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A voce viva

· Cantautori e cantastorie ·

Simone Cristicchi e il suo festival dedicato al racconto di strada

«Gli eventi teatrali a centimetri zero hanno attratto migliaia di persone, e il pubblico è sempre in crescita» spiega Simone Cristicchi parlando del festival Narrastorie in corso ad Arcidosso, un paese aggrappato alle pendici del Monte Amiata, all’ombra dell’antica Rocca Aldobrandesca. «Vado fiero dell’intuizione originaria — continua Cristicchi — di proporre un teatro spoglio, che non vuol dire povero, ma fatto di parole potenti, emozioni tangibili, e grandissimi narratori. Un teatro che arriva al cuore del pubblico senza troppi espedienti scenografici o drammaturgici: è questa visione di teatro che a mio avviso resterà per sempre, sarà immortale. Tornare all’essenziale oggi, in tutti i campi, credo sia un gesto rivoluzionario, di ribellione al superfluo da cui siamo sommersi. «Il futuro ha un sapore antico» disse Carlo Levi: è un’inversione di tendenza che non ha nulla a che fare con la nostalgia delle veglie contadine, ma una visione del futuro: la vivavoce si può sentire dappertutto col telefonino, mentre il suono di una voce che ha una storia da raccontare ha un valore universale che arriva al cuore. È la magia irripetibile del qui ed ora, che dobbiamo recuperare. Narrastorie me lo immagino come un galeone che va controcorrente, e noi tutti siamo orgogliosi e certi che il pubblico abbia sposato questa rotta verso la realtà. In quattro edizioni molti grandi artisti — da Marco Paolini a Paolo Rossi, Moni Ovadia, Ascanio Celestini — hanno aderito con entusiasmo al mio invito, donando il loro contributo con una partecipazione emotiva che ha contagiato tutti.

I bambini saranno protagonisti di molte iniziative. Ma il problema, in realtà è «riabilitare i grandi»

Nabokov ha scritto che «un bambino è la forma più perfetta di essere umano». Ha intuizione, libertà espressiva, curiosità. Tutti eravamo così, un tempo. Poi cosa è successo? Ci siamo persi. Anche Gesù di Nazareth parlò della necessità di “tornare bambini” per raggiungere il Regno dei Cieli. Un insegnamento di enorme saggezza, senza tempo, che ognuno di noi dovrebbe tenere presente per non invecchiare male: mantenersi curiosi è una chiave per la felicità. La vera sfida odierna quindi, è riuscire a ritrovare quello spirito perduto del fanciullo, e bisogna togliere invece che aggiungere, ritrovare la purezza smarrita chissà dove. A Narrastorie proviamo a dare il nostro contributo grazie all’aiuto della libreria Il Soffiasogni, e l’associazione Chissàdove coinvolgendo i bambini e non in laboratori artistici, con la magia delle favole narrate a voce viva invece che col “viva-voce”. In questo senso, il teatro può essere davvero una sorta di riabilitazione, una prospettiva diversa per guardare il mondo con occhi nuovi.

La Maremma e l'Amiata, terra “calamita” di artisti, selvatica e affascinante. Ha colpito anche Graham Greene; i nipoti dello scrittore inglese vivono ancora a Seggiano, nel castello di Potentino.

