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Washington punta sul sostegno dei Paesi arabi

· Per rafforzare un possibile accordo tra israeliani e palestinesi ·

Israeliani e palestinesi hanno avviato ieri, nella sede del dipartimento di Stato americano colloqui diretti di pace. Il primo risultato raggiunto è stato quello di un accordo di base su un'agenda di incontri. Obiettivo, mettere fine alle violenze da una parte e dall'altra, e garantire un futuro di pace alle nuove generazioni. Nessuno ancora sa, però, che cosa accadrà nel caso in cui non venisse raggiunto un accordo alla fine dei dodici mesi stabiliti. Anche per questo Washington cerca il sostegno di altri Paesi arabi, tra cui la Siria. I colloqui sono iniziati con la classica stretta di mano tra i due leader di fronte ai fotografi. Alla prima sessione allargata è seguito un incontro fra Clinton, Netanyahu e Abu Mazen, durato circa 40 minuti. La giornata si è conclusa con un faccia a faccia fra Netanyahu e Abu Mazen durato per novanta minuti. «Avete l'opportunità di mettere fine a questo conflitto — ha detto Clinton alle due delegazioni — possiamo risolvere tutti i problemi di fondo entro un anno». E intanto, la Casa Bianca cerca di giocare anche la carta sirolibanese. Ieri Frederic Hof, assistente dell’inviato speciale americano per il Medio Oriente Mitchell, ha incontrato «alti responsabili» a Damasco. Il quotidiano libanese «An Nahar» riferisce che è stata la seconda visita di Hof in Siria in meno di un mese.

Ma sulla via della pace pesa ancora una volta la minaccia degli estremisti ostili a qualunque accordo. Tredici gruppi palestinesi, fra cui le Brigate Ezzedin Al Qassam, ala armata di Hamas, hanno annunciato ieri sera la creazione di un centro di coordinamento per le loro operazioni contro gli israeliani, proclamando che questi saranno colpiti «in ogni luogo e in qualsiasi momento». Poche ore prima dell'annuncio dei gruppi palestinesi, il direttore del Consiglio regionale degli insediamenti in Cisgiordania (Yesha Council), Naftali Bennett, ha fatto sapere che a partire dal 26 settembre, data in cui scadrà il congelamento delle costruzioni stabilito da Netanyahu, comincerà la costruzione di 80 nuovi insediamenti. «Quando gli altri capiranno che gli israeliani sono qui per restare e non fanno altro che rafforzarsi, rinunceranno» alla violenza, ha affermato Bennet.

La prossima sessione del negoziato è stata fissata per il 14 e 15 settembre prossimo a Sharm el Sheikh, in Egitto. Saranno presenti, oltre al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente della Autorità palestinese (Ap), Abu Mazen, anche il segretario di Stato, Hillary Clinton, e dell’inviato speciale per il Medio Oriente, George Mitchell. Proprio quest'ultimo, ieri, ha specificato che l'accordo quadro — prima tappa da raggiungere — servirà per enumerare i «difficili compromessi» da risolvere nei mesi seguenti. Problemi che rappresentano da decenni i nodi fondamentali del contenzioso: la sicurezza, i confini del futuro Stato palestinese, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, la gestione delle risorse idriche, lo status di Gerusalemme.

Il presidente Barack Obama, che mercoledì ha avuto incontri bilaterali con Netanyahu e con Abu Mazen, e che — dicono gli analisti — sta investendo un notevole capitale politico nel successo del negoziato, ha dichiarato ieri di essere incoraggiato dalla serietà dimostrata dalle due parti in questa ripresa dei negoziati. Secondo fonti palestinesi, Netanyahu e Abu Mazen avrebbero concordato di discutere come primo punto il problema delle frontiere del futuro Stato palestinese.

A Washington Netanyahu ha detto che «è giunto il momento delle decisioni difficili: una pace vera e durevole sarà raggiunta solo attraverso dolorose concessioni specifiche da entrambe le parti». Il desiderio di sovranità dei palestinesi — ha aggiunto Netanyahu — «dev'essere riconciliato con la necessità di Israele di garantire la sua sicurezza». Anche Abu Mazen ha espresso la speranza di «iniziare una nuova era di pace, giustizia, sicurezza e prosperità per i palestinesi e per il popolo israeliano».

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