Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Vogliamo cambiare
il mondo. Nient’altro

· Punti di resistenza ·

«Vogliamo cambiare il mondo». Nient’altro? Va beh, un programmino niente male. Da incoraggiare, certo, con una pacca sulla spalla e un sorrisetto di circostanza (e anche di commiserazione), trattenendo educatamente una battuta acida (leggi “rispostaccia”) su questi ingenui slanci donchisciotteschi che “tanto sappiamo come va a finire”. Ma poi li vedi insieme: ragazzi con disabilità intellettive e relazionali che fanno parte di un coro e “cantano” con le mani attraverso i gesti della lingua dei segni e, accanto, giovani senza gambe o senza braccia che hanno trasformato una “disgrazia” in un’opportunità concreta di inclusione, che supera di gran lunga ciò che è convenzionalmente ritenuto “normale”. Guardandoli in azione — giovedì 13 al Foro italico per una manifestazione paralimpica internazionale — e ascoltando le loro storie, capisci che quando dicono «vogliamo cambiare il mondo» forse non sono così pazzi e ingenui. Magari il mondo ancora no, ma stanno già cambiando se stessi e anche le persone e gli ambienti delle loro giornate.

Ma di che cambiamento si tratta? Di mentalità, sicuramente. Culturale, si potrebbe dire in senso più ampio e incisivo, per spazzare via ogni tipo di barriera. Non solo architettonica. E se a voler cambiare il mondo, senza strategie a tavolino ma con il coraggio e l’amore per vita, sono giovani down o autistici insieme ad altri che hanno gli arti amputati... beh, il paradosso è che ti sembra persino possibile proprio perché i protagonisti sono loro.

E così “cantano” davvero con le mani, anziché con la voce, i ragazzi del coro “Mani bianche” della Scuola popolare di musica di Testaccio. Si infilano un paio di guanti bianchi e non hanno alcuna remora a presentarsi ovunque per comunicare le loro emozioni, le storie di amicizia che hanno intrecciato. E sì, perché se per loro è divertente far parte di un coro, la proposta delle “Mani Bianche” è “utile” e provocatoria anzitutto per chi ha l’opportunità di vederli all’opera. Non è un “coro di disabili”, un po’ patetico e da applaudire per incoraggiamento e buona educazione (a dirla tutta, ci si sente noi, sedicenti “normali”, un p0’ patetici alle prese con questioni marginali).

No, questi ragazzi che si mettono in gioco, rischiando in prima persona, sono una storia concreta che, se allargata alla vita di ogni giorno di tutti, può persino portare davvero a un cambiamento di mentalità. Ma sul serio. Oltretutto ragazzi down e autistici cantano sul palco insieme ai loro coetanei con voci importanti, testimoniando non solo che l’inclusione è possibile sempre e comunque ma anche che ciascuno ha talenti unici. Metterli insieme, senza escludere e lasciare indietro qualcuno, è il segreto per avere un tesoro.

Ad applaudire i ragazzi che indossano i “guanti bianchi” per interpretare le canzoni con le mani c’erano al Foro italico, giovedì sera, i campioni dello sport paralimpico. Donne e uomini che non si sono chiusi in casa a piangersi addosso, ma hanno trovato nello sport il linguaggio per comunicare e la speranza per progettare il futuro. Trasformando impetuosamente il mondo paralimpico (il discusso suffisso “para” sta a significare che è lo stesso livello dei cosiddetti “normali”) da un’organizzazione a un modo condiviso di vivere, uno stile di pensiero che coinvolge tutti, anche chi ha due gambe e due braccia e non fa sport.

I campioni di alto livello — da Alex Zanardi e Martina Caironi a Bebe Vio — stanno indicando la strada a tanti giovani, tirandoli letteralmente fuori dalle loro stanze e “accompagnandoli” nelle strade delle città. A testa alta. Questa è l’essenza del mondo paralimpico, forse la visione più pura e vera dello sport. Non è solo una riuscita metafora. È la vita. È una proposta di cambiamento della società civile attraverso lo sport, uno sport davvero per tutti. Quei campioni stanno dicendo, con umiltà anche nelle vittorie prestigiose, che ci si può riappropriare della vita nonostante le difficoltà. Anche le più gravi, quelle apparentemente insuperabili. E tanti ragazzini con disabilità hanno ora il sogno di diventare campioni, campioni veri, strappandosi di dosso il marchio “handicappato”. Investono sul futuro, non solo sportivo. Insomma, coristi con le “mani bianche” e atleti paralimpici sono portatori sani di valori e se si ha il coraggio — perché ce ne vuole — di lasciarsi contaminare magari davvero il mondo può cambiare.

di Giampaolo Mattei

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE