Solo per due giorni tornano i Blues Brothers
Un classico moderno
Quando uscì, nell’ormai lontano 1980, The Blues Brothers dovette superare
anche il fuoco di fila di prestigiosi critici d’oltreoceano. Oggi che torna sul
grande schermo — per due soli giorni, il 20 e 21 giugno — restaurato in
occasione del trentesimo anniversario della morte di John Belushi,
è
ormai consacrato come un capolavoro. Anzi, di più: come un classico moderno. La
sfida, semmai, è rappresentata dal conquistare le nuove generazioni, che
difficilmente potranno apprezzare alcuni dettagli legati indissolubilmente
all’epoca della realizzazione. Per esempio il rispetto del regista John Landis e
dei colleghi della sua generazione (non a caso nel finale compare in un cameo
anche l’altro neoclassicista Steven Spielberg) per il cinema hollywoodiano d’un
tempo. La difficoltà di tornare a fare un musical negli anni in cui nasceva
l’estetica aggressiva dei video-clip. Più in generale, la voglia che c’era di
lasciarsi alle spalle due decenni di traumi nazionali con un cinema più
spensierato che contribuisse a risanare prima di tutto l’immaginario collettivo.
Nonostante ciò, ne siamo già sicuri, i nuovi spettatori rimarranno a bocca aperta di fronte a un senso del ritmo e un’energia che oggi non si vedono più, a una comicità che si tiene sul confine del surreale senza travalicarlo mai in modo grossolano, o anche solo smodato, a scene di massa che non hanno bisogno di interventi col digitale, a una miscela di generi che non ha la spocchia intellettualistica delle alchimie postmoderne, ma solo l’istinto di una macchina cinematografica che si muove in tutta libertà. A un cinema, insomma, che era creatività e sudore, proprio come una blues band.
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