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Volto pop dell’erudizione

· È morto Umberto Eco ·

In mezzo all’ondata di tweet che, nella notte ha seguito la morte, il 19 febbraio a Milano, di Umberto Eco, fra le tante massime coniate dall’intellettuale di Alessandria e diventate familiari a generazioni di italiani — «il mondo si divide in apocalittici e integrati», «chi legge avrà vissuto cinquemila anni; la letteratura è un’immortalità all’indietro», «i libri si rispettano usandoli» — spicca per sintesi il messaggio di addio mandato da Ezio Mauro: «Ciao Umberto, la cultura come passione».

E davvero una grande, inesausta passione per la conoscenza è stata la cifra della vastissima, multiforme produzione letteraria di Eco: un desiderio vorace, instancabile, bulimico di conoscere, leggere, approfondire, attingendo direttamente alle fonti, per verificare se la vulgata dei grandi del pensiero, imbalsamati dal loro stesso secolare prestigio, coincide davvero con il significato dei testi che sono arrivati fino a noi.

Un’immagine dell’intellettuale italiano

Nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932, si laurea in filosofia nel 1954 all’università di Torino con Luigi Pareyson con una tesi sull’estetica di san Tommaso d’Aquino; negli anni successivi studierà con la stessa passione e con lo stesso impegno il significato di integritas, consonantia e claritas nel pensiero del Dottore Angelico, come i miti della modernità televisiva e nazionalpopolare, da Mike Bongiorno a James Bond, da Flash Gordon alle strutture narrative della letteratura d’appendice di Liala e Carolina Invernizio. Al lavoro in Rai, all’insegnamento universitario e alla collaborazione con Bompiani (recentemente lasciata per dare vita alla casa editrice La Nave di Teseo) affianca presto la collaborazione con i giornali, iniziata nel 1955 su «L’Espresso», dove negli ultimi trent’anni ha tenuto la rubrica «La bustina di Minerva», occupandosi di politica, libri, cinema, ma anche di fumetti; ed è lui a pubblicare in Italia i Peanuts di Charles Schultz.

E proprio dalla passione dell’autore per i florilegi e i pastiche più o meno mascherati (e più o meno segnalati esplicitamente nelle note a piè di pagina) nasce il celeberrimo romanzo Il nome della Rosa, un centone di testi medievali tradotti, rielaborati e riassemblati attorno a un’accattivante trama noir che ne ha fatto un best seller tradotto in tutto il mondo, usato anche da molti docenti universitari di medievistica per allenare i loro allievi alla ricerca delle fonti copiate, parafrasate, parodiate dall’autore.

Generazioni di studenti universitari hanno lavorato al saggio conclusivo del loro iter formativo avendo sulla scrivania Come si fa una tesi di laurea, un successo in libreria pari per notorietà se non per diffusione all’avventura di Adso da Melk. Ma la grande brillantezza intellettuale del professor Eco ha un lato in ombra. Parlando ai suoi allievi in conferenze, convegni e incontri accademici, l’inventore della semiotica ripete spesso che tutto è falsificabile, gli strumenti della comunicazione servono in fondo solo a mentire e la vita stessa è un gioco senza importanza; una presa di posizione apparentemente scanzonata e ironica, ma forse intrisa di amarezza.

Molte pagine di Umberto Eco fanno ricordare la celebre frase del fisico americano Richard Philips Feynmann, noto per la sua disinvoltura da outsider quanto per la sua genialità speculativa: «Ho sviluppato un potentissimo senso di irresponsabilità sociale, e da allora sono stato un uomo felice». Lo stesso tono pervade le pagine conclusive de Il nome della Rosa, quando Guglielmo di Baskerville contempla l’incendio della biblioteca e della chiesa. Se «l’unica verità è imparare a liberarci dalla morbosa passione per la verità» che senso ha impiegare tempo ed energie nello studio, nella lettura, nella ricerca scientifica? A ben vedere si tratta di una battuta brillante ma il cui scintillio è destinato a svanire.

La sterminata bibliografia del professore di Alessandria non è costellata solo di successi, come più volte è stato scritto da varie parti, senza timori reverenziali verso l’“icona pop” Umberto Eco. Accanto al divertente Diario minimo ci sono infatti anche romanzi noiosi, farraginosi fino all’illeggibilità — come Il cimitero di Praga, un racconto morboso e ambiguamente voyeuristico sull’antisemitismo — scritti nello stile inutilmente complesso e fastidiosamente compiaciuto che David Foster Wallace con la consueta geniale sintesi definisce «mamma guarda, anche senza mani!» o anche «un vestito nuovo a cui malauguratamente è rimasto attaccato il cartellino del prezzo» (ma stavolta l’autocritica ironica contro la vanità degli scrittori viene dalla penna di Marcel Proust).Un altro esempio tra i tanti possibili. A Siena nell’ottobre del 2008 Eco tranquillizza i ragazzi delle facoltà umanistiche con una favoletta intrisa di ironia: «Non credo che taglieranno le vostre facoltà. C’è una storiella; in un grande ateneo americano discutono su quale facoltà aprire avendo pochi fondi. Qualcuno dice: “Apriamo una facoltà di ingegneria...”. Un altro: “Ma no, i loro macchinari costano troppo, meglio matematica, i matematici si accontentano di una matita, di un foglio e di un cestino!”. E il rettore: “Allora meglio filosofia, ai filosofi serve solo il foglio e la matita, senza il cestino”». Un modo scaltro e brillante per restare ancora una volta in superficie ed eludere, di fatto, le domande di ragazzi preoccupati per il futuro.

La sua partecipazione alla militanza cattolica negli anni giovanili si era assopita con il tempo. Ora che la sua vita terrena si è conclusa, tornano in mente alcune sue parole: «Se un giorno arriverò in paradiso e potrò incontrare Dio ho due possibilità. Se è quello vendicativo dell’Antico Testamento, volto le spalle e me vado all’inferno. Se invece è quello del Nuovo Testamento, beh, allora abbiamo letto gli stessi libri e parliamo la stessa lingua. Ci intenderemo».

di Silvia Guidi

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22 agosto 2019

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