Donatis alle comunità parrocchiali, ai sacerdoti e alle religiose

28 maggio 2020

«È il momento per creare luoghi, occasioni per permettere alle persone che abitano nei nostri quartieri di raccontare questo tempo della loro esistenza: (...) attraverso le piattaforme internet e sempre di più incontrandoci fisicamente, cercheremo di realizzare questo ascolto nelle case o in parrocchia. Non sarà possibile realizzare incontri di massa: ma questo non è un limite, è un’opportunità. L’evangelizzazione chiede incontri e dialoghi volto a volto, che la situazione di graduale uscita dalla pandemia favorirà. È il modo con cui la Chiesa esprime la sua vicinanza a tutti attraverso la condivisione di fede e di speranza. Poiché ci aspetta un tempo difficile, dove la società sarà messa in forte crisi dalla perdita del lavoro di tante persone e dall’impoverimento di fasce intere di popolazione urbana, non facciamo mancare a nessuno il segno delle opere di misericordia della Chiesa».

Sono alcuni passaggi del documento che il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis ha preparato per accompagnare questa fase di vita delle comunità parrocchiali, intitolato «Abitare con il cuore la città». Ad esso si affiancano due lettere, una inviata alle religiose, l’altra ai sacerdoti (che pubblichiamo qui sotto integralmente).

Nel documento si parte da quella che rimarrà probabilmente come una delle immagini simbolo più forti della pandemia che stiamo ancora vivendo: quella del Papa che il 27 marzo scorso, da solo, attraversa una piazza San Pietro deserta, con il crocifisso bagnato dalla pioggia e dalle lacrime del mondo. «In tutto questo tempo — si legge nel sussidio — Papa Francesco è stato per tutti la guida sicura e forte della barca di Pietro. Ancora una volta abbiamo sperimentato la sua fedeltà a Cristo, il suo amore privilegiato per i poveri e il desiderio di una Chiesa povera». E come nell’arca, osserva De Donatis, «si ritrova una famiglia impossibilitata ad uscire, così in questo tempo siamo stati invitati a riscoprire la famiglia nel suo essere “piccola chiesa domestica”, ma anche a desiderare la comunità parrocchiale come famiglia». Anche il vuoto delle nostre chiese e delle nostre comunità in realtà «si è riempito di attese, di preghiere, di solidarietà, di desiderio di relazioni vere, di nostalgia di fraternità autentiche». Siamo stati invitati, continua il messaggio, «ad ascoltare il grido delle famiglie»: «il #restareacasa è stato per molte famiglie un’occasione bella per ritrovare il tempo e per riordinare lo spazio in una convivenza continua a cui non si era abituati». Allo stesso modo «ci sono state situazioni difficili che hanno acuito le tensioni: pensiamo alle difficoltà coniugali che sono cresciute, o alla fatica dei giovani nello stare chiusi in casa; o ancora a chi ha case piccole o una famiglia numerosa; pensiamo agli anziani soli o a chi ha un malato o un disabile in casa; pensiamo a chi soffre di disturbi psichici o mentali. Purtroppo sono aumentati i preoccupanti casi di violenze domestiche».

Questo tempo ci ha anche regalato «tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni — solitamente dimenticate — che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell'ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo.... Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera...».

La pandemia ha portato gli uomini e i cristiani a porsi tante domande: il senso della vita, la fragilità umana, il valore della sofferenza, la morte, la vita eterna: «Siamo chiamati — osserva il porporato — ad aiutare sempre più la nostra gente a rendere ragione della nostra speranza». Ciò va fatto anche con l’aiuto delle équipe pastorali. «Il Papa è stato molto chiaro. È questo un tempo in cui riconoscere il passaggio del Signore», scrive ancora il porporato. «Se da una parte abbiamo sperimentato la forza del male e della malattia, dall’altra siamo stati chiamati a ritrovare luce nella bellezza originaria del battesimo. Se ci sono stati tolti (o rimandati) i sacramenti, siamo però tornati al primo sacramento che nessuna cosa al mondo potrà mai toglierci: il battesimo; e, così, ritrovarci figli nel Figlio, essere rivestiti di Cristo, inseriti, immersi, in Cristo morto e risorto; perché quando anche tutto nel mondo ci sembra sommerso (a causa di un diluvio o di un’epidemia), il cristiano sa che lui non sarà mai sommerso dalla morte, ma riscoprirà di essere stato immerso in Colui che ha vinto la morte».

 

La lettera ai sacerdoti


A tutti i sacerdoti,
rettori dei Seminari e diaconi
della Diocesi di Roma:

Carissimo, ti ho invitato a vivere questo ritiro (mercoledì, giovedì e venerdì prima di Pentecoste) per regalarti un tempo prolungato di silenzio, di ascolto della Parola, di condivisione fraterna, di discernimento, perché lo Spirito ti aiuti a «capire il tempo presente e possa inspirarci scelte secondo la sua volontà». Come ti ho scritto nella lettera precedente, sono convinto che da questo confronto emergeranno straordinarie convergenze, poiché è lo Spirito Santo che guida la Chiesa. Ci lasciamo accompagnare dai tre verbi del discernimento che Papa Francesco indica in Evangelii gaudium e che hanno poi ispirato anche il metodo di lavoro dei recenti sinodi: riconoscere, interpretare, scegliere.

