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Welfare partecipativo

· "Buono è giusto" su ospitalità e responsabilità ·

In principio c’era una metafora: il welfare rubinetto che, se aperto, erogava (è proprio il caso di dire a pioggia) risorse destinate prima o poi a esaurirsi. Un’immagine piuttosto persuasiva che faceva comprendere immediatamente i limiti del nostro sistema di welfare state.

Una scena dal film «Quasi amici» (2011)

Finiti i soldi, finiti i diritti. Da quel punto di partenza i due autori — l’imprenditore sociale Johnny Dotti e il giornalista Maurizio Regosa — hanno scritto un interessante libretto, Buono è giusto. Il welfare che costruiremo insieme (Bologna, Luca Sossella Editore, 2015, pagine 163, 15 euro), in cui avanzano alcune proposte per un welfare comunitario e partecipativo. Una riforma alla quale dovrebbero concorrere tutti i cittadini e che, secondo loro, è assolutamente necessaria e urgente vista la sempre più evidente scarsità delle risorse e constatato come la natura del welfare non è quella del servizio (o peggio del business), ma della relazione. La tesi centrale è proprio qui: avere cura degli altri è agire un modo di stare al mondo, è una dimensione umana che tocca alcuni snodi significativi: ospitalità, autorità, dovere, responsabilità; ma negli anni il welfare è stato istituzionalizzato e ha perso il suo significato originario.

«La mia porta è sempre aperta» ha detto Papa Francesco. Aver chiuso la nostra porta, aver spostato tutto, in questi anni, verso l’istituzione è stato frutto di un processo culturale profondo, che ha comportato conseguenze altrettanto profonde. Da qui la proposta: occorre tornare a un’idea del welfare fondata sulla fiducia, sulla socialità, sulle idee di convivenza e cittadinanza.

Dopo aver esaminato alcune novità e alcune buone pratiche presenti nel Paese («microcosmi di speranze»), Dotti e Regosa sintetizzano il da farsi in «sette tesi per il futuro». Un’articolazione che parte dalla tensione universalistica del welfare per arrivare al valore della persone e della relazione, al binomio responsabilità e libertà, ai concetti di solidarietà e di sussidiarietà, passando per la necessità di rendere plurale l’economia appoggiandosi sull’iniziativa dei corpi intermedi e di un rinnovato terzo settore. «Se la sfida è creare nuove istituzioni di comunità nel tempo della frammentazione e della diaspora, va da sé che occorre immaginare nuove alleanze». Dunque nuove alleanze e nuove regole per ricreare le condizioni per un nuovo protagonismo in cui cittadini, istituzioni, aziende profit e non, rifondino un welfare partecipativo. Per riformulare il quale, servono le grandi strategie ma anche soluzioni concrete. Come pure un atteggiamento costruttivo da parte di tutti. Da parte dei cittadini (che devono investire nello Stato) come pure da parte della politica (che deve diventare «adulta», cioè più affidabile e dinamica).

Per tutti il compito è superare l’esaltazione e la cultura dell’individualismo e recuperare il senso del nostro stare insieme. «Creare un welfare delle diversità, sostenibile, universale e partecipato, nel quale ciascun individuo e ciascuna realtà possano dare il suo specifico contributo, nel quale si contemperino bisogni e diritti in un quadro di equità condivisa — scrivono in conclusione gli autori — è sicuramente un fatto di grande portata anche sotto il profilo della democrazia e della partecipazione».

di Mario Aldegani

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23 maggio 2019

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