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Vrancke van der Stockt
e il Mistero della Trinità

· Da Caltagirone ai Musei Vaticani ·

I Musei Vaticani intendono offrire un momento di riflessione in occasione della Quaresima e delle imminenti festività pasquali con un’esposizione nella Sala XVII della Pinacoteca vaticana. In tale sede, nell’ambito del Museums at Work, iniziativa voluta da Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani, e curata da Andrea Carignani, dal 22 marzo all’8 giugno si tiene la mostra Rappresentare il Mistero della Trinità. Il restauro del Trono di Grazia di Vrancke van der Stockt del Museo Diocesano di Caltagirone, curata da chi scrive.

Vrancke van der Stockt «Trono di Grazia» (1485-1495)

L’intervento conservativo, diretto prima da Antonio Paolucci, già direttore dei Musei Vaticani e poi da Barbara Jatta, è stato compiuto da Angela Cerreta e da Massimo Alesi nel Laboratorio di restauro pitture dei Musei con la collaborazione di Ulderico Santamaria e Fabio Morresi del Laboratorio di diagnostica.

Prima della restituzione a Caltagirone, il prezioso Trono di Grazia Interlandi è divenuto il centro di una piccola, ma mirata esposizione che, insieme ai risultati del restauro, presenta la complessa iconografia dell’opera nel contesto della rappresentazione artistica del Mistero della Trinità.

Eseguito dal pittore fiammingo Vrancke van der Stockt nel 1485-1495, il dipinto apparteneva alla nobile famiglia siciliana Interlandi, fino a quando nel 1783 passò alla chiesa di San Giorgio a Caltagirone come lascito testamentario della devota baronessa Agata Interlandi di Favarotta.

Vrancke van der Stockt, noto anche come Maestro della Redenzione del Prado, nacque intorno al 1420 a Bruxelles, dove morì nel 1495. Dal padre pittore Jan, con il quale collaborava, ereditò un importante atelier. Personalità versatile, Vrancke rispondeva alle svariate richieste del clero e della ricca clientela della città fiamminga e dei dintorni realizzando retabli per altari e dipinti devozionali, cartoni per arazzi e ricami, disegni e xilografie, arredi e apparati effimeri. Tanto che alla morte del più noto Rogier van der Weyden (1464), del quale fu collaboratore o allievo, subentrò nella carica di pittore ufficiale della città. Trasferitosi a Bruges nel 1468 in occasione dei festeggiamenti per le nozze di Carlo il Temerario con Margherita di York, egli risulta tra i pittori più pagati e richiesti del momento.

Nel Trono di Grazia Interlandi, opera della sua piena maturità, il pittore propone una complessa iconografia intrecciando sapientemente tre temi diversi in un’unica composizione. Il soggetto principale è il trono di Grazia, ovvero la rappresentazione di Dio Padre, assiso sul trono, che accoglie e mostra il Figlio morto, mentre tra i loro volti aleggia la colomba dello Spirito Santo. Tale immagine, evocativa dell’amore misericordioso di Dio, si potrebbe quasi definire una Pietà al maschile.

Su questo tema si innesta quello dell’Ultimo Giudizio al quale allude la nube rossa apocalittica e la sfera cosmica che si trova sotto i piedi di Cristo insieme ai due arcangeli ai lati del trono — Michele con la spada della giustizia e Gabriele con il giglio della purezza.

Infine, nella parte inferiore del dipinto, lo spazio più vicino al devoto è occupato dalle figure della Madonna affranta, sostenuta da Giovanni e da quella di Maria Maddalena, come nelle scene della deposizione dalla croce. Gli abiti alla moda del tempo e i tessuti preziosi ci parlano delle Fiandre, delle botteghe di tessitori, di tintori, e attualizzano l’avvenimento.

Un soggetto complesso da rappresentare quello del mistero trinitario. Il Trono di Grazia è quindi inserito in un percorso iconografico che illustra alcuni dei diversi modi adottati dagli artisti tra il iv e il XVI secolo per rappresentare l’irrappresentabile, cioè la consustanzialità delle tre figure della Trinità, fondamento della fede cristiana. Alcuni di loro scelsero un’immagine simbolica, come tre cerchi allineati o incrociati; nell’arte bizantina la Trinità è invece raffigurata dai tre Angeli uguali come nella visione di Abramo presso la quercia di Mamre (Genesi 18, 1-8); altri preferirono tre figure maschili identiche, giovani o anziane; infine molti optarono per le forme diverse del Padre anziano, del Figlio giovane e dello Spirito Santo in forma di colomba, differenziando le tre Persone.

Una sezione della mostra è dedicata all'iconografia del Trono di Grazia, detto anche Gnadenstuhl, tema che prende forma in Inghilterra, nel Norfolk, alla fine dell’xi secolo e nella Germania occidentale e nel bacino della Mosa nei primi decenni del XII secolo e si sviluppa inizialmente negli arredi sacri e in ambito miniaturistico.

Questa rappresentazione mutò nel tempo. Nelle immagini più antiche era raffigurato Dio Padre in trono che tra le braccia aperte reggeva Cristo inchiodato sulla croce, come nel celeberrimo affresco di Masaccio in Santa Maria Novella. Così pure nel bell’esemplare di scuola fiorentina della Pinacoteca vaticana databile tra il 1416 e il 1430, in cui ora manca la colomba, che le indagini radiografiche hanno confermato presente in origine. In un secondo momento, forse volendo evocare soprattutto un tenero rapporto d’amore tra Padre e Figlio, si preferì eliminare la croce che evidenziava il sacrificio, mostrando invece il Padre nel gesto della misericordia che abbraccia il corpo esamine del Figlio morto, come nel dipinto di Caltagirone.

Conclude l’esposizione un capolavoro vaticano di Ludovico Carracci in cui Dio Padre accoglie il Figlio morto tra le braccia mentre su di loro aleggia la colomba dello Spirito Santo e intorno un gruppo di angeli ostenta gli strumenti della Passione, in particolare uno mostra la croce. Le due tipologie del Trono di Grazia, quella più antica con la croce e quella successiva con il Cristo deposto, si fondono armoniosamente in quest’opera, in cui la composizione ritmata nella gestualità e nel gioco di luci e ombre, invita alla contemplazione e alla meditazione seguendo i dettami del pensiero e della spiritualità della controriforma.

di Adele Breda

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26 agosto 2019

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