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Volto interculturale

«La vita consacrata è dono alla Chiesa, nasce nella Chiesa, cresce nella Chiesa, è tutta orientata alla Chiesa [...]. I consacrati e le consacrate sono chiamati innanzitutto ad essere uomini e donne dell’incontro. La vocazione, infatti, non prende le mosse da un nostro progetto pensato “a tavolino”, ma da una grazia del Signore che ci raggiunge, attraverso un incontro che cambia la vita. [...] Chi vive questo incontro diventa testimone e rende possibile l’incontro per gli altri; e si fa anche promotore della cultura dell’incontro, evitando l’autoreferenzialità che ci fa rimanere chiusi in noi stessi».

Con queste parole Papa Francesco, nella festa della presentazione del Signore al tempio, vissuta come Giornata mondiale della vita consacrata (2 febbraio 2016), ricordava l’importanza della vita consacrata nella Chiesa e la sua missione oggi.

Qui a Roma, come ogni anno, viviamo nella basilica di San Pietro, intorno al Santo Padre, questo evento gioioso di comunione in una polifonia di lingue, culture e sensibilità che ci consente di sperimentare, nella Chiesa, il dono della interculturalità, intesa anche come segno dell’azione dello Spirito nella nostra vita consacrata e realtà che orienta vita e missione.

Se ci guardiamo intorno, in una celebrazione come quella del 2 febbraio, vediamo che la interculturalità nella vita consacrata è un fatto, e che ogni cultura esprime un volto, un modo di essere, di vivere da discepoli di Gesù in consonanza con i carismi dei nostri istituti.

Come vita consacrata siamo chiamati a essere segno della vicinanza di Dio. Simeone prende tra le sue braccia Gesù, il Figlio di Dio fatto carne, e, profeticamente, vede compiuta la promessa di salvezza dell’umanità; e la profetessa Anna annuncia con gioia la presenza del Messia redentore in mezzo al suo popolo.

La nostra vocazione all’amore ci fa promuovere la cultura della vita, e «vita in abbondanza» (Gv 10,10), con un nuovo stile che ci porta a impegni concreti, a relazioni nuove tra di noi, nuove forme di essere comunità e nuovi cammini a servizio della nostra missione.

La vita consacrata ha un volto, un pensiero e un cuore interculturali. La sfida è collocare la nostra esperienza di Dio nell’interculturale, nell’interreligioso e nell’intergenerazionale; discernere la ricchezza e le opportunità interculturali della nostra vita e missione quotidiana; puntare sulla rappresentatività nei diversi ruoli di governo, in cui si rifletta il valore che si dà alla diversità di culture; gestire le differenze, garantendo informazione, formazione, dialogo e corresponsabilità; attingere dal discepolato di Gesù la nostra spiritualità, sempre alla luce del Vangelo, dei carismi fondazionali e della voce dello Spirito che parla nelle situazioni concrete.

Vivendo questo, i nostri istituti, le nostre comunità, aggiungono un surplus al nostro essere Chiesa in un mondo pluralista in cui tutti entriamo. Quanto cammino abbiamo già fatto insieme e quanto ci rimane ancora da fare, di crescita e costruzione come fratelli e sorelle in una chiave sempre più interculturale! Negli orientamenti Per vino nuovo otri nuovi emerge come i processi di internazionalizzazione sono quel vino nuovo che ogni istituto è chiamato a versare in un otre nuovo per diventare laboratorio di ospitalità solidale dove sensibilità e culture diverse possono acquisire forza e significati non conosciuti altrove e quindi altamente profetici.

Ci sostiene il principio indicato dal Papa: «Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. [...] Una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo [...] Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità [...] È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti» (Evangelii gaudium, 235-236).

L’invito a vivere in Cristo con un solo cuore e un’anima sola (Atti 4, 32) esprime la natura dell’amore divino, che ci ama in particolare, ma è amore universale che non conosce frontiere. Come vita consacrata siamo chiamati a essere artefici di comunione nella Chiesa e nel mondo, mantenendo viva la scintilla del primo amore e la passione per il Regno che non conosce frontiere nella sequela di Gesù. Lo Spirito ci apre alla tensione verso l’unanimità.

di Carmen Ros
Sotto-segretario
della Congregazione per gli istituti di vita consacrata
e le società di vita apostolica

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06 dicembre 2019

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