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Zero Gesù

· ​Una canzone che parla in profondità ·

È difficile essere italiani senza aver mai ascoltato una canzone di Renato Fiacchini, in arte Renato Zero, nomignolo di chi lo scherniva nelle sue prime realizzazioni come artista. È altrettanto difficile non ricordare quanto, sin dai primi tempi, questo astro nascente dello spettacolo avesse un che di totalmente trasgressivo, di istrionico con i suoi travestimenti e i suoi atteggiamenti.

Anch’io ricordo che, da ragazzino, aspettavo la sua uscita in qualche trasmissione tv per vedere come si fosse agghindato, quale travestimento proponesse e il giorno seguente non era infrequente che se ne parlasse un po’ dappertutto.
Ugualmente difficile non ricordare alcune delle sue canzoni — ognuno ha le sue preferite — con alcuni motivi che fanno da colonna sonora alla storia italiana di questi ultimi decenni. 

Renato Fiacchini, in arte Renato Zero

Il suo carattere trasgressivo si è adesso orientato a qualcosa che è diventato per eccellenza una minoranza, un’eccezione, insomma una trasgressione. Nel suo ultimo album, Alt, regala a tutti i suoi fan una canzone che merita la nostra attenzione. Si tratta di un pezzo dal titolo altamente suggestivo: «Gesù». È il Gesù di Renato Zero ma in tanti punti, forse in tutta la coinvolgente canzone, si ritrova il Gesù di una vera fede, profonda, viva e vivace. Questa canzone meriterebbe ben altra meditazione teologica, ma vale la pena, qui, ricordare alcuni stralci che ci rivelano che l’arte, oggi più che mai, desidera parlare in profondità, a partire dalle nostre radici di fede.
La prima parte sembra un monito sulla situazione quasi disperata del nostro mondo: Lenti si naviga lenti. Il progresso ci ha spenti già. Via tutti quegli entusiasmi. Nessuno che esulterà. L’Arca si è arenata pure lei. Tempi bui un po’ per tutti noi. Lenta è proprio l’umanità che ha l’illusione di correre con la tecnologia, di spostarsi senza più il bisogno di sudare, salvo per i migranti, ma in fondo è proprio lenta e non solo lenta, ma anche povera perché non assomiglia più a Gesù: Poveri uomini... poveri. Non ti somigliamo più... Uomini e donne che vagano come mendicanti ma certamente come rifugiati obbligati a trasmigrare attraverso mari che diventano cimiteri: Come mendicanti trasmigriamo ormai. Attraverso monti mari e pericoli.
Questa umanità derelitta, proprio quando non ce la fa più, si sveglia davanti a un pane cotto, segno sicuro di quella Eucaristia che è la condivisione ai fratelli della vita divina: Soli più soli di sempre. Il cuore non ce la fa. Tanta vita d’amore e di poesia. Un pane appena cotto e l’armonia. Questa situazione non trova altra soluzione che nell’umanità nuova di Gesù, un fratello speciale che è presente soprattutto negli ultimi. Solo questo fratello speciale che è Gesù può dare una mano per tirarsi fuori da questa solitudine esistenziale: Sei ancora con gli ultimi? Aiutaci fratello. Un’altra volta puoi. Che ormai questo fardello è insopportabile. Sì questo fardello è tanto pesante che anche la natura inizia a soffrire di questa colpevolezza crassa. La tematica ecologica richiama quel monito e quell’invito che vengono anche dall’enciclica Laudato si’: Chi avvelena i tuoi pascoli? Fiumi ormai interdetti. Discariche laggiù. Ciò che credevi un orto è deserto che avanza. Gesù. Siamo colpevoli. Nel deserto c’è solo un grido, perché talvolta la fede vacilla. Per questo, il ritornello di tutta la canzone è un grido di grande tenerezza, frammista a un vero lamento interiore. E quell’implorazione, quasi fosse anche una supplica di libertà, è la chiave di testo e musica. Il centro dell’opera infatti è la ripetizione incessante dell’unica invocazione possibile di fronte a tale trasformazione: Siamo colpevoli. Gesù. Se potrai ancora farlo tu... Perdonaci! Perdonaci!.
Sono i giovani che gridano questo nome, che ripetono incessantemente questa supplica di perdono e non è un caso che siano proprio dei giovani che mi hanno fatto ascoltare entusiasti questa richiesta disperata di aiuto al Signore Gesù.

di Alberto Fabio Ambrosio

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20 ottobre 2018

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