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Voce dei deboli

· Un ricordo del medico e politico Vincenzo Monaldi a cinquant’anni dalla morte ·

«Una terra di bellezza... tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che sorridono». Con queste parole Giosuè Carducci descriveva poeticamente le Marche. Figlio di quella terra fu Vincenzo Monaldi di cui ricorreva nel 2019 il cinquantesimo anniversario dalla morte, ricordato con diverse iniziative che proseguiranno quest’anno.

L’ospedale Monaldi a Napoli

Era nato il 16 aprile 1899 da una famiglia contadina molto povera, sesto di undici figli, a Monte Vidon Combatte in una modesta casa colonica su una di quelle colline, tra montagna e mare, dove le luci sembrano posarsi per arrivare addolcite alla linea magica dell’orizzonte. Fin dall’infanzia mostrò un grande amore per lo studio e una fede saldissima. Di tutti i lavori della campagna che allora toccavano anche ai figli bambini aveva scelto di portare le pecore al pascolo. Quelle lunghe faticose ore fuori casa a lui sembravano una benedizione perché, mentre ogni tanto gettava uno sguardo al gregge, poteva dedicarsi ai suoi libri. Studiava anche gran parte della notte, a lume di candela. Venne da quegli anni l’abitudine al poco sonno e a pensare la minuta scrivendo già in bella forma, come faceva al tempo della scuola per risparmiare i fogli del quaderno. Quanto alla fede crebbe accanto a sua madre, una donna piccola, sottile, tutta energia e buoni sentimenti, in una chiesetta di campagna dedicata a san Procolo con gli affreschi, già allora un poco stinti, che secoli addietro un monaco pittore, venuto da lontano, aveva dipinto scegliendo tra i colori un delicatissimo rosa e una luminosa acquamarina.

Concluse le classi elementari fu la maestra ad aiutarlo a proseguire gli studi convincendo i genitori con la parabola dei talenti. Fu quella che lui chiamò la sua prima Provvidenza. Una carriera scolastica brillantissima al Liceo Annibal Caro di Fermo venne interrotta quando dovette partire per il fronte. I “ragazzi del 99” li chiamarono, come se la guerra fosse una bella avventura che premiava la loro giovinezza. Da quell’esperienza drammatica maturò la condanna non solo di ogni conflitto, ma di ogni forma di violenza. Finita la guerra e presa la maturità classica, si iscrisse al Partito Popolare che don Sturzo aveva appena fondato, raccogliendo l’appello rivolto agli uomini «liberi e forti» a condividere le ragioni di quel partito, laico, democratico, riformatore, interclassista e di ispirazione cristiana. «La politica — diceva don Sturzo — non guasta, ma rivela gli uomini». E Vincenzo Monaldi, diventato a vent’anni il primo cittadino di Grottazzolina e il sindaco più giovane d’Italia, nell’esercizio delle sue funzioni rivelò la sua vocazione, quella di garante dei diritti dei più deboli e di voce degli ultimi, quelli che non hanno voce. «Aprire un ospedale, aprire una scuola è accendere una luce» diceva, e il suo primo progetto da sindaco fu la costruzione di un nuovo edificio scolastico perché il riscatto di operai e contadini, uomini che spesso «non conoscevano il diritto all’esistenza», doveva passare attraverso l’istruzione. Nominato consigliere provinciale del partito subì una prima aggressione fascista nella piazza di Ascoli Piceno dove fu picchiato e costretto a bere l’olio di ricino. Poco tempo dopo una nuova aggressione a Grottazzolina. Questa volta fu più fortunato perché il farmacista, che era suo amico, dimezzò la dose diluendo la purga.

