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Volti, gesti e parole di una visita proiettata verso il futuro

Due ore che significano un'altra pietra miliare nel cammino del dialogo tra cattolici ed ebrei. Domenica pomeriggio, 17 gennaio, Benedetto XVI si è recato al Tempio maggiore di Roma per ribadire che solo con l'amicizia personale, con la comprensione reciproca, il rispetto e l'accoglienza si può costruire un'autentica fratellanza. È il concilio Vaticano II, con la dichiarazione Nostra aetate , il «punto fermo». E indietro non si torna.
Ventiquattro anni dopo Giovanni Paolo II, che il 13 aprile 1986 visitò la Sinagoga più grande di Roma, Papa Ratzinger è tornato dall'altra parte del Tevere in occasione del Mo' èd (festività) «di Piombo», ricorrenza della comunità ebraica romana che si celebra il 2 del mese di shevàt , in ricordo di un avvenimento considerato miracoloso: nel 1793, infatti, la pioggia torrenziale caduta da un cielo livido come il piombo impedì l'assalto al ghetto di alcuni facinorosi convinti che gli ebrei aiutassero i sostenitori della rivoluzione francese.
Il Papa è giunto al Portico d'Ottavia in automobile alle 16.30 della domenica in cui in Italia si celebrava la Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Ad accoglierlo, tra gli applausi dei numerosi presenti assiepati dietro le transenne, i presidenti della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, e dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna. E subito si è respirato il clima di un incontro sereno, all'insegna della cordialità, dove i gesti, almeno quanto le parole, hanno scandito l'avvenimento già definito storico dai media.
Gesti che hanno anzitutto il senso della memoria: con la deposizione di un cesto di rose rosse davanti alla lapide che ricorda la deportazione del 16 ottobre 1943, il Papa ha reso omaggio alle vittime romane della barbarie nazista. Marcello Pezzetti, il direttore del Museo della Shoah che sarà realizzato a Villa Torlonia, ha salutato il Pontefice in tedesco e gli ha riferito alcuni particolari sul rastrellamento del ghetto, in cui uomini, donne e bambini furono strappati dalle loro case e condotti al massacro nei lager nazisti. Toccante la storia del figlio di Marcella Perugia, di cui non si sa nemmeno il nome, che nacque il giorno dopo al Collegio militare, alla vigilia della partenza dei treni della morte.
Poi, lungo via Catalana, un appuntamento inatteso, non previsto dal protocollo ufficiale e per questo ancor più significativo: l'incontro di Benedetto XVI con l'anziano rabbino capo emerito di Roma Elio Toaff, che è sceso di casa nonostante l'età avanzata. «Sono lieto di incontrare colui che ha ricevuto in Sinagoga il mio amato predecessore», lo ha salutato Benedetto XVI. «Mi spiace non poter venire a riceverla al Tempio, ma in questi giorni non mi sento molto bene» ha risposto il rabbino novantacinquenne. «Una bella età e ringraziamo il Signore per questo», ha replicato il Pontefice.
Davanti alle cancellate della Sinagoga, un altro momento dedicato alla memoria: la sosta dinanzi alla targa che rende onore al piccolo Stefano Tachè Gay, di appena due anni, rimasto ucciso nell’attentato del 9 ottobre 1982, in cui furono anche feriti quaranta ebrei che uscivano dalle funzioni del sabato. Il Papa ha deposto un mazzo di rose bianche e si è intrattenuto con i genitori e il fratello del bimbo e con alcuni dei superstiti: tra loro Emanuele Pacifici, il padre del presidente Riccardo, che fu salvato dalla prontezza del rabbino Toaff e ha lottato per tre mesi tra la vita e la morte; Sandro Di Castro, anch'egli ricoverato in rianimazione perché ebbe un polmone perforato; Giacomo Moscati, che — come ha confidato al Papa — ancora porta nelle gambe le schegge delle bombe lanciate dai terroristi.
Ai piedi della scalinata centrale della Sinagoga, il Papa è stato accolto dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che indossava un prezioso talled di seta — il manto liturgico — proveniente da una delle cinque «scole», le antiche sinagoghe del ghetto di Roma. E mentre una corale intonava il salmo 126, il Papa si è diretto verso l'ingresso dell'imponente edificio. Raggiunta la tribuna, collocata sulla Tevà, l'altare da cui viene letta la Torah, il Papa e il rabbino capo si sono seduti al centro.
In un'atmosfera di compostezza, di raccoglimento, prima dello scambio dei discorsi previsti il presidente Pacifici ha rivolto un pensiero alle vittime del sisma che ha devastato Haiti, con un appello alla solidarietà seguito da un minuto di silenzio in cui tutti i presenti, a cominciare dal Papa, si sono alzati in piedi. Non solo parole, dunque, ma fatti concreti: si comincia subito con l'aiuto di ebrei e cattolici, insieme, alle popolazioni del Paese caraibico sconvolto dal terremoto della settimana scorsa.
Anche la cerimonia ufficiale ha fatto registrare alcuni significativi fuori programma: come quando Pacifici ha salutato i deportati presenti e Benedetto XVI ha risposto all'applauso levatosi all'interno del tempio alzandosi in piedi, con lo sguardo e le braccia rivolte verso i rappresentanti di questa ormai esigua pattuglia di sopravvissuti. Tutti si sono voltati verso quegli anziani delle prime file, molti dei quali in lacrime, che portavano al collo i fazzoletti a righe azzurre e grigie, i colori delle casacche degli internati.
Quindi i saluti di Gattegna e Di Segni hanno preceduto il canto del salmo 133. Infine è stato Benedetto XVI a pronunciare il suo discorso, interrotto per ben nove volte dagli applausi, scroscianti nel passaggio finale quando in ebraico ha letto alcuni versetti del salmo 117.
In occasione dello scambio dei doni il Papa ha regalato un'acquaforte settecentesca del Piranesi che rappresenta una veduta dell'isola Tiberina e ha ricevuto un'opera dell'artista contemporaneo Tobia Ravà, intitolata «La direzione spirituale». E prima che l’inno Anì MaAmin («Io credo») — lo stesso intonato dagli ebrei che venivano condotti a morte nei campi di sterminio — concludesse la cerimonia ufficiale, c'è stato il tempo per un ulteriore fuori programma: il giovane Sabatino Finzi ha consegnato al Papa una lettera a nome dei deportati, tra i quali il nonno del ragazzo, che si chiama come lui.
Al termine il vescovo di Roma e il rabbino capo, in una sala attigua, si sono intrattenuti a colloquio in privato per qualche minuto, prima di uscire nel giardino della Sinagoga, per sostare insieme davanti all’ulivo piantato a ricordo della visita.
Successivamente il Papa è sceso nei sotterranei, per visitare il Museo ebraico in occasione dell'inaugurazione della mostra Et ecce gaudium , che espone quattordici disegni preparati nel Settecento dagli ebrei di Roma in occasione della cerimonia d'insediamento dei Pontefici. Con la direttrice Daniela Di Castro, lo hanno accolto le responsabili dell'allestimento Caterina Napoleone e Diana Rastelli. Infine nell'adiacente Tempio spagnolo — allestito con arredi provenienti dalle antiche cinque sinagoghe — verso le 18.30 Benedetto XVI si è congedato dai presenti ed è rientrato in Vaticano.

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