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Volti e storie di chi fugge

· Due libri dell’agenzia Contrasto con immagini e parole per raccontare un dramma che si ripete nel tempo ·

Quello che fa loro più paura è ciò da cui stanno scappando. Per questo sono disposti a sfidare deserti infuocati e mari in tempesta, a soffrire fame e sete, a sopportare soprusi e violenze di trafficanti senza scrupoli. Pur di non tornare indietro, mettono nel conto anche la morte. E se sono talmente disperati da essere disposti a morire, rischiando persino la vita dei propri figli, chi mai potrà fermarli? Sono i migranti di oggi, quelli raccontati dalle fotografie di Giulio Piscitelli, che li ha ritratti lungo le rotte verso l’Europa su vecchi camion e barconi di legno marcio. Un progetto coraggioso, per il tema e per come è stato condotto, confluito nel volume Harraga, pubblicato da Contrasto , (Roma, 2017, pagine 181, euro 39), che mostra il fenomeno migratorio in tutta la sua drammaticità. 

©  Jean Mohr, «Padre e figlio in Anatolia, Turchia»

Piscitelli ha voluto vivere le stesse esperienze di questi uomini e donne, scegliendo di condividere con loro i viaggi, e quindi anche i rischi. Si è imbarcato in Tunisia con quelli che erano diretti a Lampedusa, ma ha anche documentato la situazione di quanti hanno raggiunto l’enclave spagnola di Melilla, dopo aver percorso i deserti del Corno d’Africa. Ci sono così le lunghe ed estenuanti attese prima delle partenze, più volte rinviate, col rischio di venire arrestati; i terribili viaggi con i precari veicoli che si perdono, si fermano in panne in pieno deserto, senza scorte d’acqua; e ancora le traversate su improbabili battelli stracolmi, che imbarcano acqua, con i motori che cedono in mare aperto. E ci sono pure gli arrivi, le lunghe permanenze nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione italiani, le delusioni, i sogni infranti. E lo sfruttamento, questo raccontato da Rosarno e Castel Volturno, centri divenuti tristemente noti.
Frutto di un lungo progetto iniziato nel 2010, Harraga — che letteralmente significa “coloro che bruciano [le frontiere]” ed è il termine con il quale i nordafricani chiamano quanti si mettono in viaggio clandestinamente — è una testimonianza in presa diretta di un fenomeno epocale. Una testimonianza per immagini in primo luogo, ma anche di parole. Piscitelli, infatti, annota quanto vede e vive. E la spontaneità e l’intensità della scrittura diaristica amplificano il valore di quest’opera. L’attenzione del fotografo è puntata sulle persone, sulle loro storie personali. Perché solo così si può comprendere il dramma che le spinge a lasciare casa e affetti.
Quello di Piscitelli è l’incontro con un’umanità dolente, che però cerca di preservare la propria dignità, nonostante tutto. Perché la speranza in un futuro migliore, per quanto incerto, è più forte della disperazione di un passato e di un presente senza prospettive.
Con questo reportage — che sarà esposto a Forma Meravigli (Milano) dal 24 febbraio al 26 marzo — Piscitelli ci ricorda soprattutto che per migliaia e migliaia di persone non c’è alternativa al mare e al deserto. Che non saranno muri, per quanto lunghi e alti, a fermarli. È un movimento inarrestabile: cambieranno le rotte, si bruceranno nuove frontiere, ci saranno altre sconfitte, molti continueranno purtroppo a non farcela, si ricomincerà daccapo, e poi ancora. Ed è così da tempo.

di Gaetano Vallini 

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19 settembre 2019

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