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Voce degli oppressi

· L'eroismo di Marianella Garcia Villas in El Salvador ·

Ricordare Marianella García Villas a poche settimane dalla beatificazione di Óscar Arnulfo Romero e alla vigilia del viaggio di Papa Francesco in America Latina, è un atto doveroso.
E l’occasione è offerta dall’ultimo libro di Anselmo Palini Marianella García Villas, «Avvocata dei poveri, difensore degli oppressi, voce dei perseguitati e degli scomparsi» (Roma, Editrice Ave 2014, pagine 265, euro 12). «Semplice cristiana laica, ma di quella semplicità evangelica capace di arrivare alle estreme conseguenze del servizio e del martirio», la presidente della Commissione per i diritti umani di El Salvador, viene torturata e assassinata il 13 marzo 1983, a soli 34 anni, e tre anni dopo l’uccisione dell’arivescovo con cui ha condiviso tante battaglie e tante speranze.

Marianella García Villas

Come Romero e come altre centinaia di migliaia di persone, Marianella cade vittima di un regime sanguinario, uno dei tanti che hanno dilaniato «la regione dalle vene aperte», secondo la celebre definizione di Eduardo Galeano, le cui sofferenze sono «parte integrante dello sviluppo del capitalismo mondiale».
Nata a El Salvador nel 1948, Marianella è figlia privilegiata della ricca borghesia, frequenta alcuni anni di scuola a Barcellona e si laurea in legge nel suo Paese. Eppure sin dall’adolescenza le ingiustizie sociali la scuotono profondamente.
Durante l’università entra a far parte dell’Azione cattolica e si forma discutendo i documenti del concilio e della conferenza di Medellín e analizzando i testi sulla teologia della liberazione.
Allo studio si affianca ben presto la militanza nella Democrazia Cristiana, mentre inizia l’immedesimazione con gli ultimi e la fraterna partecipazione alla loro miseria. Nel 1974 Marianella entra in Parlamento grazie al sostegno delle donne dei mercati, madri e mogli di periferia che l’hanno vista combattere in tribunale per difendere, da avvocato, i loro uomini e i loro diritti.
Più tardi, insieme alla sua amica Maria Paula, militante della Juventud agraria cristiana, sposata con un contadino, comincia a visitare le famiglie che abitano nelle zone più difficili da raggiungere.
«Si tratta a volte — scrive Palini che ha condotto buona parte della propria ricerca sul Fondo Marianella García Villas della Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma — di lunghi trasferimenti a piedi in luoghi impervi, al fine di creare comunità di base» e animare riunioni in cui si legge la Bibbia, si celebra la Parola e si analizza la situazione sociale e politica a partire dal messaggio cristiano». Attività ritenuta altamente sovversiva da un regime che ha pianificato l’uccisione di religiosi, catechisti e sacerdoti.
Ma l’impegno che più assorbe la vita e le energie di Marianella è quello svolto come presidente della Commissione per i diritti umani, una realtà fondamentale per conoscere la verità sulla storia contemporanea di El Salvador. Estromessa dalla Democrazia Cristiana, Marianella comincia a immortalare con la sua macchina fotografica il volto più scandaloso e crudele del regime, raccogliendo immagini di cadaveri abbandonati sul ciglio della strada o ritrovati sotto terra dopo giorni di ricerca, corpi devastati e violati da ogni genere di tortura.
Le foto servono per dare risposte alla disperazione dei familiari e per documentare un orrore che ha la pretesa di negare l’evidenza. All’occidente, terrorizzato dallo spettro comunista, per ritenere legittimo il governo della giunta militare basta infatti sapere che ha l’appoggio del democristiano Napoléon Duarte.

«Noi non vediamo il nostro problema nella griglia del confronto Est-Ovest — continua a ripetere tuttavia Marianella — perché non è un problema di blocchi, ma è un problema di poveri e ricchi». Lei fu la vittima civile numero 43337, dal primo autogolpe militare del 1979 e per molto tempo, anche dopo la sua uccisione, la dittatura ha continuato a definirla una sovversiva e una guerrigliera, mentre l’abogada del pueblo, anche sulla scelta personale della non violenza, pur comprendendo la strada di chi impugnava le armi per porre fine alla brutale repressione, era in assoluta sintonia con monsignor Romero.

di Silvia Gusmano

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