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Washington non teme la crescita cinese

· Per Hillary Clinton la corsa del Dragone è un'occasione da cogliere ·

La crescita economica della Cina non rappresenta una minaccia. Anzi, se gestita bene, si tratta di un’opportunità senza precedenti per ambedue i Paesi. A pochi giorni dalla storica visita di Stato alla Casa Bianca del presidente cinese Hu Jintao, è il segretario di Stato Usa  Hillary Clinton, reduce da un lungo viaggio in Medio Oriente, a  tracciare le grandi linee delle relazioni tra i due giganti e a prospettarne un futuro positivo.

Tuttavia, in un lungo intervento dedicato a Richard Holbrooke, il grande diplomatico americano recentemente scomparso, prendendo la parola di fronte a centinaia di persone, molti dei quali diplomatici stranieri accreditati a Washington, Clinton non ha avuto soltanto parole positive nei confronti del Governo di Pechino. Il segretario di Stato americano ha ribadito le tradizionali richieste economiche e finanziarie di Washington, e in primis quella di  accelerare l’apprezzamento dello yuan, come le autorità cinesi  si sarebbero impegnate a fare per ristabilire un equilibrio negli scambi tra le due superpotenze.

Clinton si è detta in particolare convinta che le relazioni tra i due Paesi sono giunte a un momento critico e che dal vertice della Casa Bianca tra Obama e Hu Jintao deve scaturire «una vera azione, sulle questioni vere». Il segretario di Stato ha citato, tra l’altro, la questione del  nucleare della Corea del Nord, la lotta contro il terrorismo e la pirateria in mare. Secondo alcuni analisti politici statunitensi, la visita di  Hu Jintao a Washington è forse una delle più importanti visite di Stato alla Casa Bianca negli ultimi.

Pechino è il primo detentore di titoli di Stato statunitensi e il primo finanziatore del debito pubblico. Negli ultimi mesi la Cina ha offerto copertura finanziaria anche ai Paesi dell'Eurozona in difficoltà, dicendosi disponibile ad acquistare miliardi di titoli di Stato di Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo e stringendo nuovi accordi commerciali con Francia, Germania, Ungheria e Gran Bretagna. Nei forzieri cinesi c'è una dote enorme di riserve valutarie in moneta estera, un ammontare che ha raggiunto quota 2.650 miliardi di dollari a fine settembre. È una dotazione in continua crescita: solo a settembre, infatti, le riserve valutarie cinesi sono aumentate di quasi cento miliardi di dollari di dollari rispetto al mese precedente.

Pechino si trova di fronte a un'America in profonda crisi, alle prese con un tasso d'inflazione molto elevato e che stenta a far ripartire i consumi. Il tasso di disoccupazione nel dicembre 2010 è sceso al 9,4 per cento, ai minimi dal maggio 2009. Complessivamente, nel 2010 il tasso si è assestato al 9,6, il livello più alto dal 1983, e il 44,3 per cento degli americani disoccupati è fuori dal mercato del lavoro da oltre sei mesi. Ma il calo non basta e — secondo il presidente della Fed, Ben Bernanke — ci vorranno almeno quattro o cinque anni per la normalizzazione. Intanto, al Congresso è tutt'ora aperto lo scontro sul tetto deficit, con i democratici che spingono per un innalzamento e i repubblicani che invece chiedono più taglia alla spesa pubblica. Non agire sulla riduzione del deficit e del debito — ha spiegato Bernanke in un recente intervento — potrebbe avere conseguenze molto negative. Fra queste, un rapido aumento dei tassi d'interesse sul debito americano, ampie turbolenze sul sistema finanziario, meno investimenti privati ed effetti avversi di lungo termine sulla produzione, i redditi e gli stardard.

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