· Città del Vaticano ·

Tolkien e la maledizione di Babele

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Lettere dal direttore

20 febbraio 2020

Se non avesse scritto il romanzo di maggiore successo al mondo, J.R.R. Tolkien sarebbe stato ricordato come un insigne filologo che ha insegnato formando altri filologi per decenni a Oxford, collaborando all’Oxford English Dictionary (e anche all’edizione inglese della Bibbia di Gerusalemme). Ebbene da buon “amante delle lingue” l’autore de Il Signore degli Anelli soffriva per la sorte di quegli organismi viventi sempre in trasformazione e “tendenti” alla scomparsa. Così si esprimeva scrivendo una lettera del 9 dicembre 1943 al figlio Christopher impegnato sul fronte africano del secondo conflitto mondiale di cui intuisce l’esito, ma anche dei singolari “effetti collaterali”:

«Più le cose diventano grandi, più il mondo diventa piccolo e monotono o piatto. Si appresta a diventare tutto una piccola e provinciale periferia inaridita. Quando avranno introdotto gli impianti igienici, le tecniche motivazionali, il femminismo e la produzione di massa americani in tutto il Vicino Oriente, in Medio Oriente, in Estremo Oriente, nell’U.R.S.S., nella Pampa, nel Gran Chaco, nel Bacino del Danubio, in Africa Equatoriale, in Mumbolandia citeriore ulteriore e interiore, nella Gondwana, a Lhasa e nei villaggi del profondo Berkshire, quanto saremo felici. A ogni modo dovrebbe ridurre i viaggi. Non ci sarà più nessun luogo in cui andare. Per questo la gente ci andrà (ritengo) ancora più velocemente. Il Col. Knox dice che un ottavo della popolazione mondiale parla “inglese”, e che si tratta del maggiore gruppo linguistico. Se è vero è una vergogna, dico io. Che la maledizione di Babele colpisca le loro lingue sinché possano dire solo “bee bee”. Sarebbe quasi lo stesso. Penso che dovrò rifiutarmi di parlare se non in merciano antico. Seriamente: trovo questo americo-cosmopolitismo veramente terrificante».

A.M.