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Volete andarvene anche voi?

· La conclusione del sesto capitolo del vangelo di Giovanni ·

Sieger Koder, «Ultima cena»

  Nella ventunesima domenica del tempo Ordinario nell’anno liturgico b si legge la fine del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni e in questi versetti (cfr. 6, 60-69) ci viene posto davanti tutto l’urto, lo scandalo che le parole di Gesù hanno causato non solo nelle folle dei giudei ma anche tra i suoi discepoli. Questa crisi nelle relazioni tra Gesù e la sua comunità è testimoniata da tutti e quattro i vangeli al momento di una parola decisiva di Pietro che confessava l’identità di Gesù come Messia (cfr. Marco 8, 29 e paralleli) e come inviato dal Padre quale Figlio.

Perché questa crisi? Perché le parole di Gesù a volte erano dure e urtavano anche gli orecchi di discepoli che lo seguivano con affetto e attenzione ma non riuscivano ad accettare, ritenendola una pretesa, che Gesù fosse «disceso dal cielo» e che nella carne (basar in ebraico, sárx in greco) di un corpo umano fragile e mortale raccontasse il Dio vivente e vero. Nel suo discorso Gesù aveva detto più volte: «Io sono il pane vivente disceso dal cielo» (Giovanni 6, 51; cfr. 6, 33.38.41-42.58), ma proprio quelli che lo avevano acclamato come «il grande profeta che viene nel mondo» (cfr. Giovanni 6, 14) e che avevano voluto addirittura proclamarlo re (cfr. Giovanni 6, 15), di fronte a queste parole si sentono scandalizzati nella loro fede. Profeta sì, messia sì, inviato di Dio sì, ma disceso dal cielo e diventato carne, corpo consegnato (verbo paradídomi) e donato fino alla morte violenta, carne da mangiare e sangue da bere (cfr. Giovanni 6, 51-56), questo proprio no: sono parole che suonano come una pretesa insopportabile, impossibili da ascoltare!

Gesù, che conosce queste mormorazioni dei discepoli, a questo punto non ha paura di dire tutta la verità, a costo di causare una divisione tra i suoi e un abbandono della sua sequela. Potremmo dire che attacca i mormoratori: questo vi scandalizza? E quando vedrete il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? Cioè, quando sarete messi di fronte alla realtà del Figlio dell’uomo che, attraverso l’innalzamento sulla croce, la morte ignominiosa, salirà a Dio dal quale è venuto (cfr. Giovanni 3, 14; 8, 28; 12, 32)? Quando sarà manifestata la piena identità di colui che è disceso da Dio e che a Dio è risalito nella sua umanità assunta come condizione carnale, mortale, «simile alla carne del peccato» (Romani 8, 3), allora lo scandalo sarà più grande! Gesù fa questo attacco soffrendo tutto il peso dell’incredulità, della non comprensione da parte di quelli che da anni erano coinvolti con lui e assidui alla sua parola. Com’è possibile questo loro comportamento?

Ecco perché egli non può fare altro che constatare che in realtà nessuno può venire a lui se il Padre non lo attira, non glielo concede. Occorre questo dono che non è dato arbitrariamente da Dio ma va cercato, va accolto come dono che non richiede alcun merito da parte di chi lo riceve. Ma anche questo scandalizza le persone religiose, che pretendono sempre che Dio faccia doni non solo secondo i loro desideri ma anche secondo quanto hanno meritato e conseguito.

Ciò che di Gesù è scandaloso è la sua condizione umanissima, il suo consegnarsi in una carne fragile e in un corpo mortale a carni fragili e corpi mortali, cioè gli uomini. Com’è possibile che Dio si consegni in un uomo, «il figlio di Giuseppe» (Giovanni 6, 42), una creatura umana che può essere consegnata, tradita, data in mano ai peccatori, come accadrà proprio a causa di uno dei Dodici, Giuda, un servo del diavolo (cfr. Giovanni 6, 70)? Qui la fede inciampa nel dover accogliere l’immagine di un “Dio al contrario”, di un “inviato divino, un messia al contrario”, che è fragile, povero, debole e del quale gli uomini possono fare ciò che vogliono.

È lo scandalo dell’incarnazione di Dio, patito lungo i secoli da molti cristiani, da molte chiese, dall’islam stesso, e ancora oggi dagli uomini religiosi che accusano di non credere in Dio chi accoglie dal Vangelo il messaggio scandaloso di un Dio fattosi realmente, veramente uomo, carne mortale, in Gesù di Nazaret. La fede cristiana facilmente diventa docetismo, perché preferisce, come tutte le religioni, un Dio sempre e solo onnipotente, un Dio che non può diventare umano, come noi, in tutto eccetto che nel peccato.