Diventano profetiche e ispiratrici, nel contesto attuale, le parole di Evangelii gaudium 50-51, lì dove il Papa ci invita ad entrare nella storia che stiamo vivendo con uno sguardo di fede che non si accontenti solo di letture sociologiche ma che colga le cose dall’interno, lì dove agisce e opera lo Spirito Santo. Noi pastori siano certamente chiamati ad essere uomini impregnati di Spirito Santo per continuare ad “ungere” il Popolo con quell’olio denso e sano di cui ha davvero bisogno, olio che guarisce, rafforza, illumina ed indica la strada da percorrere insieme.

Ascoltiamo perciò le parole di Papa Francesco: Oggi si suole parlare di un “eccesso diagnostico”, che non sempre è accompagnato da proposte risolutive e realmente applicabili. D’altra parte, neppure ci servirebbe uno sguardo puramente sociologico, che abbia la pretesa di abbracciare tutta la realtà con la sua metodologia in una maniera solo ipoteticamente neutra ed asettica. Ciò che intendo offrire va piuttosto nella linea di un discernimento evangelico. È lo sguardo del discepolo missionario che «si nutre della luce e della forza dello Spirito Santo» (Eg 50). Quanto ci fanno bene queste parole! Ci collocano nella dimensione giusta e ci portano a considerare chi siamo: discepoli missionari. Siamo uomini felici perché discepoli, e solo perché tali, senza nessuna pretesa di essere maestri, possiamo essere evangelizzatori autentici.

È dentro questa identità che possiamo avviare un sano processo di discernimento evangelico: impregnati della Parola saremo capaci di sostenerci e sostenere il nostro Popolo in questo tempo doloroso ed impegnativo della pandemia.

Prosegue il Papa:… esorto tutte le comunità ad avere una «sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi». Si tratta di una responsabilità grave, giacché alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione da cui poi è difficile tornare indietro. È opportuno chiarire ciò che può essere un frutto del Regno e anche ciò che nuoce al progetto di Dio. Questo implica non solo riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma — e qui sta la cosa decisiva — scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo (Eg 51).

Ci lasceremo guidare, in questo ritiro sui tre verbi (riconoscere, interpretare e scegliere) dalla figura di Mosè. Come lui, ci lasciamo coinvolgere dallo Spirito, per entrare anche noi nella tenda a contatto con il Volto di Dio per ascoltare la sua parola e parlare con lui da amico, “faccia a faccia”. Sempre, e questi mesi ce lo hanno dimostrato, il Popolo vuole vedere da noi il Volto di Dio e lasciarsi scaldare dalla luminosità del nostro incontro con il Padre. Non abbiamo la presunzione di essere gli unici in contatto con Dio, anzi come Mosè sentiamo il dovere di lavorare su noi stessi per diventare sempre più discepoli. Vogliamo anche noi vivere il paradigma dell’esodo da uomini liberi, da discepoli della Parola e del Volto.

Con questi sentimenti, accompagnati per mano da Mosè, entriamo nel silenzio e nell’invocazione allo Spirito, per avere la limpidezza del cuore che ci permetta davvero di “chiarire — come ci dice Papa Francesco — ciò che può essere frutto del Regno”, per il bene della nostra Chiesa di Roma.

Spirito Santo, concedici di entrare nel silenzio autentico,
di essere consapevoli di essere creature amate e salvate,
donaci la lucida consapevolezza di essere continuamente alla Tua Presenza.
Facci discepoli di ognuna delle parole del Figlio, fa’ che cresciamo nell’amicizia con Lui; solo quest’amicizia dia sostanza e identità alla nostra umanità e al nostro ministero.
Sia l’unico tesoro delle nostre giornate; tutto ci sia tolto, ma mai l’amicizia con Gesù!
Regalaci di gustare la dolcezza con cui il Signore Gesù ci ha chiamati,
fa’ che stiamo volentieri ai Suoi piedi,
fa’ che ci lasciamo alzare dalla tenerezza della Sua Misericordia
per poter sperimentare continuamente l’abbraccio del Padre.
Il nostro silenzio avvolga i nostri fratelli,
la nostra preghiera si trasformi in un’intercessione povera, libera e casta
perché chiunque si accosti a noi possa percepire il profumo della paternità,
possa essere accompagnato a sentire l’abbraccio abbondante,
certo e tenace di Dio, Padre di tutti.
Amen.

Angelo Card. De Donatis
Vicario Generale di Sua Santità
per la Diocesi di Roma