Fu allora che avvenne l’incontro che sarebbe stato decisivo nella sua vita. Aveva ormai scelto di iscriversi a Lettere, perché amava gli studi umanistici e perché si trattava di un corso di laurea meno oneroso, quando l’illustre fisiologo Silvestro Baglioni, un marchigiano che aveva la cattedra alla Sapienza di Roma, volle conoscerlo. Lui gli aprì il suo animo rivelandogli che avrebbe voluto intraprendere gli studi di Medicina. Baglioni non solo lo incoraggiò, ma si disse disponibile ad aiutarlo e mantenne la promessa facendogli ottenere una borsa di studio. L’incontro con il celebre medico fu la sua seconda Provvidenza. Da quel momento decise che adesso toccava a lui essere la Provvidenza dedicando la sua vita a chi era nella malattia, nel bisogno, nella sofferenza, nella solitudine. E come il professor Baglioni, mantenne la promessa.

Nel 1925 si laureò e l’anno successivo sposò Giulia Pompei. Era stato per entrambi un colpo di fulmine e per entrambi fu un grande amore che sarebbe durato tutta la vita in un’unione allietata dalla nascita di tre amatissime figlie. Assistente e poi aiuto presso l’Istituto di Fisiologia umana dell’Università di Roma, dedicò le sue ricerche all’apparato respiratorio gettando le basi per le successive scoperte legate alla tisiologia. In quegli anni prestò servizio nel reparto Inguaribili del sanatorio Ramazzini di Porta Furba. La crudeltà di quella parola “inguaribili” rafforzò la sua volontà di curare una malattia che non solo mieteva tante vittime, ma che aveva devastanti conseguenze sociali: la tubercolosi faceva paura e la gente per il timore del contagio finiva per isolare il malato e la sua famiglia.

Nel 1934 pubblicò il primo di una lunga serie di trattati scientifici Elementi di fisiopatologia dell’apparato respiratorio nella tubercolosi polmonare che rivelava il suo approccio rivoluzionario alla malattia. Due anni più tardi veniva nominato vicedirettore del Sanatorio Carlo Forlanini di Roma, nell’Italia di allora la più importante struttura per la cura delle malattie polmonari. Attraverso una serie di geniali intuizioni mise a punto delle tecniche di cura che furono delle tappe di avvicinamento per giungere al metodo che avrebbe permesso la guarigione di milioni di persone: “l’aspirazione endocavitaria” o, come fu chiamata all’estero, “l’aspirazione Monaldi”. Era il 1938.

Rigoroso, severo e addirittura intransigente quando si trattava di difendere principi e valori che per lui non erano negoziabili, deciso a vivere e a testimoniare il messaggio evangelico tutti i giorni della sua vita, era un uomo di grande mitezza, accogliente, rassicurante, di sorriso pieno e di calda, umanissima parola. Amava la ricerca e l’insegnamento — fu maestro di allievi che dettero vita a una scuola illustre — ma amava soprattutto il contatto con i malati: fermarsi a ogni letto, ascoltare i dolori dell’anima che sempre si accompagnano a quelli del corpo e dare al paziente speranza e fiducia. Ogni malato che guariva era una gioia, ogni malato che se ne andava la pena per quella vita che non era riuscito a trattenere.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale fu richiamato come ufficiale medico al Forlanini e qui avvenne un episodio che da solo basta a raccontare il suo cuore. In quella Roma che l’occupazione tedesca aveva reso una città desolata e oppressa, offrì riparo a degli ebrei nello stabulario, una costruzione isolata nel grande parco che circondava l’ospedale. Una ventina di adulti in fuga dalla ferocia nazifascista a cui si aggiunse una giovane mamma con un bambino. Era il rischio maggiore perché un pianto del piccolo avrebbe potuto rivelare il nascondiglio, ma non ebbe esitazioni ad accoglierli e quella creatura di soli cinque anni lo ripagò del suo coraggio perché in tutto quel tempo pianse a volte, ma sempre con lacrime silenziose, come se avesse capito che per continuare a vivere doveva nascondere di essere vivo. Scorrevano i giorni e sulla paura cominciava a prevalere la speranza quando un giorno ci fu una delazione. Un’anima buona lo avvisò che stavano per arrivare i nazifascisti, così fece in tempo a fare fuggire le persone nascoste. Della vita che era passata in quelle stanze restavano solo materassi, coperte e un caleidoscopio che aveva regalato al bambino e che nella fretta di andar via doveva essergli scivolato dalla mano. La Provvidenza questa volta prese le fattezze di un fascista in divisa. Lo riconobbe subito quando si affacciò nel suo studio. Fermo davanti alla scrivania quell’uomo gli disse: «Voi avete guarito mio figlio, gli avete salvato la vita, io oggi salvo la vostra». In quel momento non trovò neanche la forza di ringraziarlo. Riuscì solo a pensare che se Dio quel giorno si era ricordato di lui, avrebbe protetto anche quegli innocenti in fuga. E così avvenne: si salvarono tutti.