Per questo Gesù incalza. «Volete andarvene anche voi?» chiede a quelli che sono rimasti, in realtà pochi. Gesù non teme, anche se soffre, di restare solo, perché ha fede nella parola che il Padre gli ha rivolto, nella promessa di Dio che non verrà meno. Possono venire meno gli altri, ma Dio resta fedele!

E così il vangelo registra che alcuni discepoli, scandalizzati dalle parole dei gesti di Gesù, se ne vanno: per paura? Per convinzioni religiose? In ogni caso per mancanza di fede. Costoro avevano accolto la vocazione, avevano seguito Gesù magari con entusiasmo, ma poi, non crescendo nella loro adesione a lui, sono inciampati nell’incomprensione delle sue parole. Di conseguenza, hanno imboccato un cammino di de-vocazione, smentendo la strada fatta fino a voltarsi indietro e ad andarsene.

Tra di loro c’è anche Giuda, uno dei Dodici, scelto personalmente come discepolo da Gesù. Com’è possibile? Sì, è possibile che nella comunità di Gesù, e così nella comunità cristiana, ci sia chi diventa un ministro del diavolo, un discepolo del diavolo, dunque non può fare altro che tradire. E quando la relazione d’amore conosce il tradimento, per chi tradisce diventa impellente cancellare l’amato, fino a consegnarlo perché sia tolto di mezzo. Quello che gli altri vangeli collocano nell’ultima cena, Giovanni significativamente lo pone qui, nell’annuncio dell’eucaristia, dono della vita di Gesù a tutti.

A volte mi chiedo perché nella Chiesa non si abbia il coraggio di far risuonare ancora oggi questa domanda di Gesù «volete andarvene anche voi?» e perché si insegni sempre il successo, si guardi al numero dei credenti, si compiano sforzi mirando alla grandezza della comunità cristiana e non alla qualità della fede. Siamo veramente gente di poca fede! La crisi invece, che è sempre fallimento, la allontaniamo il più possibile, la dissimuliamo, la tacciamo, affinché non appaia che a volte perdiamo, cadiamo, falliamo anche nelle nostre imprese ecclesiali e comunitarie, pur conformi alla volontà del Signore.

D’altronde, Gesù userà l’immagine della potatura della vite per dire che vi sono tralci che vanno potati (cfr. Giovanni 15, 2): determinante, però, è che la potatura la compia il Padre, non noi e neppure chi nella comunità cristiana presiede o la lavora come un operaio. Di per sé il Vangelo ha la forza di attrarre e di lasciar cadere: basta che sia annunciato nella sua verità e con franchezza, senza essere edulcorato. Sì, il Vangelo è la parola di vita eterna, come Pietro risponde a Gesù, confessando che la fede della chiesa è fede nel “santo di Dio”, cioè fede che in Gesù c’è la Shekinah, la presenza di Dio. Dov’è ormai Dio in questo mondo? Non nel Santo del tempio di Gerusalemme, ma nell’umanità fatta carne e sangue di Gesù, il Figlio di Dio.

Chiedendo a Gesù «Signore, da chi andremo?», Pietro esprime tutta la fede dei discepoli nei suoi confronti, tutta la sua unicità di rabbi, profeta e messia; nel contempo, giunge al vero e proprio vertice della sua professione di fede: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio». Pietro manifesta un’esperienza, una conoscenza dovuta allo stare per anni con Gesù: egli è il santo, come lo aveva definito l’angelo nell’annuncio a Maria («Colui che nascerà sarà il santo e sarà chiamato Figlio di Dio», Luca 1, 35); Gesù è partecipe della santità di Dio stesso, dunque è il Signore (Jhwh), che nelle sante Scritture è chiamato e invocato “santo”. Anche nella tradizione giovannea confluita nell’Apocalisse, “santo” è il titolo di Gesù risorto (cfr. Apocalisse 3, 7).

Così termina il lungo e non facile discorso di Gesù sul pane della vita. Alla fine probabilmente sono più le cose che non riusciamo a capire, le realtà che non riusciamo a sostenere, rispetto a ciò che abbiamo compreso e accolto. Anche noi siamo forse urtati da queste parole, magari non intellettualmente, ma nell’accoglierle fino a viverle esistenzialmente, concretamente e quotidianamente.

Se però, come i Dodici, non ce andiamo, ma restiamo presso Gesù con le nostre debolezze, che riguardano anche la fede, e tentiamo di perseverare nella sua sequela, ciò è sufficiente per accogliere il dono gratuito e non rifiutarlo o misconoscerlo. Gesù uomo come noi, nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della vita di Dio» (Colossesi 2, 9), Dio stesso, è la parola che ci nutre, è il pane di vita che riceviamo nell’eucaristia, nel nostro cammino verso il Regno.

di Enzo Bianchi

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18 agosto 2019

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