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Ascoltare
la voce del Papa

· Per la storia della Radio Vaticana ·

Radio Vaticana è stata per molti anni non solo la radio del Pontefice ma anche la “voce del Papa”. Emblematicamente, il 12 febbraio 1931, il giorno in cui Pio XI inaugurò le trasmissioni, Guglielmo Marconi sottolineò che quella era “la prima volta” che la voce del Pontefice poté essere «percepita simultaneamente su tutta la superficie della terra». Una novità eccezionale — tecnologica e simbolica — che non solo adeguava i metodi di apostolato alla modernità, ma mostrava l’impatto planetario del nuovo mezzo di comunicazione e, quindi, l’assoluta rilevanza nelle relazioni internazionali della Santa Sede. 

Pio XI  in visita alla stazione radio (1931)

Questo rapporto tra l’aspetto evangelizzatore e quello diplomatico — e quindi anche i rapporti tra il Papa, la Segreteria di Stato e la Compagnia di Gesù che è sempre stata l’anima dell’emittente — è al centro del volume di Raffaella Perin ( La radio del Papa, Bologna, Il Mulino, 2017, pagine 288, euro 27) che ricostruisce la storia della Radio Vaticana dalle sue origini fino alla seconda guerra mondiale. Una storia complessa da ricostruire, a causa della mancata conservazione nell’Archivio storico di Radio Vaticana delle registrazioni sonore o di testi scritti, che si è avvalsa di molti fonti indirette conservate in alcuni archivi europei o statunitensi, come il Monitoring service della bbc in Gran Bretagna, il Sonderdienst Seehaus in Germania e il Foreign Broadcast Intelligence Service negli Stati Uniti. Ma soprattutto si tratta di una storia complessa — i cui primi tentativi di fondazione risalgono addirittura al 1918 — all’interno della quale l’interesse per la radio si è spesso accompagnata a una diffidenza nei confronti del “nuovo” mezzo di comunicazione. 

Inizialmente, una diffidenza di ordine morale. Nel gennaio del 1927, infatti, la Congregazione del Sant’Uffizio negò all’arcivescovo di Praga František Kordač la possibilità di trasmettere via radio la messa solenne. Nello stesso anno, l’episcopato lombardo vietò l’installazione di apparecchi radio nelle case dei sacerdoti, negli istituti religiosi e nei luoghi di raduno perché «era un lusso sconveniente alla morigeratezza» dei sacerdoti, un «segno di mondana curiosità» e una «facile occasione di perditempo e di convegni inopportuni».
Queste difficoltà iniziali, però, si scontravano con la necessità, sempre più impellente, di dotare la Santa Sede di una stazione radio che potesse rendere le comunicazioni del Papa e della Curia romana indipendenti dallo Stato italiano. Questa esigenza fu resa possibile soltanto dopo la firma dei Patti Lateranensi. E Pio XI riuscì a intuire, sin dall’inizio, la potenzialità del mezzo. Nel novembre del 1936 definì la radio come «un apostolato così imponente» che assumeva ogni giorno di più «un’importanza vasta, profonda, operante in mezzo all’umanità». La radio, infatti, oltre a favorire l’opera di evangelizzazione, «ebbe come riflesso non secondario il potenziamento della sovranità pontificia e il consenso attorno alla figura del Papa».
Fu però soprattutto Pio XII che comprese il reale «potenziale propagandistico e diplomatico» della Radio. Sotto il suo pontificato assunse definitivamente quel carattere di emittente internazionale che trasmetteva in più lingue e si occupava anche delle questioni internazionali più importanti. Il 24 agosto 1939, infatti, il giorno successivo alla stipula del patto Molotov-Ribentropp, Papa Pacelli affidò alla Radio un appello alle potenze mondiali per la salvaguardia della pace. E nel gennaio del 1940, dopo essere stato informato dal cardinale August Hlond della persecuzione contro la Chiesa cattolica in atto in Polonia, fu il Papa stesso a scegliere di utilizzare la Radio come mezzo di denuncia della situazione polacca.
Il pericolo dell’avanzata comunista nel mondo era stato, sin dall’inizio, l’argomento politico dominante nelle trasmissioni radiofoniche. Accanto a esso, con lo sviluppo della guerra, si affiancò una netta condanna di ogni tipo di razzismo. Nel gennaio del 1942, in una trasmissione in lingua tedesca, venne letto un discorso del patriarca di Venezia, Adeodato Piazza, in cui affermava che «Satana militante in campo aperto con l’ateismo bolscevico, non è diverso da Satana impagliato nei miti neopagani». Lo speaker che, però, si contraddistinse maggiormente nella denuncia delle teorie razziste, fino a fare dei riferimenti alla Shoah, fu padre Emmanuel Mistiaen. La sera del 14 settembre 1942, infatti, il gesuita belga fece un richiamo positivo, senza alcuna riserva, nei confronti del popolo ebraico — definito come «amato popolo di Gesù» — e poi si appellò «all’amore di Dio per tutti gli uomini» riconoscendo a ogni persona il diritto di salvaguardare la propria dignità umana.
Senza dubbio, però, un momento fondamentale nella storia della Radio Vaticana avvenne con il radiomessaggio natalizio di Pio XII del 1942, il cui testo fu diffuso in molte lingue. Un messaggio di cruciale importanza, non solo perché alluse allo sterminio degli ebrei, pur senza mai nominarlo, ma perché da quel momento in avanti le varie anime del cattolicesimo italiano iniziarono a organizzarsi come alternativa al regime fascista. E infatti dopo la caduta del regime, nell’agosto del 1943, la Radio — che si serviva quotidianamente degli articoli dell’Osservatore Romano, i quali costituivano «la maggior parte del suo palinsesto» — svolse un ruolo cruciale nel panorama sociale ed ecclesiale italiano.
In definitiva, la “radio del Papa” servì per trasmettere messaggi che la Santa Sede voleva far arrivare sia ai governi dei paesi belligeranti che alla gente comune. L’emittente vaticana fu dunque, al tempo stesso, un mezzo diplomatico, di propaganda e di apostolato. E proprio per questi motivi, la Radio finì per essere considerata dai fedeli, inequivocabilmente, come “la voce del Papa”.

di Andrea Possieri

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17 ottobre 2019

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