A guerra conclusa fu nominato direttore del Principe di Piemonte di Napoli, il più importante sanatorio dell’Italia meridionale che, requisito dagli alleati come ospedale militare, si trovava in condizioni disastrate. Grazie alla sua creativa operosità e alla sua determinazione in breve tempo riuscì a portare a livelli di eccellenza una struttura che arrivò ad accogliere 3000 pazienti. Nel 1952 gli fu assegnata la cattedra di Tisiologia nell’Università di Napoli. La sua costante preoccupazione era non solo per la cura dei malati ma per il loro futuro reinserimento nel tessuto sociale e produttivo: i ricoveri erano lunghi spesso anni, i malati perdevano il lavoro, i ragazzi dovevano interrompere gli studi. Realizzò allora una scuola di qualificazione per bambini e adolescenti e una di riqualificazione professionale per adulti, entrambe con diploma finale. Cominciò anche a girare il mondo, chiamato a divulgare una tecnica ormai diventata un presidio terapeutico indispensabile nella cura della tubercolosi polmonare. Parlava correntemente francese, inglese e tedesco e questo gli permetteva di dialogare con medici, ricercatori e pazienti senza la mediazione di un interprete, mentre veniva chiamato a far parte delle più prestigiose Accademie scientifiche, spesso unico italiano, ricevendo importanti onorificenze che premiavano il suo contributo alla tutela della salute pubblica.

Ritrovò anche l’antico impegno politico assieme a Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, tra le menti più alte del cattolicesimo progressista e amici legati da un sentimento forte di affetto. Nella sua casa romana, dove avevano l’abitudine di incontrarsi una sera a settimana, fu pensato il testo del primo articolo della Costituzione italiana. Assieme a Dossetti ebbe modo di conoscere e di frequentare Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Eletto al Senato nel 1948, per quattro legislature dedicò la sua attenzione ai malati, ai carcerati, ai disoccupati e alla tutela di chi lavorava in settori più esposti ai rischi (minatori, lavoratori della pomice, della canapa, dello zolfo, delle saline e così via) facendo sempre solenne appello al dettato dell’articolo 32 della Costituzione: la salute come fondamentale diritto dell’individuo e la gratuità delle cure agli indigenti. Nel 1959 divenne il primo Ministro della Sanità della Repubblica.

Per anni ogni giorno una lunga fila di persone lo attendeva davanti alla porta del suo studio in cerca non di assistenza sanitaria, ma di un consiglio, di un aiuto materiale o anche solo di una parola di conforto; lui, concluso il lavoro, accoglieva, ascoltava e si prodigava. E un’interminabile, mesta e commossa fila di persone lo accompagnò nell’ultimo viaggio. Tutti più soli, ma tutti umanamente più ricchi per quel tanto amore che avevano ricevuto. Era il 7 novembre del 1969. Tre anni più tardi l’Ospedale di Napoli prendeva il suo nome.

Vincenzo Monaldi era mio nonno.

di Francesca Romana de’ Angelis

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