Dare la vita

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Diario della crisi / 3

21 aprile 2020

L’esempio di chi si è messo al servizio dei malati


Nel dolore e nelle tragedie di questi mesi c’è un fatto importante che si impone alla nostra attenzione e che pur aggiungendo dolore a dolore è fonte di ammirazione e — alla fine — di conforto. È la schiera di persone che portano su di sé le conseguenze della pandemia, perfino la morte, perché si dedicano con generosità e con tutte le loro forze al servizio degli altri, sia nel corpo sia nello spirito. È giusto dar loro un tributo comune di gratitudine, che certamente è non solo retorico, ma molto sincero, da parte di tutti. Medici, infermieri, sacerdoti, volontari… Nelle zone più colpite il loro numero è molto alto, non solo di quelli che si ammalano, ma anche di quelli che muoiono.

Nel tempo della grande sofferenza c’è chi capisce di essere chiamato per vocazione professionale, o religiosa, o personale ad esporre la propria vita per gli altri. Se non si sottrae al rischio non è per irresponsabilità e leggerezza, ma per un senso del dovere animato dall’amore che è più forte della paura.

L’11 settembre 2001, nel terribile attentato alle Torri gemelle morirono circa 3.000 persone, 343 di queste erano vigili del fuoco impegnati nelle operazioni di soccorso. Il loro eroismo è stata una delle forze più efficaci per incoraggiare i cittadini di New York nella ricostruzione morale e fisica dopo la distruzione. E se i pompieri sono stati le persone più esposte e più in vista, ad essi si devono aggiungere i moltissimi medici, infermieri, volontari di ogni tipo accorsi immediatamente in aiuto con totale generosità, senza perdere neppure un minuto a pensare a sé stessi. Un grande esempio. Ma si potrebbe continuare a lungo. Quante volte in occasione di terremoti, inondazioni, o altre catastrofi abbiamo assistito a movimenti meravigliosi di solidarietà spontanea, disinteressata, senza calcolare fatiche e rischi…

Così, quando c’è tantissima sofferenza… vediamo che c’è anche tantissimo amore. Un amore che — se gli è possibile — è pronto a spendersi senza calcoli, fino al punto di dare la vita. Spesso ne siamo sorpresi. Vediamo persone che consideravamo “normali” manifestare una grandezza umana e spirituale che non conoscevamo, non avevamo sospettato. Forse esse stesse non avevano ancora avuto modo di capire quanto potevano dare, finché il dolore dell’altro, come una sfida, non ha manifestato loro a che cosa potevano essere chiamate… C’è qualcosa di molto grande e misterioso in questo rapporto fra il dolore e l’amore. Sembra quasi che il dolore sia il terreno in cui più spesso l’amore può crescere al di là delle nostre previsioni e delle nostre attese, raggiungere vette dove il ragionamento e la parola vengono meno, un fuoco intenso arde nel cuore. Lo abbiamo visto molte volte nella dedizione dei coniugi e delle persone che si vogliono bene di fronte alle malattie più dolorose. Allora l’amore diventa così intenso e così grande che riesce a trasformare una vicenda di sofferenza atroce in una storia d’amore sempre più grande. La sofferenza e la morte ne ricevono un senso alto e inaspettato.

«Non c’è amore più grande che dare la vita», dice Gesù. E ci invita a comprendere la sua Passione in questa luce e ad entrare anche noi per la via di questo amore. «Non c’è amore più grande che dare la vita», è qualcosa che tutti possono capire quasi di slancio, se non sono stati completamente inariditi dall’egoismo.

Pandemia, tempo di grande sofferenza, tempo occasione di grande amore. Il virus è contagioso. Ma anche l’amore può essere contagioso. Molti dei figli dei vigili del fuoco di New York morti l’11 settembre, crescendo, hanno voluto diventare anch’essi vigili del fuoco, per imitare i loro padri in un servizio in cui si è pronti a dare la vita per gli altri. L’esempio dei medici, degli infermieri e infermiere, dei sacerdoti, di chi si è messo al servizio dei malati disponibile a dare la vita, è una delle lezioni più importanti che questo tempo ci deve lasciare. È l’anima preziosa di tutte le altre lezioni che cercheremo di apprendere. Senza di questa, le altre varranno poco.

di Federico Lombardi