Narrastorie è nato ad Arcidosso quattro anni fa grazie all’entusiasmo del sindaco Jacopo Marini, che mi ha dato carta bianca per realizzare la mia idea, ovvero trasformare per una settimana il paese in un’isola di racconti, un approdo per cercatori di bellezza. La Rocca Aldobrandesca, il borgo antico, la pieve di Lamula, la cascata d’acqua d’alto e il parco faunistico sono dei tesori di inestimabile valore, cornici perfette per gli spettacoli. Per quanto mi riguarda, il vulcano spento dell’Amiata ha il suo forte magnetismo, così come le rovine dell’eremo di Monte Labro, caro al profeta ottocentesco David Lazzaretti. Sarebbe bellissimo se si creasse un Narrastorie “diffuso” in tutta Italia. Dieci anni fa trovai per caso un saggio di Arrigo Petacco su una bancarella di libri usati. Dopo qualche tempo, un amico di Arcidosso mi accompagnò di notte sulla cima al Monte Labro, e fu una folgorazione: io ho bisogno di sentire l’energia dei luoghi per entusiasmarmi. È stato così anche per i manicomi e il magazzino 18 a Trieste. Sulla torre dell’eremo ho vissuto un momento molto intenso, sembrava di poter toccare le stelle, mi sentivo in perfetta armonia. E così, da quella volta, ho iniziato a studiare la storia affascinante di David Lazzaretti, ricca di sfumature, colpi di scena e intrecci misteriosi. Molti studiosi si sono soffermati sull’aspetto sociale della sua Società delle famiglie cristiane, senza soffermarsi abbastanza sull’aspetto spirituale del suo messaggio, spesso intriso di elementi esoterici. Ho cercato di indagare questo aspetto, pubblicando i risultati della mia indagine in forma di romanzo, ne Il secondo figlio di Dio. L’incontro con la figura del mistico Lazzaretti mi ha permesso di fare incontri straordinari, come quelli con i sacerdoti Don Luigi Verdi e Guidalberto Bormolini, e il filosofo Marco Guzzi. Ho visitato molte volte la Fraternità di Romena, dove il 24 agosto terrò un concerto con orchestra sinfonica, proprio ai piedi della bellissima Pieve.

«Tracce di gente spazzata via/da un uragano del destino/quel che rimane di un esodo/ora riposa in questo magazzino»; in «Magazzino 18» la memoria di un intero popolo affiora di nuovo da un passato sommerso e archiviato in fretta. Come è nata l'idea dello spettacolo?

Nel 2012 stavo scrivendo Mio nonno è morto in guerra, ed ero alla ricerca di memorie sulla seconda guerra mondiale: trovandomi a Trieste, una giornalista mi segnalò l’esistenza del magazzino che conteneva gli oggetti degli esuli istriani. Andai subito a visitarlo e rimasi scosso nel profondo: tutti quegli oggetti accatastati formavano una sorta di “museo loro malgrado” non aperto al pubblico, un cimitero di oggetti dimenticati che a loro modo raccontano una pagina di storia. Sono partito da quelle vecchie sedie impolverate per realizzare il musical-civile che debuttò a Trieste nel 2013. L’intento era quello di fare luce sull’esodo istriano e rendere giustizia a quel popolo disperso e ingiustamente maltrattato dalla storia. Magazzino 18 poteva essere un flop totale e invece ha avuto un successo incredibile, con 220 repliche e 200 mila spettatori. Al di là del successo teatrale e televisivo, a distanza di anni dal debutto sono le persone a darmi la conferma di aver fatto qualcosa di utile: ricordo l’incontro commovente con una signora che mi ha fermato per strada e mi ha detto «Adesso posso morire in pace, perché qualcuno racconterà a tutti la nostra storia». Per questo motivo continuo a raccontare questa storia nei teatri, anche se in un’altra forma, più essenziale, con lo spettacolo Esodo.

«Ad essere felici ci vuole coraggio» è un slogan condiviso spesso sui social; il progetto «Happynext» è partito da qui?

