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Elogio
del caffè

· I risultati di una serie di ricerche mediche ·

«Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè a malapena riesco a mandar giù»: così cantava, nel 1967, Fred Bongusto nel celeberrimo pezzo intitolato Spaghetti a Detroit, divenuto poi una sorta di icona destinata a suggellare quella dieta mediterranea che nella seconda metà del XX secolo era già assurta a supremo modello nutrizionale. Se è vero che il cantante di Campobasso diceva di far fatica a ingerire quei cibi e quel caffè, rimpiangendo il vorace «appetito» che, in felice compagnia, aveva a Detroit mentre l’orchestra ripeteva «Schubi-du», è altrettanto vero che quel testo musicale avrebbe presto prodotto l’effetto contrario nell’immaginario collettivo: e Bongusto ne era ben consapevole. 

Victor Gabriel Gilbert, «Una tazza di caffè» (1877)

Quegli spaghetti e quel caffè erano infatti i pilastri di una dieta nella quale i medici di mezzo mondo riconoscevano, a dispetto di qualche sparuto detrattore, un contributo importante per prevenire e curare gravi malattie: dalle disfunzioni cardiache alle patologie intestinali. Tanto che nel 2010 la dieta mediterranea è stata iscritta, con il riconoscimento dell’Unesco, nella lista dei patrimoni culturali immateriali dell’umanità.
E nel momento in cui, con la tipica smania che caratterizza una meglio non precisata voglia di novità, si cercano alternative, peraltro poco convincenti, alla collaudatissima dieta mediterranea, si registra un ritorno di fiamma del caffè, di cui si celebrano le virtù taumaturgiche. Come testimonia, significativamente, la stampa britannica. Nell’edizione dell’11 luglio, «The Times» sottolinea che una tazzina di caffè in più makes you live longer. Citando gli studi condotti, in vari paesi europei, dagli scienziati dell’International Agency for Research on Cancer all’Imperial College di Londra, il quotidiano, sfrondando i dati squisitamente tecnici della ricerca, ne evidenzia le conclusioni, pubblicate sulla rivista «Annals of Internal Medicine»: le persone che bevono tre caffè al giorno vivono più a lungo di chi se ne astiene. Il caffè è ricco di polifenoli, molecole organiche naturali, che, da un lato, contribuiscono a ridurre sensibilmente la pressione sanguigna, dall’altro, favoriscono il benefico apporto di sangue al cervello. Questa doppia dinamica riveste un ruolo chiave in tante, complesse terapie dirette a sconfiggere malattie che spesso si rivelano mortali.
Anche il «Guardian» tesse l’elogio del caffè, riconoscendogli meriti maggiori perfino della mela che, secondo il classico adagio tipicamente britannico, se mangiata una volta al giorno «leva il medico di torno». In realtà, scrive Nicola Davis sul «Guardian», è anzitutto il caffè che contribuisce a tenere the doctor away, perché riduce notevolmente il rischio di infarto e l’insorgere di altre insidiose patologie cardiache.
Il quotidiano britannico cita Marc Gunter, uno degli autori della ricerca, il quale sottolinea che il caffè deve sempre fare parte di una dieta ben mirata ed equilibrata. Nello stesso tempo raccomanda, con una vena di ironia, di berlo sempre con calma: se va storto, i benefici per la salute rimangono, ma potrebbero verificarsi «effetti collaterali».
Anche «El País» dà rilievo a questo studio sul caffè che — afferma un altro dei curatori, Antonio Agudo — contribuisce a ridurre la mortalità del diciotto per cento negli uomini, e dell’otto per cento nelle donne. Il quotidiano fa anche riferimento a un editoriale pubblicato sulla rivista «Annals of Internal Medicine», scritto, tra gli altri, dagli spagnoli Eliseo Guallar ed Elena Blasco Colmenares, esperti di salute pubblica presso l’università Johns Hopkins di Baltimora, negli Stati Uniti. L’editoriale illustra gli effetti benefici legati al caffè, ma nello stesso tempo raccomanda prudenza: un suo consumo eccessivo infatti non produrrebbe ulteriori riscontri positivi, ma potrebbe creare, alla lunga, disturbi e anomalie. Ma una cosa è sicura, si dichiara nell’articolo: il caffè in quanto tale «non fa mai male».
Del resto tale bevanda può vantare anche una gloria letteraria e culturale non indifferente. Thomas Stearns Eliot diceva di aver misurato la sua vita «a cucchiaini di caffè»; Voltaire si inorgogliva dichiarando che beveva «quaranta caffè al giorno»; Rimbaud scriveva «Divino caffè il cui gusto rimane tutto il giorno in bocca». Ma è doveroso anche ricordare che proprio una delle personalità britanniche più rappresentative, Agatha Christie, che il mondo lo aveva girato in lungo e in largo, apprezzandone usi e costumi, criticava il caffè fatto nel Regno Unito: «Ogni volta sembra un esperimento chimico» lamentava la regina del giallo.

di Gabriele Nicolò

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26 febbraio 2020

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