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Zanza Zanzetti ruba
la luna

· La ri-scoperta della natura e del suo potere nello splendido racconto di Bernard Villiot e Peggy Nille ·

In una città immersa nelle tenebre, dove gli abitanti restano in casa alla luce delle loro rassicuranti candele, un ladro, Zanza Zanzetti, si aggira sui tetti delle case con le sue acrobazie quando, all’improvviso, avvista un misterioso disco argenteo sulla sommità di un castello. La sua aurea lattiginosa illumina la campagna fino al laghetto poco distante lasciandolo sorpreso e incuriosito. Possibile non abbia mai visto la luna? — lo ammonisce una vecchietta che passa di là e che ricorda di quando, prima che il principe del castello rubasse la luna per la sua innamorata, tutti potevano godere della sua pallida luce. Zanzetti si inerpica sulla sommità del castello, ruba la luna e la restituisce alla città, che fa di lui un eroe. Ma… cosa accade alla luna? Si eclissa, diventa rosso fuoco, si assottiglia e ritorna perfettamente rotonda sotto gli occhi basiti di tutti, incapaci di comprendere le leggi che la governano e di afferrare il segreto profondo di questo affascinante astro.

Particolare di una delle tavole

Come spesso fanno gli uomini quando non comprendono qualcosa, o quando la temono, intimarono a Zanzetti di riprendersi quel dono. Egli, allora, prova a tenerla per sé, ma i tentativi di dominare la luna risultano inutili, perché il dono della sua presenza non può essere privilegio di pochi e al ladro acrobata non resta che restituirle la libertà.

Il ladro che rubò la luna di Bernard Villiot e Peggy Nille (Milano, Jaca Book, 2014, pagine 25, euro 13) è un libro per i bambini di ogni età che guardano rapiti e stupiti la magia che ogni mese ripete «la gran frittata del padellon del cielo», per citare il poeta barocco Giambattista Marino ne Il rapimento d’Europa. Come spesso accade con la letteratura dell’infanzia, offre interessanti spunti di riflessioni anche per l’adulto che accompagna con la sua voce narrante il susseguirsi di disegni estremamente ben realizzati ed eloquenti.

Partendo da una delle favole meno note dei fratelli Grimm, dal titolo appunto La luna, una sorta di cosmogonia — come l’ha giustamente definita Italo Calvino — gli autori Villiot e Nille ne ripropongono una rivisitazione moderna. Nel racconto originale tedesco, si avverte la necessità primordiale dell’uomo di spiegare le fasi lunari attraverso leggende di origine popolare. Anche qui si tenta di trafugare la luna, incappando nelle ire addirittura di San Pietro, che le restituisce il posto a lei dovuto.

Nel nostro racconto è non tanto una scoperta, ma una ri-scoperta della natura e del suo potere, della luna, della sua natura scientifica, ma anche della sua forza evocativa che da sempre ne fa la confidente di cuori innamorati, spettatrice di dolore e sofferenza umane, sempre lì, immobile e pensosa. L’ambientazione della storia non è però un’età primitiva, ma sembra piuttosto attuale. Ciascuno rintanato nel proprio nido, alla luce rassicurante della candela, solo, benché sorridente. La ricomparsa della luna restituisce alla piccola cittadina una dimensione comunitaria, i bambini tornano a giocare insieme, la vita della città diventa più bella. Torna, anche, lo stupore fanciullesco davanti ai misteri dei cicli lunari che, però, non trova una risposta esauriente. Perché? — c’è da chiedersi.

Forse affinché prevalgano la fantasia, l’istinto, il cuore che legano l’uomo alla luna, che ce la fanno seguire crescere e decrescere, cercandola nei cieli limpidi. Il suo mistero è riflesso dei misteri insondabili dell’universo cui, ammirato e stupito, guardò, secoli fa, il pastore errante dell’Asia nato dalla penna geniale di Giacomo Leopardi.

di Angela Mattei

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13 dicembre 2019

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