Nasce dall’esigenza di ristabilire un ordine di priorità, di scegliere le parole giuste che ci servono, che sono poche ma profondissime. Parto dalla più necessaria in questo momento di crisi: felicità, parola abusata, oppure reputata inafferrabile come un’utopia. Un paio d’anni fa bussai alla porta di un convento di clausura, e mi venne a aprire una giovane clarissa: aveva gli occhi luminosi, brillanti, e un sorriso angelico. Passai qualche ora in sua compagnia. Incredibile — pensai — le persone felici esistono davvero! Non ho mai incontrato persone più gioiose di chi vive appartato dal mondo, non per fuggire dalla realtà, ma per abbandonarsi al Mistero, a una vita che è completamente dedicata all’altro da sé. Mi commuove molto la preghiera di intercessione che avviene ogni giorno in migliaia di monasteri nascosti da tutto. Quel pensiero d’amore e compassione dovrebbe essere una pratica quotidiana anche per i laici: addormentarci ogni sera così, con quel pensiero d’amore rivolto a chi è in sofferenza. L’idea del documentario Happynext nasce anche dalla voglia di prendere questa parola, «felicità», e declinarla in tutti i modi possibili, svelando l’unicità di ogni percorso umano. Così ho intervistato un centinaio di persone, da filosofi a poeti, da bambini a scienziati, e ognuno mi ha regalato la sua definizione, diversa dall’altro. «Ci vuole coraggio per essere felici» perché bisogna abbandonare le nostre vecchie convinzioni, e lasciarsi guidare dal flusso della vita, senza contrastarla o chiudersi in sé stessi. Lo sosteneva Schopenhauer, «la felicità è una porta che si apre solo verso l’esterno».

Una porta che il silenzio aiuta a custodire. E a tenere aperta.

Cerco il silenzio ogni volta che posso, anche in mezzo al traffico, o tra la folla. Il silenzio dentro me stesso. È in quei momenti che nascono le mie intuizioni, che diventano canzoni, poesie o gli spettacoli teatrali. Credo che nel frastuono del nulla che abbiamo edificato, il silenzio stia diventando necessario come l’ossigeno. Padre Giovanni Vannucci diceva che occorre costruirsi un’arca per affrontare il diluvio dei nostri tempi. Lui pensava di metterci un po’ di silenzio, da contrapporre alle troppe parole superflue. Molti monaci confermano che oggi c’è una grande richiesta di momenti e spazi di silenzio, per far tacere quel chiacchiericcio continuo nella testa, dentro e fuori. Nel silenzio ritroviamo la nostra voce interiore, la coscienza profonda capace di guidare le nostre azioni, ridando vita a quella scintilla sepolta nella cenere, interrogando il cuore alla ricerca del nostro desiderio profondo: amare ed essere amati, per sempre. In futuro spero che sorgeranno oasi di silenzio: le immagino come delle Spa per rigenerare l’anima. Povera piccola anima, di cui si parla sempre meno, come fosse un handicap, una suppellettile inutile, di poco valore. Eppure è la parte più preziosa e pura in noi, intoccabile, immortale, sigillo del “non-tempo” sul tempo. Solo nel silenzio possiamo nutrirla.

Nel medioevo l'Ars Moriendi era un genere letterario molto diffuso, un tema di cui si poteva parlare liberamente.

Da qualche mese mi arrivano tantissimi messaggi di persone sofferenti, alcuni in fase terminale, che hanno trovato conforto ascoltando la mia canzone Abbi cura di me. Viene ascoltata anche nelle chiese, negli ospedali, scelta per celebrare matrimoni e funerali. Trovo straordinario quando una canzone riesce a diventare uno strumento così potente. Succede di rado, e quando accade lo reputo un grande privilegio, perché sento di essere d’aiuto, sento di aver portato qualcosa che va oltre le parole e la musica. È l’intangibile che diventa concreto. Per questo scrivo solo quando lo sento davvero necessario, quando ho qualcosa da dire: è una grande responsabilità. A proposito di morte, nonostante sia considerato un tabù, non mi spaventa parlarne, perché sono convinto che sia una trasformazione, e che l’unica costante dell’universo sia il cambiamento. Il Buddha sosteneva che il cambiamento non è mai doloroso: solo la resistenza al cambiamento lo è! Nella mia canzone La prima volta che sono morto immagino l’aldilà come una sorte di scuola serale, per correggere gli errori e aggiustare il tiro. Il problema non è se ci sarà una vita dopo la morte, ma se siamo davvero vivi prima di morire. (silvia guidi)

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16 settembre 2019

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